Il fattore T della laguna di Venezia

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Nel frullatore disumanizzante della globalizzazione dal fiato corto, inglesismi, “non-sense”, ci assediamo e ci avvelenano il linguaggio. Piegati come siamo sui nostri marchingegni elettronici, a causa dei quali ci si dimentica di ruotare il capo di 45° gradi verso l’alto, riscoprendo stupore, sorpresa, meraviglia che non solo da un punto di vista delle neuroscienze permettono il rilascio di neurotrasmettitori ed ormoni che a loro volta influenzano positivamente l’umore, ma permettono di prendere coscienza della bellezza del nostro ambiente, meglio, del nostro creato, di origine divina od umana che sia.

Basterebbe poi liberarsi di alcune convenzioni o di alcuni pregiudizi per vivere nel proprio contesto territoriale, diverso per ognuno, in modo pieno e libero da assuefazioni. Basterebbe, ad esempio, capovolgere una vecchia cartina geografica dell’Europa per accorgersi di come l’Italia non sia il Sud dell’Europa e non possa essere quello che le banco-crazie vorrebbero che fosse, ossia una sorta di Stati Uniti di Germania. Capovolgendo la cartina l’Italia sarebbe al centro del vecchio continente, distesa in quel Mediterraneo che ha fatto ed ancora sta facendo la storia, con o senza l’Italia, si darebbe così un nuovo senso all’asse sud/nord e si disvelerebbero le possibili connessioni tra la costa occidentale e quella orientale. Dal mare deriverebbe, in sostanza, un verso senso di Identità Nazionale mediato da una Cultura Nazionale.

Ma al di là di questioni più politiche che geo, il punto sta’ nella “Bellezza” della nostra Patria, la “Bellezza”… quell’unico moto in grado di salvarci, in grado di tenerci vivi, in grado di mantenerci donne e uomini di questo tempo, piuttosto che clienti consumatori con sembianze da codice a barre.

È la bellezza italiana sta in buona parte nel mare e dal modo con cui l’entroterra si rapporta ad esso, una vocazione a cui l’Italia fa torto, scordando il dato naturale e centrale del “navigare”, lo stesso termine che si è ritenuto di applicare al web o che duecento anni fa riteneva di utilizzare il Leopardi col suo “…e il naufragar m’è dolce in questo mare”.

Del resto la Blue Economy, l’Economia del Mare, si sta imponendo sempre più e con i suoi comparti comincia a pesare nella composizione del PIL nazionale e sul mercato del lavoro nazionale ed il turismo è il comparto che maggiormente la traina.

In questo contesto tutti i mari italiani possono riscoprirsi continuando ad essere turismo, ma anche riconvertendo l’architettura industriale dei vecchi porti o riconvertendo la pesca in accoglienti borghi pescherecci, complementari e non concorrenti alle economie preesistenti.

La laguna Veneziana deve avere a suo tempo stregato i Matia Bazar, tanto da riecheggiare tra le note della loro “Aristocratica”…in effetti al netto della magnificenza di Venezia e del suo ruolo mondiale, la laguna veneziana conserva nelle sue strisce di terra emerse quell’humus, quella salsedine, quella popolarità che mette assieme folklore, cultura popolare ed un uomo profondamente immerso – e talvolta sommerso – dal suo ambiente che estendendosi un po’ a più sud incontra il Delta del più grande fiume italiano, accostando ecosistema ad ecosistema e rendendolo unico.

Un continuum territoriale dove il fattore “T” di Territorio è predominante, generando prodotti di terra, di fiume, di laguna e di mare, davvero in grado di trainare il territorio prendendo per la gola il visitatore.

Una commistione tra passato e futuro in grado di riconvertire il presente, lanciandolo oltre gli stereotipi, creando il terreno più fertile per immettere donne e giovani nel mercato del lavoro, gli elementi “nuovi” e quindi più adatti se si tratta di abbattere lo stereotipo del mare, della pesca come posto del sacrificio e della fatica.

Itinerari lagunari, ittiturismi, pescaturismi, escursioni possono rapirti in queste terre: d’estate col sole e d’inverno col mistero della nebbia.

A nord est, come negli latri 7500 km di costa il mare è cultura, è identità: è un sogno di bellezza destinato a salvarci.

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