Città Identitarie: una grande festa la prima serata a Pomezia

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“La supercazzola? Nasce da una solenne sbornia!”. Il racconto di Gianmarco Tognazzi, Gimbo per gli amici, è uno dei momenti più intensi della prima serata del X Festival delle Città Identitarie, ospitato quest’anno a Pomezia, nella centralissima Piazza Indipendenza. Una serata densa di incontri con ospiti prestigiosi, momenti d’arte e cultura, ricordi identitari e familiari, la musica del maestro Sergio Colicchio e di Daniele Stefani. E tanto divertimento.

Pomezia, del resto, è la città del direttore di CulturaIdentità, Edoardo Sylos Labini. “In quella chiesa sono stato battezzato, nel 1972”, dice nella sua veste di anfitrione della serata, indicando la maestosa chiesa di San Benedetto Abate, capolavoro di architettura razionalista fondata lo stesso giorno della posa della prima pietra di Pomezia, il 25 aprile 1938. E si intreccia la microstoria di Sylos Labini con la grande storia raccontata dal sindaco di Pomezia, Veronica Felici, e dal direttore del Museo di Pomezia, Claudia Montano.

Le storie dei coloni che popolarono le campagne e il nucleo urbano (come la famiglia di Sylos Labini) e quelle del primo colono in assoluto, quel Enea figlio del mortale Anchise e della dea Venere, che trentadue secoli fa, fuggendo da Troia in fiamme fa rotta verso le coste laziali per ordine degli Dei, che gli comandano di tornare nella Terra di Saturno, da dove la sua stirpe aveva avuto origine eoni prima. “Proprio su queste coste nasce l’occidente” spiega Sylos Labini “e di questo dobbiamo essere orgogliosi. Per troppo tempo ci siamo quasi vergognati di raccontare i nostri eroi, e il primo nella storia è stato Enea”.

Enea è al centro dell’incontro fra Sylos Labini e Paolo Petrecca, direttore di Rai News 24. “L’immagine di quest’uomo che fugge da Troia portando con sé il padre e il figlio piccolo rappresenta l’uomo del presente che ha passato e futuro al suo fianco” dice Petrecca. Un’immagine potente, evocativa. Non a caso l’intervento del direttore di Rai News 24 – che si chiude con la lettura di un misterioso poeta dialettale romano proprio su Enea (spoiler: è Petrecca stesso) – è stato introdotto dalla prima delle intense letture di Stella Gasparri, che non poteva essere che un passo dell’Eneide di Virgilio.

Quell’Eneide che è nei ricordi scolastici di Gabriele Cirilli. Sul palco del X Festival, Cirilli porta la sua vis comica partendo dalla scuola, quando le cose “le dovevi imparare (mica come oggi, che se chiedi a un ragazzino chi è Enea ti risponde “un tronista”!)”. La cultura crea identità, ci racconta Cirilli durante i suoi monologhi. Perfino le parolacce raccontano tanto di noi italiani, di come siamo fatti e di come siamo un popolo con infinite, bellissime sfaccettature.

Ognuna di queste sfaccettature è proprio un simbolo identitario. Di cui è parte un altro dei protagonisti della serata: Ugo Tognazzi, raccontato da suo figlio Gianmarco.

Tognazzi, il mattatore, l’uomo venuto dal nord, da Cremona, che si stabilisce fra Torvajanica e Velletri (dove ancora sorgono i vigneti di famiglia, oggi rinomata cantina enologica, “la Tognazza”) e che fu contemporaneamente uomo dell’identità e dell’innovazione. Lo vediamo attraverso la sua passione per la cucina – la ricetta della amatriciana letta da Stella Gasparri – dove, ci racconta Gianmarco, anticipa quello che sarà la moda del “km zero” e del cibo di qualità. Tognazzi compra vigneti, uliveti, realizza frutteti, orti e pollai per avere sempre materie prima di qualità. Le sue serate culinarie hanno fatto epoca, come le “ultime cene” in cui dodici commensali erano tenuti a giudicare le pietanze proposte loro da Ugo. “L’idea era di Paolo Villaggio: dare un voto a ciascun piatto. Si partiva da “ottimo”, “buono”, “decente”, poi c’era “cattivo”, “cagata” e “cagata pazzesca”. Tu potevi dire a Ugo che un suo film non ti era piaciuto per nulla e non avrebbe fatto un plissé, ma se gli davi un “cagata pazzesca” alla sua reinterpretazione di faraona al forno era capace di chiudersi in camera abbandonando i commensali” racconta Gianmarco Tognazzi al pubblico che riempie Piazza Indipendenza.

La storia familiare dei Tognazzi a Torvajanica, con quel “villaggio” informale che ha poi ricevuto dal comune di Pomezia un’investitura ufficiale, non può non passare per lo “Scolapasta d’oro”. Lo scanzonato torneo di tennis organizzato per scherzo da Ugo Tognazzi, a cui ben presto parteciparono decine e decine di improbabili tennisti provenienti dal mondo dello spettacolo. “Dopo un po’, erano talmente tanti che si dovettero organizzare le squadre”, racconta Gianmarco. Fra spaghettate e vino di Velletri, le partite a tennis erano la scusa per creare incontri, far conoscere nuovi talenti e mostri sacri affermati. Tanti volti dello spettacolo italiano sono nati durante quei tornei. Così come memorabili scene della storia del cinema, favorite dal vino dei vigneti di famiglia. “La supercazzola, o supercazzora, perché non ha una ortografia definita, per sua natura – spiega Gianmarco – nasce proprio in una serata in cui Tognazzi, Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli (gli autori di “Amici miei”) – stavano cercando di vergare qualche battuta per il film di Monicelli. Alle tre di mattina, ubriachi all’inverosimile del vino di casa, stavano prendendo appunti sulle parole biascicate da Ugo: “Segna, segna… supercazzora… antani…” diceva Ugo quasi incomprensibile”.

Le cene di Tognazzi nella sua villa a Torvajanica erano dunque una fucina in cui nasceva il cinema e lo spettacolo italiano. Ma come conseguenza non ricercata. Ugo voleva veramente quelle cene nel senso più italiano che si può dare allo stare a tavola: condividere qualcosa di buono. “Non a caso mio padre insisteva perché si fermassero a tavola con lui anche le persone che capitavano a casa nostra per lavoro: il muratore si sedeva insieme a Monicelli o Vianello. I cancelli di casa nostra erano là giusto per bellezza, perché erano sempre aperti”.

Cosa c’è dunque di più italiano delle storie raccontate in questa prima serata? Arte, storia, lavoro, buona tavola, famiglia (anzi, famiglie al plurale, come spiega Gianmarco nell’illustrare la complessa ma sempre serena vita domestica di Ugo, con le sue tre fiamme e i suoi quattro figli), ironia. La chiave per una vita bella: parola di Gabriele Cirilli, che conclude la serata ricordando il suo esordio proprio grazie al “Premio Tognazzi” nel 1997. Cirilli, fra gli applausi del pubblico, spiega che proprio il 5 luglio celebra i 40 anni insieme a sua moglie. Una relazione che il comico di Sulmona racconta con gag e battute, e che scalda il cuore alla platea prima della conclusione di questa prima serata, affidata alla voce di Daniele Stefani. Essere italiani è davvero una bella cosa.

Appuntamento questa sera per la seconda serata del X Festival delle Città Identitarie, dalle 19 all’area archeologica dell’antica Lavinium e poi alle 21 e 30 in piazza Indipendenza a Pomezia.
Clicca qui per vedere il programma.

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