I mercati apolidi stanno rimuovendo gli Stati Nazionali

Lo Stato fu, essenzialmente, il garante del primato del politico e della tenuta solidale della comunità. E finì, di conseguenza, per entrare in conflitto con quel capitalismo, che pure in esso aveva originariamente trovato il proprio locus naturalis. Così, nei suoi tratti fondamentali, si spiega l’inimicizia tra Stato nazionale e capitale globalista, divenuta figura centrale dell’evo post-1989. La desovranizzazione degli Stati nazionali si pone, nel quadro del nuovo ordine mondiale cosmopolitico, come un momento fondamentale della spoliticizzazione dell’economia e dell’aggressione ai danni della forma Stato come cifra dell’eticità e della possibilità di disciplinare il mercato. Secondo quanto già teorizzato da Luigi Einaudi nel 1942, “il frutto spirituale immateriale più alto dell’economia di mercato è quello di sottrarre l’economia alla politica”: habent sua fata verba. Nell’apoteosi della logica del mondialismo capitalistico, il mercato cosmopolitico e la sfera del privato comandano ora sugli Stati sovrani nazionali e sulla sfera del pubblico. E ne svuotano i contenuti, impedendo agli Stati desovranizzati e al pubblico privatizzato di svolgere il precedente ruolo di garanti della comunità, di distributori della ricchezza e di garanti dell’interesse corale del popolo. Il pubblico e lo Stato decadono, in tal guisa, al rango di meri garanti del potere privato della global class dominante: si pensi anche solo alla lettera inviata dalla BCE allo Stato italiano nell’agosto del 2011, nella quale erano scritte, nero su bianco, le
necessarie riforme in senso ultraliberista. La sovranità nazionale è stata durevolmente il presupposto irrinunciabile per qualsivoglia realizzazione dei bisogni e degli interessi delle classi subalterne, ma poi anche, più in generale, per l’esercizio delle pratiche democratiche. Queste ultime sempre si fondano sulla sovranità monetaria, economica, politica e geopolitica, ossia sulla possibilità, per il demos, di determinarsi liberamente mediante scelte inquadrate nello spazio concreto dello Stato nazionale. Per questa stessa ragione, doveva risultare prioritario, per le classi dominanti, rimuovere la sovranità nazionale come base della democrazia, con un processo che, culminante nell’istituzione dell’Unione Europea, avrebbe condotto magnis itineribus verso la desovranizzazione e la dedemocratizzazione del vecchio continente. Nel Leviatano, Tommaso Hobbes scrive che “la sovranità è l’anima dello Stato e, una volta separata dal corpo, le membra non ricevono più il loro movimento da essa”. Se volessimo parafrasare questa considerazione in riferimento ai processi di desovranizzazione propri della mondializzazione, potremmo asserire che le “membra” ricevono ora il loro movimento direttamente dal sistema economico-finanziario planetarizzato (Banca Mondiale, BCE, FMI, ecc.): il quale, svuotato dell’anima il corpo degli Stati, li trasforma in semplici propaggini della voluntas suprema degli agenti del capitale deregolamentato, in meri guardiani del retto funzionamento indisturbato dei mercati apolidi spoliticizzati.



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