Addio Federica Pagani, una vita alla ricerca della giustizia

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Membro attivo di Unavi, è stata in prima linea in difesa delle vittime di violenza

«Tanto dolore… e incredulità». Sono le prime parole di Paola Radaelli, presidente di Unione Nazionale Vittime, dopo aver ricevuto la notizia della morte di Federica Pagani, moglie di Raccagni, balzata alla cronaca nel 2014 dopo l’uccisione a scopo di rapina del marito, Pietro Raccagni. «Era una donna forte, risoluta», continua la Radaelli, «dalla sua conoscenza, dallo scambio di opinioni ed idee è nata la nostra associazione. Lei che ha affrontato il dolore con orgoglio e dignità, supportando i figli e decidendo di schierarsi per cambiare le cose, per supportare chi abbia vissuto tragedie ed ingiustizie come la sua».

Appare ancora incredula Paola, gli occhi lucidi ed una volontà rinnovata: «Abbiamo affrontato tante battaglie con l’associazione di cui era membro attivo e parte del direttivo. La prima legge sulla legittima difesa e la richiesta di certezza della pena sono stati i primi obiettivi, raggiunti anche grazie alla sua caparbietà. Questa malattia è stata fulminante ed ingiusta e le ha impedito di vedere l’ultimo traguardo sul tema a lei caro, che a breve speriamo si ufficializzerà».

La tragedia che ha coinvolto la Pagani è divenuta anche un quadro, all’interno della mostra itinerante Sui passi della violenza organizzata da Unione Nazionale Vittime in collaborazione con l’artista visivo Sergio Brambillasca. Nel quadro intitolato Anche il cielo piange l’avvenimento che le ha segnato la vita rendendola un punto fermo dell’associazione e le parole della stessa Radaelli: «Anche il cielo piange. Piove su di noi, piove su di te, il tuo respiro se ne va. Quanto grande deve essere il peso del dolore che trafigge il cuore? Se si potesse tornare indietro e ti fossi difeso ……. forse! Perché amare quando perdere fa così male».

Cosa c’è di giusto in tutto questo? Ai responsabili della rapina finita in tragedia in un primo tempo da 10 a 13 anni di carcere, aumentati poi da 13 a 16. Il risultato di una sua prima battaglia fatta di interviste e racconti in prima persona. «Troppo poco», diceva infatti lei che si è messa al servizio della comunità con Unione Nazionale Vittime perché non accadesse mai più, alla ricerca di pene adeguate. «Perché il dolore non ha una scadenza, perché quanto accaduto porta via anche una parte di te e ti consuma. Ma, nonostante ciò, lei ha guardato in faccia la sofferenza e l’ha resa motore delle sue battaglie».

Il primo dei 4 albanesi uscirà tra pochi anni e di sicuro sarebbe stato un altro duro colpo per lei e la sua famiglia, che nel 2018 si è trasferita da Pontoglio chiudendo la macelleria che fu del marito per i troppi ricordi dolorosi: «Non una resa, ma il tentativo di continuare con Unione Nazionale Vittime a ricercare giustizia per chi avrebbe avuto ancora il tempo. Per la sua sentenza chiusa, ce n’erano altre in cui si sarebbe potuto dare un finale diverso con certezza e adeguatezza della pena». Questo era quello che ripeteva ogni giorno, nonostante la possibilità di chiudersi e affrontare il proprio dolore: «non l’ha coltivato arrendendosi e provando ad andare avanti, ma lo ha voluto condividere e rendere parte di azioni sociali, primo obiettivo della sua esistenza infranta. Pensava agli altri Federica e mai avremmo creduto di dover proseguire il nostro cammino senza la sua forza e determinazione».

“Sei stata per i tuoi figli e per il tuo paese una guerriera”, si legge sulla sua pagina social tra i tanti ricordi. «E così la vogliamo ricordare, portando avanti il nostro lavoro con l’Associazione, sapendo che lei è ancora al nostro fianco. Ora dobbiamo continuar a far valere il suo esempio dedicandole ogni successo ed ogni tentativo di conquista. Federica rimarrà sempre nei nostri cuori», conclude Paola Radaelli.

8 luglio 2014. Una villetta a Pondoglio, nel bresciano. Un tentativo di rapina notturna finito in tragedia: Pietro Raccagni sorprende i 4 ladri e viene violentemente colpito alla testa con una bottiglia di spumante; cade e picchia la nuca sul cemento. Morirà dopo 11 giorni di coma. Era sceso sentendo rumori sospetti, disarmato. Gli assassini sono albanesi e croati giovani, verranno catturati prima due cugini Pjeter e Vitor Lleshi, poi Ergren Cullhaj nella primavera successiva ed infine l’ultimo, Erijon Luli mentre si trovava a Ragusa, in Croazia. Il 26 novembre si conclude il processo con rito abbreviato che conta condanne dai 10 ai 13 anni: 12 anni a chi ha scagliato la bottigliata che ha ucciso Pietro Raccagni, 10 anni e 10 mesi a chi ha fatto il palo, 13 agli altri malviventi coinvolti. la banda è stata processata per omicidio preterintenzionale, mentre Federica Pagani chiedeva l’omicidio volontario. Nel settembre 2016 l’appello. Nessuno sconto di pena ed anzi, pene più severe: Vitor Lleshi, che ha colpito alla testa Raccagni ma ha collaborato con la procura raccontando gli avvenimenti, è stato condannato a 15 anni e 6 mesi, Ergren Cullhaj a 16 anni e 6 mesi, Pjeter Lleshi a 15 anni e 6, Erion Luli a 14 anni e 4 mesi.

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