Capitale italiana della Cultura: toh, su dieci città nove sono governate dal PD

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Guarda il caso. Il copione è sempre quello. La sinistra occupa, la destra guarda, la sinistra divide, la destra s’incazza, e in mezzo Sgarbi lotta, vitalistica manifestazione di reale opposizione all’irragionevolezza. Dalla battaglia parlamentare solitaria al fianco dei ristoratori e dei privati, alle ordinanze di Sutri, contro i musei chiusi e per la libertà degli italiani, in regime di sicurezza, passando, ora, per il caso “città capitale italiana della Cultura 2022. È stata resa nota, infatti, la classifica finale delle città che puntano all’ambito riconoscimento e su dieci, nove sono governate dalla sinistra PD. Una “lottizzazione” che al tribuno popolare Sgarbi non è sfuggita e che ha prontamente denunciato. Si tratta solo di un caso? Ovviamente il j’accuse Sgarbiano, pienamente in diritto di opinione, è stato subito bollato da qualcuno come una trista e affrettata sottovalutazione delle città espresse come “finaliste” a capitale italiana della Cultura. “Credo che una città di importanza notevole che ha a che fare con la cultura non debba umiliarsi a concorrere a gare in cui commissioni di persone nominate da un ministro fanno la gaffe di non pensare che esiste, al di là della democrazia, anche un minimo di rispetto nel lavoro degli altri”, afferma Sgarbi, “Pisa ha una quantità e una universalità di offerta non inferiore a Verbania. Così penso di Verona, di Arezzo, di Scicli, proprio perché visito l’Italia e la amo tutta. Immagino che la capitale della cultura debba essere indicata senza una gara o un concorso, ma sulla base della sua storia e delle presenti capacità che riesce a sviluppare. Nel 2017 fu eletta capitale Pistoia con un progetto così “bello e importante” che non fu fatto niente, non fu realizzato nulla. Per quanto un programma sia buono, è ciò che risiede nella storia di una città che gli fa meritare l’appellativo di capitale italiana della cultura. In un percorso ventennale, ad esempio, venti città, con questi fondamentali criteri, possono essere scelte per concorrere”. “Mi sono limitato a fare una riflessione ad alta voce sulle città escluse. Il caso vuole che proprio le città escluse abbiano un’amministrazione di centro destra. Luoghi essenziali per Bellezza come Verona, Pisa, Arezzo, guidate, guarda caso, dal centro destra”.

Voilà, la libertà di dissentire è nuovamente servita e qualcuno penserà: ancora una volta Sgarbi ha rotto il caso.

Pare andare in scena, nell’unico teatro lasciato aperto dal regime governativo degli aborti umani, – i mai nati come uomini, figuriamoci come politici -, con un unico spettacolo fisso in cartellone, costante e ripetitivo come la Corazzata Kotiomkin fantozziana, il balletto di un ancienne regime che non accenna a scolorarsi, a scrostarsi, a finire, dopo cinquant’anni. L’occupazione degli spazi, fisicamente, governando in maniera immeritata grazie al peggior parlamentarismo, e politicamente con la distribuzione equa e solidale, tanto per utilizzare un termine caro alle sinistre, di incarichi e prestigio. Atto basilare di una più ampia visione chirurgica delle cose. La rieducazione morale che la sinistra impone comincia, anzitutto, dalla presa del potere che la emana, nel sogno bagnato di una democrazia a senso unico: non più battersi nel consesso democratico per far valere le proprie visioni, ma occupare in ogni modo il potere, centrale e periferico, nel tentativo diretto di estinguere tutto ciò che si pone come alternativa, ridefinendo i confini entro cui si è considerati degni di essere civili, di poter esprimere una civile opinione. Anche a costo di prendere Sgarbi di peso e buttarlo fuori dall’aula di Montecitorio per ben due volte per aver detto la sua. (Mal)Educazione staliniana.

Non servirebbe aggiungere altro se non una banale riflessione da ultimi, tristi, romantici. Senza traduzione la Bellezza, posta nella sua eterna grazia estetica, farebbe da fondale agli indegni occhi degli uomini, sciatti spettatori; così come la cultura, oltre l’arlecchina e oltraggiosa funzione di “dimostrazione” o di sterile “esercizio di stile”, se non viene correttamente intesa nel suo più profondo significato, ovvero come coltivazione delle coscienze, del tempo e della vita, anche la più intima, ma viene vissuta come musealizzazione dell’esistente, staccata da ogni cosa, incapace di partecipare alla maturazione civile, non servirebbe a nulla. Torna utile ricordare, dunque, che questa denuncia sgarbiana non è l’amplificazione di una nicchia nella nicchia ma stimola la perfetta assunzione di responsabilità, ancora una volta su un ritornello vecchio come il mondo: se non vi è la gestazione di un dubbio fondato che partorisce un’alternativa, se ogni alternativa all’imposto viene estinta, se ogni domanda viene silenziata o resa indegna di civiltà, vi sarà qualcuno che, nella propria singolarità, finirà per coltivare, senza contrapposizione, questo nostro tempo e questo nostro vivere.

L’occupazione della cultura, poi, è un vero e proprio vizio sinistro. Antico, radicato. Per carità, un atto di fede che chiunque dovrebbe compiere nel mondo politico per (r)esistere, ma che ora comincia a stare un po’stretto.

Per quanto il Partito Democratico, e appendici minori in coalizione, costole e costolette ideali, perdano il governo delle regioni italiane, per quanto crollino le loro quotazioni nei sondaggi, per quanti voti riescano a smarrire nelle lunghe file mattutine delle urne, per quanto le loro classi dirigenti siano in mezzo a una rissa o a una spaccatura continua, dal PdS, il Partito Democratico della Sinistra, sino a Italia Viva, di Matteo Renzi, la rete di dirigenti, insegnanti, docenti, bidelli, capi, capetti e caporali, cantautori, autori televisivi, giornalisti, direttori, scrittori, attori, scopatori di diciottenni alle mostre fotografiche a Trastevere, amministratori di condominio, associazioni culturali, Arci e controarci, è finemente calata e fittissima, ramificata nello scheletro italiano, a dettarne i ritmi, i gusti, ad affiliare, dai più piccoli meandri dell’ultimo paesino, alle più grandi stanze d’azienda, sin nei consigli comunali. La sinistra “culturale”, se così possiamo definirla, è la percezione del polso emozionale del Paese, è sempre compatta sulla contemporaneità italiana, oltre ogni risultato e ogni nuova interpretazione partitica nascente. Essa non concede sconti, né soffre di infantili complessi di inferiorità, che sono spesso in fondo a destra, verso i fratelli maggiori, e maggiormente accettati, del mainstream. Ogni ruolo, ogni incarico, ogni posizione utile a sostenere la grande causa, è minuziosamente previsto e attuato. Ognuno occupa il suo spazio e, come formichetta operativa e imperativa, non tradisce mai la chiamata, produce il proprio nel proprio spazio, secondo la propria competenza, contribuendo ad alimentare la luce ideale anche quando si fa buio. Uno stargate con cui la sinistra si rigenera continuamente, oltre i mutamenti che il tempo impone, e per mezzo del quale gestisce la cultura di massa e il sentire comune.

La raccolta sessantottina, definendola con Massimo Fini: “A cinquant’anni di distanza, del Sessantotto e della sua rivoluzione di cartapesta e di spranga ci siamo liberati. Dei ‘sessantottini’ no. Sia pur invecchiati formano una potente framassoneria, trasversale alla destra e alla sinistra, soprattutto nei media e nella politica, che si autotutela e sbarra il passaggio agli altri (Luigi Manconi, Adriano Sofri, Gad Lerner, Enrico Deaglio sono i primi nomi che mi vengono in mente). E se vai a scavare nelle biografie di importanti imprenditori o manager, in età, trovi che quasi tutti hanno un passato extraparlamentare. Eppoi ci sono i figli già ben piazzati. Non ce ne sbarazzeremo mai”.

Sarà tutto un caso, quello legato alla scelta della città capitale italiana della cultura, ma certi vizietti li conosciamo tutti, ormai.

Sgarbi ha chiesto di fare chiarezza, ancora una volta. Sarà stato un caso o il caso si è rotto ancora una volta, proprio come le palle degli italiani nell’essere trattati da poveri, piccoli, decerebrati da questo Governo?

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6 Commenti

  1. La cultura della sinistra, non solo in Italia ma in tutto il mondo, è quella di comandare sempre senza mai essere votati, …e poi si definiscono “democratici”, basta vedere le ultime votazioni in USA, dove hanno votato anche i morti ecc. ecc. L’unica cultura che loro conoscono è quella della “MORTE”, e della povertà per tutti, tranne che per loro, basti vedere cantanti, attori, giornalisti, che si strappano le vesti…a parole, ma del Rolex e del conto in banca non si strappano niente. Loro vogliono tanto bene ai poveri che cercano di farne il più possibile.
    Comunque siccome “nulla si crea ma tutto si trasforma”, la storia insegna che a tirare troppo, prima o poi la corda si spezza, e allora sono guai che non si possono più controllare, ma solo subire. Meditate Democratici dei miei calzini, dire dei miei stivali mi sembra troppo onore per loro.

  2. Proprio perché la “cultura” è gestita dalla sinistra, c’è un totale decadimento di valori culturali, etica e senza critico in questo paese martoriato dall’ignoranza. Non esportiamo Cultura negli altri paesi perché non ne produciamo, si pensi che come opere letterarie viene addirittura tradotto fabio volo (come può un paese sprofondare da Dante a fabio volo?). La Cultura non è supportata, promossa, sostenuta nella giusta misura. Si pensi solo che l’unica citazione di Dante per la cultura di massa, vede il Divin Poeta scrivere la commedia sulla carta da culo della foxy, ma nessuno ha mai detto niente, si consuma sotto gli occhi di tutti il vilipendio di una nazione e la gente ride.

  3. a forza di leggere articoli e commenti come questi, che alterano tendenziosamente la verità, che sono diventato elettore di sinistra

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