Angelo Crespi: “Basta con l’arte orrenda, torniamo a parlare di Bellezza”

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Per il critico d’arte e curatore Angelo Crespi è ora di ribellarsi al divieto diabolico di usare certe parole

Angelo Crespi, 51 anni, direttore del settimanale il Domenicale dal 2002 al 2009, appassionato e critico d’arte, è noto per le sue battaglie contro l’arte contemporanea hard.

Angelo, per te è un’ossessione?

«Quasi, vedo cose orrende e non riesco a trattenermi. Siamo passati in un secolo dal concetto di belle arti a quello di brutte arti».

Eppure di mestiere curi mostre di arte contemporanea.

«Diciamo che tra le cose che faccio sostengo artisti, vivi e dunque contemporanei, fuori dalle logiche dell’arte contemporanea cool che, si badi, è uno stile e non una definizione cronologica».

Ti sei specializzato nella figurazione

«In parte. Amo anche la pittura astratta, in generale prediligo la pittura-pittura. Odio il concettuale, lo sgunz».

Un neologismo che hai coniato per questo tipo di arte

«Un termine quasi onomatopeico: è lo stupore misto a disgusto che molta arte concettuale genera nello spettatore. Lo sgunz è una cosa che la gente normale guarda con sospetto, ma che deve plaudire per non sembrare ignorante. Io preferisco l’arte che si capisce, che si può guardare con gli occhi senza doverla ascoltare con le orecchie. Mi piace l’arte ancora legata all’estetica, un’arte democratica che tutti possono giudicare con gli occhi senza sovrastrutture teoriche».

E’ una questione linguistica, cioè di potere.

«Certo, i curator usano una neolingua incomprensibile per spiegare cose senza senso che però valgono in quanto costano».

L’arte contemporanea vale perché costa?

«E’ così. L’arte antica costava perché valeva, quella contemporanea è accreditata dal mercato».

Sei contro il mercato?

«No, se fosse un mercato perfetto, ma è un oligopolio dove pochissimi collezionisti speculatori fanno salire il prezzo delle opere di una manciata di artisti, per lucrarci».

E dopo il covid?

«Un mercato in forte contrazione, nel 2019 valeva complessivamente 60 miliardi di euro. Ora bisognerà vedere: chiuse le fiere che erano il fulcro della transumanza dei collezionisti, in difficoltà le gallerie, in difficoltà i musei».

Potrebbe cambiare qualcosa?

«Forse; io consiglio sempre di comprare arte bella o almeno qualcosa che piace, se l’opera non si apprezzerà nel corso degli anni almeno ne avremmo goduto il senso, avremmo staccato quello che gli economisti definiscono un “dividendo estetico”».

L’arte contemporanea è dunque tutta da buttare?

«No. Nel silenzio, lontano dal rumore dell’epoca, molti artisti proseguono sulla via della vera arte, quella che mira alla bellezza, al senso, alla trascendenza e non all’orrore degli istinti più vili».

Usi spesso il termine Bellezza, non ti sembra fuori moda?

«L’arte orrenda e acclamata in quanto orrenda è frutto del nichilismo della nostra epoca; il divieto di usare parole è invece frutto del politicamente corretto che è una variante del relativismo. La parola Bellezza, come altre, non deve essere usata. C’è qualcosa di diabolico in questo divieto. Io invece penso che la Bellezza sia un valore, non solo estetico, ma politico: si pensi alla salvaguardia del paesaggio e della natura, solo la Bellezza ci induce alla conservazione, mentre sono inutili le intemerate etiche dell’ambientalismo globalista. Solo in quanto amo una cosa, credendola bella, la custodisco, e non mi riferisco alla bellezza facile del pittorialismo, bensì alla vera bellezza che è la verità della cosa».

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