Berlino trent’anni dopo, una città senza radici

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Il presidente statunitense Ronald Reagan mentre parla di fronte alla Porta di Brandeburgo - Di Series: Reagan White House Photographs, 1/20/1981 - 1/20/1989Collection: White House Photographic Collection, 1/20/1981 - 1/20/1989 - https://catalog.archives.gov/id/75855513, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=95466841

Si dice che tre sia il numero perfetto. Eppure a Berlino non sono bastate tre decadi per far rimarginare del tutto le ferite di una divisione. Il Muro è una realtà che ancora aleggia. Non la si coglie tanto nei souvenir così ambiti dai turisti: nei colbacchi con la stella rossa, nelle macchinine Trabant o nei frammenti di Muro sistemati in teche di plexiglas. Piuttosto, la si coglie nei volti malinconici degli anziani dell’Est. La delusione serpeggia come un fiume carsico sotto la patina delle celebrazioni per il trentennale. Il termine per definirla è Ostalgie. Andreas Ludwig, fondatore del museo della Ddr della cittadina di Eisenhüttenstadt, la definisce, parlando con CulturaIdentità, “un rumore di fondo che prende vita quando viene affrontato”. Ed aggiunge: “Negli anni ‘90 era sia un fenomeno pop che una rivendicazione politica”. Ma, almeno in parte, un po’ di Ostalgie è rimasta. Del resto, nonostante le ingenti somme versate dai governi tedeschi in questi anni per colmare il divario, la regione orientale del Paese resta molto indietro. I dati parlano chiaro: dal 1989 ad oggi, si è assistito ad un esodo di cittadini dall’Est verso l’Ovest. Nel 2015, l’Istituto di statistica tedesco affermava che nell’ex Germania dell’Est vivevano 12,5milioni di persone: 2,3milioni in meno del 1989. E le migrazioni proseguono incessanti. Lo spopolamento rappresenta una piaga e, secondo il Finantial Times, mancano donne in età fertile per invertire la tendenza. Il destino di questa parte del Paese che avrebbe dovuto trovare l’eldorado nella riunificazione sembra tragico. Una signora seduta al tavolo di un pub della zona Est di Berlino volge i suoi occhi azzurri al passato e snocciola gli aspetti che rimpiange della Ddr: scuola, sanità, welfare. Dinanzi al capillare sistema di controllo della Stasi, alle violazioni delle libertà individuali, appare inverosimile il rimpianto del socialismo. E le ragioni non sono soltanto economi-che. La gente ricorda che nell’ex Germania dell’Est vigeva un senso di comunità molto forte. L’economia pianificata quasi annullava le differenze tra ricchi e poveri. La merce sugli scaffali era sempre risicata, così il collettivo era non solo un valore incoraggiato dallo Stato, ma an-che un sistema di aiuto reci-proco. Si era tutti poveri, ma forse più ricchi di umanità. L’avvento del capitalismo, oltre a non portare benessere, ha lacerato il tessuto sociale. Sembra che la caduta del Muro, a Berlino, abbia rivoltato la terra e mostrato l’assenza di radici. Oggi la capitale tedesca è povera di senso. È una città cosmo-polita, vivace, che pullula di divertimenti, sovente di inquietanti stravaganze, ma che ha perso legami con la tradizione. L’austera Berlino prussiana, fatta eccezione per i monumenti, ha lasciato il passo alla modernità. Sotto i grattacieli, sembra esserci il vuoto. Ecco allora che ciò che manca ad unire i berline-si, non è solo l’equità economica, ma anche una comune appartenenza, corrosa dagli eventi della storia. C’è stato un Muro che fino al 1989 ha trafitto al cuore un popolo. Ora quel cuore va finalmente colmato di senso. Non basta-no altri interventi economici, occorre riscoprire le radici per compiere l’agognata unificazione.

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