Cattaneo assolto. Difendere la propria famiglia non è reato

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L'oste Mario Cattaneo con Paola Radaelli, presidente UNAVI

Giustizia è fatta. E, stavolta, si spera senza ricorsi degni di miglior causa da parte della magistratura inquirente.

Mario Cattaneo, il ristoratore di Casaletto Lodigiano a Lodi, è stato finalmente assolto anche nel processo di appello in cui è stato trascinato dopo l’assoluzione in primo grado. L’accusa era grave: eccesso di legittima difesa con conseguente morte di uno dei balordi che si erano introdotti nella sua osteria la notte del 10 marzo 2017.

I giudici della quinta sezione penale della corte d’Appello di Milano lo hanno assolto “perché il fatto non costituisce reato”. Mario Cattaneo ha ora 73 anni. Sette anni fa, a Casaletto Lodigiano aveva involontariamente ucciso con il proprio fucile da caccia un ladro di 32 anni nella sua trattoria, contigua alla casa d’abitazione. Respinta la richiesta del pg Maria Vittoria Mazza: tre anni per “l’eccesso colposo”. Le motivazioni della sentenza d’appello saranno rese note tra 90 giorni.

In primo grado era stata esclusa la volontà di Cattaneo di uccidere: l’oste di Casaletto aveva impugnato l’arma per intimidire i tre malviventi che lo avevano aggredito e massacrato di botte nel locale adiacente la propria abitazione. Abitazione nella quale dormivano sua moglie, il figlio e i nipoti. Secondo la ricostruzione appurata nel processo di primo grado, il colpo mortale era partito per una colluttazione fra Cattaneo e uno dei tre delinquenti, che aveva cercato di disarmarlo. Tuttavia né questo fatto né le circostanze – che vedono un padre di famiglia difendere ciò di più sacro esista, il proprio focolare, propria moglie, i propri figli e nipoti – aveva spinto la magistratura inquirente a desistere dal ricorrere in appello, per cercare di dimostrare che Cattaneo fosse un assassino, non un uomo messo con le spalle al muro e costretto nella condizione di dover scegliere fra impugnare un’arma e lasciare indifesa la propria famiglia.

Mario Cattaneo non è solo. Molti altri uomini come lui passano calvari giudiziari atroci e subiscono perfino condanne. Assieme a lui Graziano Stacchio, Giovanni Petrali, Franco Birolo, Guido Gianni… tutti coinvolti in processi per “eccesso di legittima difesa”. Casi che CulturaIdentità ha raccontato ai suoi lettori grazie all’opera instancabile dell’Unione Nazionale Vittime, guidata da Paola Radaelli.

Ora almeno lui, però, ne è uscito a testa alta. Dopo sette anni di tortura di Stato.

Il Diritto italiano cita come esempio di probità assoluta la “diligenza del buon padre di famiglia”. Un concetto che i nostri giuristi cento anni fa davano per scontato ma che oggi viene dimenticato se non calpestato o addirittura rovesciato. E quale maggiore diligenza avrebbe un padre oltre il difendere a ogni costo la famiglia? Dopo mezzo secolo di attacchi d’ogni tipo alla figura del padre di famiglia – con le conseguenze sulla nostra società che oggi sono sotto gli occhi di tutti – è ora di rimarginare questa ferita e restituire all’uomo che compie il suo dovere più sacro il ruolo cardinale che aveva un tempo. Il caso di Cattaneo sia il trampolino per uno slancio collettivo verso la rimodulazione della legge e del pubblico sentire nei confronti della legittima difesa, soprattutto quando condotta nell’interesse del bene supremo che trascende quello dell’individuo stesso: quello della famiglia. Il clima sembra positivo. La stessa presidente del consiglio Meloni ha espresso la sua soddisfazione per la sentenza in un tweet.

Difendendo Cattaneo e gli altri padri di famiglia come lui si fa l’interesse di tutto il popolo italiano a vivere in uno Stato di Diritto più giusto e lungimirante.

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