Depero, il futurista di confine e la città che scelse come patria

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C’è un punto, in Vallagarina, dove l’Adige scende veloce tra le montagne e l’Italia diventa una soglia: da sempre, qui, si entra e si esce dal Paese. Rovereto è una città di confine, una terra di mezzo contesa per secoli: il suo castello lo alzarono i signori della valle, lo migliorarono i veneziani, lo presidiarono infine gli austro-ungarici. Una sola pietra, sopra tante bandiere diverse. Ma un confine non è soltanto una linea che divide; è anche il luogo in cui le tradizioni si confondono e si mescolano.

Nel Settecento la seta rende ricca la città, e con la ricchezza arrivano i libri, le idee, la curiosità del mondo: la chiamano l’Atene del Trentino. È in questa piccola capitale culturale ai piedi delle Alpi che, ancora ragazzo, arriva con la famiglia un giovane destinato a diventare uno dei più originali artisti del Novecento europeo.

Fortunato Depero nasce il 30 marzo 1892 a Fondo, in Val di Non, sotto l’impero austro-ungarico. Descrive così la sua terra d’origine: «un altipiano di prati e selve oscure di larici ed abeti, una vallata di castelli e santuari». I suoi primi maestri, dirà, sono i boschi, «saturi di succhi balsamici che mantengono il corpo duro come le rocce e lo spirito limpido e diamantino come le vette». Il padre è un gendarme molto religioso che «si infiamma per un nonnulla»; la madre, una cuoca, è «tutta occhi e cuore».

A Rovereto Depero studia alla Scuola Reale Elisabettina. La città, per le sue ambizioni, è ancora troppo provinciale: tenta di entrare all’Accademia di Belle Arti di Vienna, una delle istituzioni più esclusive dell’impero, ma viene respinto. Deve accontentarsi di fare il garzone da un marmista, incidendo lapidi funebri. Non è tempo perso. Quella padronanza precoce della materia — il peso, il volume, la solidità del marmo —, resterà nel suo occhio per sempre, e farà della sua pittura, negli anni a venire, una pittura prepotentemente volumetrica. All’inizio, del resto, Depero si presenta al mondo come scultore.

La svolta è a Roma. Nel dicembre del 1913 si ferma davanti alle opere di Umberto Boccioni, l’artista che sa fondere tutte le arti in una sola. Depero guarda, e capisce che tutto ciò che ha fatto fino a quel momento, ispirandosi al passato, non basta più.

Ma l’incontro decisivo è con Filippo Tommaso Marinetti in persona. È Marinetti a introdurlo nell’atelier di Giacomo Balla, che diventa il suo maestro: un mondo rumoroso, veloce, insolente.

L’11 marzo 1915 Depero firma con Giacomo Balla un manifesto dal titolo programmatico: Ricostruzione futurista dell’universo. Non si tratta più di dipingere quadri o scolpire statue, ma di riplasmare in chiave futurista ogni ambito del vivere: gli oggetti, i mobili, i giocattoli, i vestiti, gli spazi. Ricreare il mondo intero — colorato, luminoso, gioioso.

Depero, uomo pragmatico, ne trae una conseguenza che sarà la chiave di tutta la sua opera: quel programma è realizzabile solo se esce dalle gallerie e dai musei per servirsi delle arti applicate. L’arte deve entrare nella vita di tutti i giorni. Sono di questi anni i suoi primi complessi plastici, strutture meccaniche mobili, e i Balli plastici del 1918, spettacolo di marionette realizzato con lo scrittore svizzero Gilbert Clavel: un teatro senza attori, popolato di automi luminosi.

Quando torna a Rovereto, Depero sposa Rosetta Amadori. Sarà la donna della sua vita e molto di più: una collaboratrice artistica a tutti gli effetti. Insieme dirigono le cucitrici locali, e dalle loro mani nascono arazzi, cuscini, giocattoli, mobili, le celebri tarsie in panno — veri e propri mosaici di stoffa, oggi il nucleo più prezioso della sua eredità. È l’arte futurista che entra nelle case della gente, che diventa qualcosa che si può toccare, usare, tenere tra le mani.

Nel 1919 Depero fonda a Rovereto la Casa d’Arte Futurista: un laboratorio di arti applicate, design e pubblicità che funziona, con mezzo secolo di anticipo, come una moderna agenzia di comunicazione. Il suo quartier generale creativo è il salone di Casa Keppel, lungo via Santa Maria, che nel febbraio del 1923 copre di affreschi per una veglia futurista.

Qui Depero mette a fuoco un’intuizione che lo colloca fra i pionieri del design del Novecento: che la grafica è arte, che un manifesto appeso per strada vale quanto un quadro in un museo. Forse addirittura di più, perché lo vedono tutti.

Arrivano gli anni Venti, arriva la pubblicità: Strega, Magnesia San Pellegrino, le biciclette Bianchi, la Società del Gas, e soprattutto Campari. Per la ditta milanese di Davide Campari, Depero disegna manifesti dal lettering aggressivo e dalle composizioni dinamiche, e nel 1931 pubblica il Manifesto dell’arte pubblicitaria futurista, in cui teorizza un’arte non più «pura» e disinteressata, ma utilitaristica, al passo con l’industria.

La messa in pratica di quella teoria arriva l’anno dopo, nel 1932, ed è un’icona assoluta: la bottiglietta conica del Campari Soda. Un tronco di cono di vetro smerigliato, senza etichetta, dove il solo rosso intenso del liquido fa da marchio. Un calice rovesciato che chiama in causa tutti i sensi, la vista del colore, il tatto del vetro ruvido, la presa sicura e che, novant’anni dopo, è ancora in produzione, immutato.

Ma il capolavoro editoriale è del 1927: il Depero futurista, passato alla storia come Il libro imbullonato, tenuto insieme da due veri bulloni meccanici, che anticipa di decenni il design del libro d’artista. Un oggetto che è già, di per sé, un’idea.

  È il settembre del 1928. Fortunato Depero sale su una nave con Rosetta e un baule pieno di arazzi, manifesti, bozzetti, idee. Va in America. Non è una fuga: è una conquista, o almeno così la pensa lui. Ha trentasei anni, ha già fatto tantissimo, e adesso vuole portare la sua arte dall’altra parte dell’oceano. Per un futurista, New York dovrebbe essere il paradiso. La descrive, al suo arrivo, con parole rapite: «I grattacieli offrono prospettive audacissime, solo ingombre di meccanismi pubblicitari e luminosi… réclame esuberanti ed enormi! Luci che piovono, scoppiano e girano vertiginosamente, trascinando la fiumana di folla in un ritmico flusso e riflusso di mille colori».

Apre la Depero’s Futurist House, lavora per il Roxy Theatre — uno dei teatri più grandi e sfarzosi della città —, e firma copertine per testate prestigiose come Vogue, Vanity Fair, il New Yorker. Il suo nome comincia a circolare. Ma New York è una città che ti consuma, che prende quello di cui ha bisogno e poi passa oltre, sempre veloce, senza sapere dove: «Parlare in fretta, salutare in fretta, visitare in fretta, affari in fretta, vestirsi in fretta, bagno in fretta… Uscire di casa in fretta. Prendere un treno elevato in fretta. Discendere nella subway in fretta. Traversare le strade affollatissime in fretta, mangiare in fretta».

Poi, nel 1929, crolla tutto. La Grande Depressione si abbatte sull’America come un’ondata, e Depero si ritrova solo, in una città che non ha tempo per lui. Guarda i grattacieli, guarda la folla che corre per le strade senza guardare nessuno, e capisce che quella velocità che aveva amato da lontano, da vicino è soltanto indifferenza. Nel 1930 rientra in Italia. È la fine di un sogno, ma anche l’inizio di una consapevolezza: che forse il futuro non stava dall’altra parte dell’oceano. Che forse stava ancora lì, tra le montagne del Trentino, dove tutto era cominciato.

  Il Depero che torna dall’America non è più lo stesso. Riscopre il mondo trentino, la sua tradizione artistica, il folklore; riscopre la campagna contro la città, e cambia perfino l’uso dei colori. Questa riconciliazione con la patria locale e con la tradizione lo avvicina, come molti intellettuali del tempo, al fascismo — un capitolo che la critica ha a lungo usato per relegare il suo «secondo Futurismo» nella zona d’ombra dei movimenti minori, e che merita di essere raccontato senza reticenze e senza processi sommari.

Sono gli anni in cui lancia il manifesto sull’Arte nucleare (1951), allestisce e decora la sala del consiglio della Provincia autonoma di Trento (1953-1956) e polemizza con la Biennale di Venezia, accusandola di censurare il Futurismo dopo il 1916. Accusa peraltro fondatissima. Ma erano anni, alquanto oscuri, in cui l’arte emersa in epoca fascista veniva definita arte fascista tout court.

Tra il 1947 e il 1949 torna una seconda volta in America: anche questa è un’esperienza amara, perché oltreoceano il Futurismo è ormai associato al fascismo, e gli spazi per un artista come lui — che pure ne aveva preso le distanze —, si sono fatti stretti.

È allora che Depero compie il gesto che lo lega per sempre a Rovereto. Nel 1957 firma una convenzione con il Comune: in cambio dei tre piani di un antico edificio del centro storico — già ospizio, poi Monte di Pegni —, si impegna a lasciare alla comunità un fondo di circa tremila opere.

Progetta ogni dettaglio di persona: i pannelli dipinti, i mobili, i mosaici, i rivestimenti. Il primo agosto 1959 la Galleria Museo Fortunato Depero apre le porte. È il primo e unico museo in Italia fondato da un futurista: forse l’unico al mondo. Un cortocircuito temporale di straordinaria originalità — l’arte del futuro sistemata dentro un edificio medievale.

Depero non farà in tempo a completarlo. Muore a Rovereto il 29 novembre 1960, poco più di un anno dopo l’inaugurazione, lasciando numerosi schizzi della struttura ancora da realizzare.

Il museo, in parte incompiuto, viene gestito dalla moglie Rosetta prima di passare definitivamente alla municipalità. Nel 1989 entra a far parte del Mart, il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto — il più importante d’Italia nel suo genere, ospitato dal 2002 nell’edificio-piazza progettato da Mario Botta con Giulio Andreolli. Il 17 gennaio 2009, per il centenario del Futurismo, la Casa d’Arte Futurista Depero riapre restaurata dall’architetto Renato Rizzi, che ne recupera gli spazi originali e li completa con due nuovi livelli ispirati al gusto dell’artista.

  Resta, sullo sfondo, la contraddizione più affascinante. Depero era convinto che l’arte dovesse entrare nella vita, non chiudersi in un museo. Eppure proprio lui, alla fine, un museo lo costruisce, e vi dona tutto sé stesso. Ma forse non è una contraddizione: la sua Casa d’Arte non è un mausoleo, è un manifesto abitabile, l’ultima delle sue opere totali. E il gesto di consegnarla a una piccola città di quarantamila abitanti, ai piedi delle Alpi e lontana dai grandi circuiti, era prima di tutto una scommessa: che Rovereto sapesse custodire e valorizzare quell’eredità. A giudicare da ciò che il Mart è diventato, è una scommessa vinta.

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