Ecco come è nato il vero presepe

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Una storia che va dai Vangeli canonici e apocrifi fino alla prima mangiatoia rietina

Quasi tutti conoscono l’episodio del primo presepe che la storia ricordi, quello ideato da san Francesco a Greccio, in provincia di Rieti. Il poverello d’Assisi, da poco tornato dalla Palestina, dopo aver visitato Betlemme, intese rievocare la scena della Natività; Tommaso da Celano, curatore della prima biografi a del santo, così descrive l’avvenimento: “Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme”. Non può essere ignorata la modalità adottata da san Francesco per ricordare la nascita del Bambino. Infatti, le fonti a cui attinge, probabilmente, non erano costituite solo dai Vangeli canonici, si può, invece, supporre che conoscesse anche quelli apocrifi , da cui trasse alcune suggestioni evocative. Tra i quattro evangelisti, Marco e Giovanni non fanno menzione, nei loro testi, dei primi giorni di vita di Gesù. Matteo(2, 11)ambienta l’incontro tra i Magi e il Salvatore all’interno di una casa; solo Luca (2, 7) racconta che Maria, dopo aver dato alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, senza specificare dove la mangiatoia si trovasse e, soprattutto, senza accennare ai due animali, il bue e l’asino, che troviamo immancabilmente in ogni moderno presepe. Diverse, oltre che più dettagliate, sono le informazioni, sull’argomento, che possiamo leggere in due Vangeli apocrifi . Il primo, il Protovangelo di Giacomo (18, 1), colloca la nascita di Gesù in una grotta: “Trovò [Giuseppe] quivi una grotta: ve la condusse [Maria], lasciò presso di lei i suoi fi gli e uscì a cercare una ostetrica ebrea nella regione di Betlemme”. Successivamente (22, 2), il testo apocrifo inserisce sulla scena del racconto la mangiatoia: “Maria, avendo sentito che si massacravano i bambini, prese il bambino, lo fasciò e lo pose in una mangiatoia di buoi”. Tuttavia, la presenza del bue e dell’asino si deve al racconto di un altro apocrifo, il Vangelo dello Pseudo-Matteo. In questo testo, dopo aver affermato che il Bambino aveva visto la luce in una grotta (13,1), lo Pseudo-Matteo introduce, in uno scenario mutato, i due animali (14, 1): “Tre giorni dopo la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, la beatissima Maria uscì dalla grotta ed entrò in una stalla, depose il bambino in una mangiatoia, ove il bue e l’asino l’adorarono”. La scarsa attenzione prestata alla Natività nei testi canonici, rispetto agli apocrifi , desta curiosità, ma, forse, si può spiegare con il maggiore interesse, da parte dei primi cristiani, riguardo l’attività di predicazione di Gesù adulto; attenzione che pose al centro della narrazione della sua nascita miracolosa soprattutto la verginità di Maria, trascurandone i dettagli dello scenario in cui essa ebbe luogo. Tornando al presepe di Greccio, nel 1223 san Francesco ne realizzò la prima rappresentazione, non senza aver chiesto l’autorizzazione a papa Onorio III, un papa le cui origini sono ancora misteriose; sembra, infatti, da recenti studi, che il pontefice, solitamente ritenuto nativo di Albano (dal XIX sec. Albano Laziale), non appartenesse in realtà alla famiglia dei signori di quella terra, i Savelli. Il termine usato per la Sacra rappresentazione deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia. Il che fa intendere come il focus di tutta la rappresentazione fosse appunto il luogo della “esposizione” del Bambino divino. San Bonaventura da Bagnoregio, secondo biografo di san Francesco (Legenda maior), recuperando quanto descritto da Tommaso da Celano, a proposito dell’evento di Greccio, scrive: “I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia, Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo”. Azzardo un parallelo, del quale non posso, però, sostenerne l’origine dalla volontà francescana, tra due momenti fondamentali e fondativi del Cristianesimo: la Natività e l’Eucarestia, intesi nella visione mistica di Francesco d’Assisi. Il santo “rivoluzionario” volle ricordare come i due misteri riguardanti la manifestazione Divina, quella del figlio di Dio che nasce dalla Vergine e quella dell’ostia consacrata che si trasforma realmente nel Corpo di Cristo, esprimono i due momenti più alti della fede. Lo fece a suo modo, mostrando come l’essenza del Verbo non risieda nella ricchezza: basta, infatti, una mangiatoia, umile strumento utilizzato da pastori e contadini, per celebrare la presenza di Dio nel mondo, sia nel ricordo della Natività, sia nella celebrazione della Messa, come fece Francesco a Greccio, sulla mangiatoia usata come altare, nel suo culmine rituale, quello del corpo di Cristo che si fa pane per i fedeli. Da quel lontano 1223 è passato molto tempo, i nostri presepi sono molto diversi da quello originale di Greccio. Oltre alla Sacra Famiglia, ai Magi, ai pastori e alla stella cometa, troviamo spesso una vasta umanità che accompagna, in scenari spesso somiglianti agli antichi borghi italiani, il Bambino appena nato. Eppure non riusciamo a considerare questa trasformazione “scenica” come una incomprensione o, addirittura, un tradimento degli intenti originali di san Francesco; la presenza natalizia del presepe, nelle nostre case, esprime, invece, la volontà di riattualizzare, ogni anno, nel magico momento solstiziale, una tradizione in grado di rafforzare l’identità culturale e spirituale di una comunità.

A NATALE REGALA CULTURAIDENTITA’

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