Basta con questa boiata dell’asterisco: è un simbolo di decadenza

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Lo storico che, nel futuro, si sobbarcherà il soporifero compito di occuparsi della nostra decadenza, potrà definire quella attuale come l’età dell’asterisco. Inventato da Aristarco di Samotracia nel secondo secolo avanti Cristo, è stato per secoli utilizzato prevalentemente nel linguaggio scientifico e da qualche anno però è diventato l’emblema della “scrittura inclusiva”, termine orwelliano a significare la violenza sulla lingua per renderla gender neutral – il Cretino politicamente corretto parla inglese.

In natura esistono uomini e donne, che utilizzano il linguaggio per comunicare, linguaggio che nei millenni si è adeguato a rappresentare questa differenza. Sono però arrivate prima le femministe poi le teoriche gender a dire che non è vero nulla, maschi e femmine non esistono, e quindi anche il linguaggio si deve adeguare, ha da diventare neutro. Cosi ecco piazzato un bell’asterisco, invece di cara o caro un bel unico termine : car*.

Ed ecco l’Università di Udine fuori dai suoi edifici promuoversi con un bandierone ad annunciare che è “inclusiva” e “cresce per tutt* e con tutt*”.

E’ un bene che l’immagine abbia provocato, soprattutto sui social, una levata di scudi generalizzata: è segno che ancora non ci siamo pappati il cervello, o almeno non tutti. Avviso però chi ne sia fuori, che nella università questo vezzo della scrittura inclusiva è da anni che circola: personalmente, io mi rifiutavo e mi rifiuto di rispondere a mail redatte si fa per dire con “scrittura inclusiva” , un po’ come il gesto del ribelle solitario di Ernst Jünger. Ma il virus avanza.

L’università di Udine fa però un deciso salto in avanti perché si presenta asteriscata, per cosi dire, fin nel biglietto da visita. Non è più l’iniziativa del singolo docente ma è di tutto l’Ateneo. Che a questo punto si definisce come università ideologica, non molto diversamente da quella di Stranieri per Siena con i bagni gender. Quella della “inclusività” è infatti una ideologia, e molto più violenta di tante altre, perché chi la contesta o la critica diventa per forza uno “escludente”, da escludere e magari da cacciare. Quindi immagino che nessun docente dell’Università di Udine o di quella di Siena abbia proferito verbo.

Ora qui si apre un problema: le università pubbliche, cioè finanziate dallo Stato, possono essere “ideologiche”? Se un giorno venisse eletto un Rettore che facesse vergare fuori dal suo ateneo pubblico, che la sua Università è “patriota” e “conservatorice”, potrebbe? E se il Rettore fosse islamico? Vogliamo creare delle madrasse del politicamente corretto, un cancro che sta divorando università americane e inglesi ben più famose e blasonate di quella, con tutto il rispetto, di Udine?

E infine, ultima domanda, molto maliziosa. Visto che oggi gli atenei si fanno spietata concorrenza tra loro per acquisire clienti, ehm cioè studenti, anzi student*, non è che questa rincorsa alle mode imposte dalle bolle mediatiche sono anche un modo per far parlare di sé e per attirare pubblico, ehm, cioè volevo dire studenti, anzi student*? Negli Usa e in Uk è anche cosi: il politicamente corretto come potente strumento di marketing.

Clienti, asterischi, politicamente corretto: cosa ha a che fare tutto questo con la cultura? Nulla. Ma di questo passo avrà ben poco a che spartire con la cultura pure la stessa università.

4 Commenti

  1. … Di questo passo avrà ben poco a che spartire con la cultura pure la stessa università.
    Condivido al 100% ; e poi che mi vengano pure a dire che sono “politicamente sbagliato” Si, è vero, sono “politicamente sbagliato”

  2. L’ultima provocazione non fa fare all’autore di questo articolo una gran figura: piove dalle nuvole rendendosi conto ora che l’università non è un luogo di cultura e svelerò un segreto al nostro simpatico autore, non lo è mai stata. Se ha mai bazzicato l’ambiente universitario si renderà facilmente conto che le università sono fabbriche di articoli, non importa che il contenuto sia corretto o meno, sensato o meno e queste fabbriche per restare in piedi hanno bisogno di fondi che in buona parte vengono dati dagli alunni delle stesse. Se tanto critica questa visione così commerciale che in vari casi può portare un’università a pubblicizzarsi in questa maniera si domandi invece perché l’università ricorre a ciò, stupirrsene ora è uscire dal proprio eremo dopo 50 anni di indiscriminato disgusto nei confronti della conoscenza, è lamentarsi e curare un sintomo senza dare alcuna importanza alle cause della malattia. Può dare fastidio l’utilizzo dell’asterisco, ma se domani fosse un rettore “patriota” o “conservatore” sarei curioso di sapere se si porrà le stesse domande o se lo accetterà perché in fondo la cosa non gli da fastidio

  3. È una cosa penosa. C’è solo da sperare che questa influenza per la quale neppure il vaccino del buonsenso e della cultura pare funzionare, passi presto e, una volta sfebbrati, si ritorni alla normalità.
    Non c’entra l’asterisco, ma mi preoccupa molto la censura che si sta operando da più parti su libri ed autori.
    Quando si iniziano a bruciare libri ci si aspetta il peggio

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