Con la sua macchina fotografica raccontò l’Abruzzo dei primi del Novecento, sfidando convenzioni e pregiudizi
Fotografa, viaggiatrice e donna fuori dagli schemi, Amalia Sperandio attraversò l’Abruzzo dei primi del Novecento con la sua macchina fotografica, documentando paesi, volti, opere d’arte e scene di vita quotidiana. A lungo dimenticata, anche a causa di una firma che fece credere fosse un uomo, oggi la sua storia viene riscoperta come esempio di talento, libertà ed emancipazione femminile.
Portava scarponi, fumava la pipa, si vestiva in modo anticonvenzionale e viaggiava spesso da sola. Osservatrice instancabile di un mondo che avrebbe rischiato di scomparire senza il suo sguardo, Amalia Sperandio è nata a Corfù nel 1854, ed è cresciuta a Napoli, dove ha ricevuto una formazione letteraria e musicale. La morte improvvisa del padre cambiò però il corso della sua vita portandola all’Aquila. Qui iniziò a lavorare come educatrice e dama di compagnia, ma la fotografia divenne presto il suo vero linguaggio.
In un’epoca in cui per una donna era già insolito muoversi liberamente fuori dagli spazi domestici, Amalia attraversò l’Abruzzo sul dorso di un asino con una macchina fotografica, immortalando borghi, chiese, palazzi, strade di montagna. Non cercava solo la bellezza composta dei ritratti aristocratici, ma anche la fatica, i volti e la vita quotidiana delle classi popolari. Il suo obiettivo era quello di narrare un territorio nella sua interezza: la nobiltà e il lavoro, i monumenti e le persone, la memoria artistica e quella umana.

Per questo la sua figura appare oggi così moderna. Amalia Sperandio fu una reporter prima ancora che questa parola diventasse familiare. Documentò, osservò, raccolse testimonianze visive con una libertà rara per il suo tempo. Collaborò anche con la Soprintendenza ai Monumenti per l’Abruzzo, contribuendo alla schedatura di oltre 1200 opere conservate nei paesi e nelle chiese dell’aquilano.
Eppure, nonostante l’importanza del suo lavoro, per anni il suo nome è rimasto nell’ombra. Sulle cartoline firmava semplicemente “A. Sperandio” e quella iniziale bastò a far credere a molti che dietro quelle immagini ci fosse un uomo. Solo molto tempo dopo la sua identità è stata ricostruita e il suo percorso restituito alla storia, fino a diventare oggetto di studi, tesi di laurea, libri e oggi anche di una mostra.
Una storia da romanzo per una vita concreta, coraggiosa e fuori misura. Una donna che, con una macchina fotografica e una libertà conquistata passo dopo passo, ha raccontato l’Abruzzo e ha lasciato una grande eredità: un esempio coraggioso di emancipazione femminile.

















