L’Aquila

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L’Aquila, la Fenice del Centro-Sud torna a splendere

Dopo essere stata quasi distrutta dal sisma la città conosce un nuovo sviluppo

“Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia. Ma quel che era bello era l’autunno per andare a caccia nei boschi di castagni”. Sono le parole che, negli anni ’50, usava lo scrittore Ernest Hemingway per raccontare L’Aquila, la città bella, la città dei leggendari 99 castelli, che poi erano 60, delle 99 cannelle, grande centro del Regno di Napoli, poi Regno delle Due Sicilie. La città del Primo Giubileo della Chiesa Cattolica, la città dei Santi, dei grandi devastanti terremoti, almeno uno ogni cento anni, dei saccheggi e dei moti rivoluzionari, prigione di Benito Mussolini a Campo Imperatore, dei moti partigiani e, infine, delle grandi ‘rinascite’. L’ultima, quella cominciata nel 2009, dopo l’ultimo disastroso sisma che, in una manciata di secondi, ha raso al suolo tutto il centro storico, con centinaia di morti. Una città che si porta sulle spalle la polvere di 766 anni di storia, di vicende, di grandi scontri, che pure hanno contribuito allo sviluppo e alla crescita non solo di una regione, l’Abruzzo, ma dell’Italia stessa, divenendo capofila, addirittura già nel Quattrocento, del commercio della lana e dell’oro giallo abruzzese, lo zafferano, ancora oggi punta di diamante dell’economia locale, che permise al territorio di estendere i propri rapporti ben oltre i confini di città come Firenze, Genova o Venezia, ma raggiungendo, addirittura, la Francia, l’Olanda e la Germania. Ma la storia della città risale a ben prima dell’anno della sua fondazione ufficiale, il 1254, e la prima testimonianza è resa da quel Mammuth tornato alla luce nel 1954 a Scoppito e risalente a un milione e trecentomila anni fa. Tanta acqua è passata sul selciato della città, tante quante le stesse sorgenti che attraversano il capoluogo e che pure hanno ispirato il nome stesso del centro, che vanta un passato di fede e di guerrieri. La fede, quella che lega la storia dell’Aquila alla figura dell’eremita Pietro da Morrone, papa Celestino V, padre della Perdonanza, e ai tre grandi santi francescani che hanno attraversato la città, San Bernardino da Siena, San Giovanni da Capestrano e San Giacomo della Marca, fino ai Padri Gesuiti che nel Seicento hanno realizzato l’Aquilanum Collegium, il nucleo fondativo dell’odierna Università dell’Aquila. E poi la città, appunto, teatro delle grandi battaglie della storia, da Manfredi a Carlo I d’Angiò, dagli Aragonesi con il condottiero Fortebraccio sino a Filiberto d’Orange e Margherita d’Austria che tornò in Italia nel 1568 proprio per dedicarsi all’amministrazione diretta dei feudi abruzzesi del Regno. Perché L’Aquila non è solo la ‘città del terremoto del 2009’, dei 309 morti, dei 1.500 feriti e dei 65mila sfollati. L’Aquila è la Fenice, è forse la prima città del centrosud Italia, andata quasi completamente distrutta da un terremoto tra l’8° e il 9° grado della scala Richter, che pure si è rialzata, difendendo il proprio ruolo, la propria dignità. Oggi sta vivendo una fase di ricostruzione diversa che sta determinando un’estensione longitudinale del territorio stesso, ma che pure non perde d’occhio il suo obiettivo: non disperdere quel patrimonio umano che è la ricchezza stessa della città e che sempre, in oltre settecento anni di storia, le ha permesso di rialzare la testa, mantenendo fede a quel proverbio italiano secondo cui ‘Roma la Santa, L’Aquila la Bella, Napoli la Galante’.
Patricia Fogaraccio

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