Basta con questi “sgunz”, la vera arte non è un divertimento

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Ormai da tempo, il settore dell’arte  – come molti altri, del resto – è diventato terra di conquista di trovate pubblicitarie e vere e proprie speculazioni di gente senza scrupoli, il cui unico obbiettivo è solo ed esclusivamente il profitto.

Se l’arte del Novecento, quella delle avanguardie, si delineò nel segno dell’épater le bourgeois – uno dei compiti che si prefissero futuristi, dadaisti e surrealisti fu quello di “sbigottire” il pubblico dei borghesi, i cui gusti in arte contemplavano un tipo ancora kantiano di estetica – molta produzione contemporanea pare mirare al mero svilimento dell’arte, di per sé legata a quanto di più caro e di elevato alimenta l’interiorità umana.

Certo, alcune trovate di un Damien Hirst o di un Maurizio Cattelan potrebbero, per certi versi, anche risultare simpatiche, ma per i loro elaborati non d’arte si dovrebbe parlare, bensì di sgunz, stando all’intelligente e calzante neologismo coniato da Angelo Crespi: che con ciò ne mette in luce l’insensatezza e la dissacrazione affatto gratuite.

E pensare che ci fu chi durante il secolo scorso introdusse negli studi sull’arte il concetto di “archetipo”, desunto dalla psicologia analitica di Carl Gustav Jung, che a sua volta l’aveva preso a prestito da Platone; stiamo parlando di Erich Neumann, che rilevò l’importanza di alcune immagini e stilemi ricorrenti in arte, i quali proprio come gli “archetipi” di Jung, dal greco archètypon, col significato di “primo modello”, non sarebbero che l’espressione di “forme primitive” dell’inconscio collettivo, prototipi universali, condizioni innate dell’umano “intelligere”. Si pensi a tutti gli elementi dell’architettura classica: la colonna, il frontone triangolare, la scala a chiocciola, ecc., tutti ispirati a forme geometriche rinvenibili in natura, quasi col loro utilizzo nelle sue costruzioni, l’artista volesse dar l’idea di proseguire l’opera della Creazione.

Nel Medioevo cristiano, l’arte ebbe inoltre la funzione di istruire gli ultimi, gli ignoranti, di ingentilire il grosso popolo, che non potendo seguire le dottissime lezioni dei maestri della scolastica, in quelle “summe” di pietra – che noi moderni, non sapendo più creare, stiamo distruggendo! – aveva la possibilità di comprendere forse molto più che dai libri…

Se l’archetipo, per sua natura, muove l’uomo verso l’origine, che è anche il centro delle cose, quell’”amor che move il sole e l’altre stelle”; com’ebbe ad osservare ne La perdita del centro (1948) Hans Sedlmayr, tra i maggiori storici dell’arte del secolo XX, i fenomeni artistici moderni sono invece sintomi della «perdita del centro», del venir meno di un orizzonte “altro” di carattere “trascendente” nella realtà umana; anzi, in alcuni casi, sembra quasi che i moderni fabbricanti d’arte paiano compiacersi di tendere al demoniaco, dirigendo morbose attenzioni a tutto ciò che di caotico, maligno, diabolico ed infero sia presente nell’esperienza del mondo. Certo, dirà qualcuno, ma anche Dante dedicò una cantica all’Inferno: ma qui alla catabasi non segue alcuna anabasi!

E, a nulla serve la mera creatività, che in arte suona un po’ come l’opinione in filosofia, essendo ambedue capricciose: ché, come disse Heine: «per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più che un’opinione”.»

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