Gennaro Sangiuliano: “il problema è il mainstream, cioè il politicamente corretto”

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“Sai perché i giornali non vendono? Perché non sono più credibili: guarda come è finita in una bolla di sapone la storia sul Russiagate. Una bufala colossale”.

Non ha dubbi Gennaro Sangiuliano napoletano, ex direttore del Roma e vicedirettore di Libero, per nove anni vicedirettore del Tg1 dal 31 ottobre direttore del Tg2, con la sicurezza di chi ha gli ascolti che gli danno ragione: il giornalismo è in crisi non solo per l’epocale passaggio tecnologico ai nuovi media, ma soprattutto perché “ha perso la sua stella polare, ovvero la rappresentazione fedele dei fatti ancorata il più possibile alla verità”.

Cosa si preferisce fare invece?

Si punta a piegare i fatti a costruzioni precostituite. Un tempo non lo facevano nemmeno le riviste politicamente schierate come La Voce di Prezzolini o l’Ordine Nuovo di Gramsci. La stessa Unità, che negli anni ’70 vendeva un milione di copie, pur essendo il quotidiano del PCI riportava innanzitutto notizie. Oggi esistono testate di sinistra che fanno pura letteratura.

E la Rai? C’è chi dice che la “Rai del cambiamento” si sia fermata a Sangiuliano…

Cambiare la Rai è un falso problema: il vero problema è il mainstream, la rappresentazione della realtà che ci viene propinata dal Partito Unico del Politicamente Corretto, che porta avanti le sue tesi senza verificarle empiricamente…

…e non ammettendo critiche… A tal proposito, ritieni che le tue idee ti abbiano penalizzato in passato?

Sì. La mia è stata spesso una carriera “controcorrente” e, talvolta, sono rimasto un passo indietro a persone che avevano meno titoli e credenziali di me. Va detto che la RAI ha tante espressioni libere al suo interno, giornalisti competenti e onesti e che alla fine, in questa azienda, il merito riesce a trionfare.

Direttore, tu sei stato tra i primi a individuare nello scontro tra popolo ed élites la ragione profonda dei grandi cambiamenti che hanno rivoluzionato lo scenario politico occidentale… è ancora valido questo schema?

Non solo è ancora valido, ma ha di fatto sostituito il vecchio paradigma ottocentesco della lotta di classe. Il Rapporto Oxfam ci dice che oggi 8 persone al mondo detengono una ricchezza superiore a quella della metà della popolazione mondiale e, guarda caso, questi otto supermiliardari sono tutti liberal, progressisti e di sinistra.

Nell’editoriale del nostro primo numero ci siamo proposti di dare voce a sentimenti, opinioni e valori dell’”Italia profonda”, traducendoli in cultura alta, consapevoli che per decenni amore per la Patria, senso della famiglia e adesione alle tradizioni sono stati snobbati dall’intellighenzia…è un obiettivo perseguibile?

Credo di sì. Come ricordava Federico Chabod nel suo L’idea di Nazione “dire senso di nazionalità significa dire senso di individualità storica”, mentre il filosofo inglese Roger Scruton sottolinea il legame che esiste tra nazione e democrazia. Anche Ralf Dahrendorf, un’icona della sinistra, afferma che “la democrazia non è applicabile al di fuori dello Stato Nazione”, mettendo in guardia dai molti livelli decisionali sovranazionali che oggi indirizzano le scelte politiche. Questo significa che oggi appellarsi alla nazione, significa rivendicare sovranità e partecipazione diretta dei cittadini, titolari di diritti e di doveri, mentre le élites cercano di trasformarli in consumatori e codici a barre.

Cultura e Identità sono la stessa cosa?

Toqueville sosteneva che lo spirito delle leggi si rinviene e si costruisce attraverso un costante riferimento alla propria cultura, che poi è la propria identità. Ad esempio le società occidentali per secoli si sono alimentate della concezione greca e romana di res publica fondata sui valori di libertas e virtus, un recinto identitario che mette insieme individui e comunità, che poi è ciò che il filosofo napoletano Gianbattista Vico definiva idem sentire de re publica, individuandovi la sapienza poetica di un popolo.

Sotto la tua direzione il Tg2 ha intervistato sia Steve Bannon che Alexander Dugin, i due intellettuali di punta del cosiddetto sovranismo: chi ti ha colpito di più e a chi senti più affine?

Premessa: io sono disponibile a intervistare anche BernardHenri Levy e mi piace far notare che abbiamo ricordato i 90 anni di Noam Chomsky. Lo dico perché Carlo Calenda in un tweet ci ha attaccato per aver intervistato Dugin, il quale però era già stato intervistato dalla BBC, da decine di autorevoli quotidiani di tutto il mondo, da Rai News 24, nel programma di Lucia Annunziata e in una rubrica del TGR. Chissà perché non gli è andato giù che lo intervistasse il Tg2…Peccato, perché Calenda è persona che stimo. Quanto a Bannon e Dugin, e forse più di loro Alain De Benoist, entrambi rappresentano due risposte forti alla vulgata dominante, al pensiero piatto e sono, a loro modo, esponenti della Rivoluzione Conservatrice. La verità è che viviamo una situazione simile a quella degli inizi del Novecento, quando l’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, delineò un’alternativa al Positivismo, cui si aggiunse la scuola politica di Mosca, Pareto e Michels e le riviste delle avanguardie fiorentine, prime fra tutte Leonardo e La Voce. Lo stesso Norberto Bobbio riconoscerà che “a chi ricordava l’afa e l’oppressura dell’età positivistica pareva che si fosse usciti all’aria aperta e vivida”

Si approssimano le elezioni europee: possono davvero determinare un’inversione di rotta dell’Unione Europea?

L’Europa in quanto tale è un valore culturale: richiama le comuni radici giudaico cristiane e la base comune del diritto romano. Le sovrastrutture dell’UE, invece, sono astratte, formali e arroganti. Se l’Europa non vuole deflagrare deve necessariamente autoriformarsi.

La parola chiave di questo numero di CulturaIdentità è “italianizzare”…

Un certo provincialismo tende ad esaltare tutto ciò che accade all’estero, perdendo il senso storico della nostra specificità. L’Italia ha dato un grande contributo alla storia dell’umanità, si pensi all’Umanesimo e al Rinascimento, a Dante o a Leonardo da Vinci. Non capisco il ricorso smodato e dilatato a concetti e parole anglosassoni, spesso praticato solo per impressionare l’interlocutore, laddove sarebbe opportuno che i giovani recuperassero la nostra cultura. Ciò non significa essere gretti: il confronto con le altre culture e più proficuo quando si è consapevoli di sé stessi.