50 anni dopo “Milano calibro 9” ci restano solo i monopattini

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Se negli USA manca poco che all’ingresso di ogni città mettano un enorme cartello con su scritto VIETATO FUMARE, possiamo invece dire che da pochi giorni a Milano possiamo anche incominciare a immaginare una serie di grandi pannelli posti nei vari ingressi della città con su scritto VIETATO USARE LA MACCHINA.

L’immagine è scanzonata e surreale ma, appunto, proprio perché surreale non è poi così tanto lontana dalla realtà. Da poco sono in vigore le nuove disposizioni previste dalla giunta Sala relative all’Area B, la più grande zona a traffico limitato d’Italia con superficie pari a circa il 72% del territorio cittadino, attiva dalle 7:30 alle 19:30, dal lunedì al venerdì, con divieto assoluto di accesso a determinate classi di mezzi, da oggi ancora più ristrette: per tutti i veicoli a benzina fino a Euro 2 e per i diesel fino a Euro 5 la possibilità di accedere a Milano è ormai un lontano ricordo.

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Dice per la salute. Sarà. Ma una vettura, anche di 10 anni, inquina incommensurabilmente meno di un aereo: e allora perché non chiudere anche il cielo sopra Milano? E poi, visto il clima di austerity, perché non chiudere i riscaldamenti? Perché non chiudiamo anche quelle aziende che già non sono state costrette a chiudere a causa del caro energia?

Non ne possiamo più della fuffa ambientalista che vuole cambiare il sistema solare e quindi vede nell’attività produttiva degli uomini la responsabile unica e certa del cosiddetto cambiamento climatico. Questo fanatismo è culturale, c’entra niente con l’ecologia: vogliono obbligarci a tenere a casa la macchina perché l’auto elettrica fa più fino.

Pazienza se la stragrande maggioranza dei cittadini non può permettersi l’acquisto di una vettura a emissioni patentate. Pazienza se i lavoratori devono uscire di casa all’alba per non passare sotto le telecamere pena la multa e aspettare le 19.30 per la stessa ragione: andassero all’apericena a Brera.

Ci vogliono tutti con la Ə e il monopattino perché è giusto così e se non ti sta bene sei un ignorante. Lo stesso oltranzismo si applica di riflesso anche ai prodotti culturali. Per loro certi film del passato che hanno fatto la Storia oggi finirebbero all’Indice dei Film Reietti: troppe donne sexy, troppe macchine inquinanti.

Cosa avrebbero fatto a quel Gastone Moschin indimenticabile interprete di Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, uscito nel 1972 quindi 50 anni fa esatti e capostipite di un genere (insieme a La polizia ringrazia di Stefano Vanzina, stesso anno) che ha fatto la Storia, piaccia o no?

Milano Calibro 9 è un film di inseguimenti, tra Torre Branca, Duomo, Pirellone e Darsena nel ventre della città operativa con automobili entrate nella storia dell’industria, del costume e del design. Ma che roba da rinnegati: si usi tutti il monopattino piuttosto. E i fornitori, per portare la merce al locale chic sui Navigli, anziché i furgoni prendessero la Tesla.

Cosa avrebbero fatto, i volenterosi seguaci della Ə e del monopattino, di quella sequenza con una Barbara Bouchet da sogno mentre fa la go go dancing? Chi se la scorda più mentre balla su quello che negli anni a venire sarebbe stato il “cubo”? Quentin Tarantino, famelico appassionato del film di Fernando Di Leo, ne sarebbe stato un giorno folgorato e il resto è storia.

E quel che resta nella storia sono, in questo caso, le ambientazioni di Milano calibro 9, una città che oggi è diventata un parco giochi per ricchi progressisti, dove il traffico è a livelli intollerabili perché fra ZTL e divieti vari tutti quelli che legittimamente preferiscono prendere la macchina anziché la metro si ingolfano nelle zone franche rimaste. Ve l’immaginate un inseguimento nella città dei talebani ambientalisti, fra area C, limiti a 30 all’ora, marciapiedi che invadono le carreggiate e monopattini da pirla, con gli ausiliari del traffico che tentano di lasciarti il fogliettino sul parabrezza?

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