Da nord a sud grande entusiasmo intorno al nostro movimento

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Oltre tre ore di dibattito. Un clima di grande euforia, utile a rinnovare la sfida che Edoardo Sylos Labini e il suo movimento hanno lanciato oltre tre anni fa dal palco del teatro Manzoni di Milano fondando CulturaIdentità.

Questa volta il palcoscenico è quello della Sala Umberto nel centro di Roma, dove sono confluite le delegazioni del movimento, praticamente da ogni regione d’Italia, per riflettere tutti insieme intorno al Manifesto della Cultura e ai cinque punti su cui si sviluppa. Ogni punto è stato affidato alla voce di chi ha dimostrato di saper uscire dal coro, la regia è quella del presidente fondatore, che mai in questi anni ha risparmiato energie e risorse. Così che il tema dell’Identità è stato affidato a Marco Gervasoni, quello della Valorizzazione a Francesca Barbi Marinetti, mentre sull’Innovazione ha svolto la sua relazione Matteo Brandi e in ultimo Federico Mollicone e Paolo Asti, hanno parlato di Sussidiarietà e Circolarità della cultura. Un manifesto è tale se qualcuno comincia a sottoscriverlo e non a caso, la sera precedente, dopo lo spettacolo Il Sistema, è arrivata la firma prestigiosa di Enrico Michetti, candidato a diventare il primo cittadino di Roma. Altre arriveranno nei prossimi giorni. Segno che anche questa volta il movimento non ha sbagliato, non solo i contenuti, ma neppure i tempi in cui declinarli.

Ma prima di cominciare il dibattito ha portato il suo saluto ed è intervenuta sui tema delle identità dei popoli la principessa Soraya dell’Afghanistan, nipote del re Amanullah, riconosciuto come grande modernizzatore del Paese, deposto nel 1929 da una rivoluzione e della regina Soraya, considerata tra le 100 donne più influenti del ‘900, a cui nel 1927 dedicò la copertina Time Magazine. Un intervento il suo, capace di spiegare con semplicità le ragioni dei popoli in difesa della propria identità proprio in un momento così delicato per il suo paese. Proprio sui contenuti si è sviluppato il dibattito con il contributo portato da ogni singolo intervento giunto, non solo dei dirigenti locali, ma anche di amministratori e sindaci che hanno rinnovato nei confronti del movimento e i temi della cultura, la loro sensibilità già mostrata in questi anni.

Impossibile citare tutti gli intervenuti dalla Calabria alla Lombardia, dalla Liguria all’Emilia, dal Lazio al Molise alla Toscana con la sempre presente Ciociaria. Ma con quali conclusioni ognuno di noi ha lasciato Roma? Intanto che il movimento non solo è vivo e vegeto, ma ha capacità di relazione, proposta, analisi e sunto e di battersi per ciò in cui crede. Ma che soprattutto un nuovo sasso è stato lanciato nello stagno della politica culturale del nostro Paese. Attenzione, non nella cultura italiana, ma di chi se ne deve occupare, non solo per preservarla ma rilanciarla. Con quali direttrici? Quelle del Manifesto Culturale e dei suoi cinque, volutamente, semplici punti su cui non è dato ne ammesso continuare a sbagliare.

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