Gianni Vattimo: “La didattica a distanza? Mi terrorizza”

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ilgiornale.it

Storico esponente del post-modernismo, teorizzatore del pensiero debole, interprete di fama internazionale del pensiero di Nietzsche e di Heidegger, Gianni Vattimo, 84 anni, si è sempre dichiarato “comunista”, pur assumendo questa definizione con accezioni fortemente eterodosse e rivendicando il proprio cristianesimo in una forma “secolarizzata” che attenua l’idea di Dio come “assoluto”. Più volte parlamentare europeo, ci ricorda che con la scuola ha vissuto “una breve esperienza diretta, molto particolare: prima di laurearmi insegnavo in una scuola aziendale di ispirazione cattolica, con alunni che provenivano da famiglie molto povere”.

Professore, secondo molti autorevoli commentatori la scuola italiana rappresenta, a prescindere dalle problematiche sorte con la pandemia, una delle principali emergenze del paese. Quali sono, a suo avviso, i principali problemi da affrontare?

Credo che siano innanzitutto dei problemi di ordine materiale, dovuti alla scarsità di risorse economiche investite nella pubblica istruzione, che genera disfunzioni sotto il profilo organizzativo e infrastrutturale.

Di chi è la colpa?

Io direi soprattutto della politica che dedica alla scuola scarsa attenzione.

E i docenti?

Il mio giudizio sui docenti italiani è in generale positivo, poi è chiaro che l’entusiasmo scema se si è malpagati e si hanno pochi mezzi a disposizione. D’altronde lo ha dimostrato anche il covid…

Cosa?

che anche le varie difficoltà che gli istituti stanno incontrando nella fase di riapertura dell’anno scolastico, dopo il lungo lockdown, hanno una origine molto più antica e di ordine materiale: immobili vecchi e talvolta fatiscenti, classi sovraffollate… Tutto questo rimanda
a problemi pregressi e di natura essenzialmente economica. Molti, però, accusano i sindacati dei professori di essere una delle principali cause della decadenza…Non ho esperienze dirette in proposito, non ho mai diretto una scuola, né fatto sindacato. Penso, tuttavia, che i sindacalisti facciano il loro mestiere, tanto più in un settore, che, come dicevamo, avrebbe bisogno di maggiori investimenti. Fino a una decina d’anni fa lo studente italiano medio poteva vantare una preparazio ne superiore a quella di un francese, di un inglese o di un tedesco. Oggi non è più così.

Cos’è successo?

Effettivamente i nostri ragazzi potevano vantare un tempo una certa superiorità, soprattutto a livello di preparazione di base. Ho insegnato in America e ricordo perfettamente che gli studenti anglosassoni mi sembravano assai meno ricettivi dei nostri. La tradizione italiana è sempre stata rigorosamente umanistica e questo rendeva i nostri alunni intellettualmente più duttili.

Quando parla di “tradizione italiana” intende “tradizione gentiliana”?

Senza dubbio. Essa fu oggettivamente la migliore dell’epoca e resta tuttora insuperabile. Essersene discostati non ha giovato, dunque, alla qualità della nostra didattica…

Lei sta parlando con un accanito sostenitore dell’importanza del liceo classico…Forse c’è stato uno scadimento anche della scuola elementare nel nostro paese?

Un tempo l’Italia poteva vantare una scuola elementare estremamente efficace. La qualità di maestri e maestre era molto alta. Poi abbiamo assistito ad una de-qualificazione del personale docente, attualmente assai malpagato.

Parlo contro i miei interessi, per quanto oggi io sia in pensione, ma credo che per il loro ruolo sociale i maestri elementari dovrebbero essere pagati più dei professori universitari.Certo i magri stipendi rendono poco attrattivo l’insegnamento nella scuola primaria e i migliori preferiscono intraprendere altre carriere…Le dico una cosa: una civiltà si valuta da quanto paga e dall’importanza che riconosce ai maestri elementari e nel nostro paese, attualmente, essi sono considerati alla stregua di custodi di greggi. Più in generale, molti danni all’istituzione scolastica li ha fatti il Sessantotto, forse bisognerebbe tornare a Gentile…Molti dei ragazzi del Sessantotto avevano motivazioni positive, desideravano costruire una scuola più viva e creativa: purtroppo rispetto al modello gentiliano hanno spesso prodotto sconquassi. Non credo, però, sia possibile tornare a quel modello e, nonostante l’ammiri, vorrei qualcosa di diverso: una scuola menomassificata e con più articolazioni interne…Mi piacerebbe una “scuola di prossimità”.

E invece il covid ha accelerato un processo opposto che prelude, per certi aspetti, a una vera è propria mutazione del paradigma socio-antropologico: la scuola sembra essere diventata, infatti, il banco di prova dei cambiamenti che ci condurranno all’uomo digitale. Lei cosa ne pensa?

Il peggio possibile, evidentemente. La didattica a distanza coltiva l’ideale del docente-robot, una sorta di macchina: tu schiacci un bottone e il docente-robot ti fa una lezione. Stiamo parlando della negazione della scuola.

Perché?

Perché così si perde completamente il rapporto umano tra docente e discente che è alla base dell’insegnamento, nonché quello tra compagni di classe. Capisco la razionalità della scelta nella fase dell’emergenza sanitaria, ma se un simile sistema diventa la normalità della scuola non resta più nulla. E’ una cosa che mi terrorizza, non riesco nemmeno a figurarmela.

È l’ultimo stadio del dominio della Tecnica di cui parla Heidegger…

…già la Tecnica, ma credo si tratti soprattutto di Economia. Io non credo che la Tecnica abbia un suo sviluppo autonomo, ci sono ragioni di utilità economica che la dirigono in un senso piuttosto che un altro. Martin Heidegger vedeva nella Tecnica un demone in grado di autodeterminarsi, ma la domanda che dobbiamo porci è: chi la spinge verso la disumanizzazione? Chi ne trae vantaggi economici

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