Il gesto della pistola contro la Meloni non va minimizzato

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Foto CC Johannes Wredenmark johanneswre

In gita scolastica al Senato, fa il gesto della “pistola” contro il presidente del Consiglio. Accade a Roma, dove uno studente del liceo Righi durante una visita a Palazzo Madama ha pensato bene di farsi notare mentre mimava una revolverata contro Giorgia Meloni, durante l’ingresso delle autorità in Aula. Immediatamente redarguito dalla sua insegnante accompagnatrice, il giovane è stato anche censurato dalla preside dell’istituto, che ha informato sul “pentimento e le scuse” del ragazzo ma anche che comunque verrà fatto oggetto di un provvedimento disciplinare.

L’atto è grave per la mancanza di rispetto istituzionale. Lo sottolinea la senatrice di Fratelli d’Italia, Ella Bucalo, membro della commissione cultura e istruzione del Senato e vice responsabile del dipartimento scuola del partito: “Un fatto gravissimo che rivela scarsissimo rispetto per la figura del Presidente, per le istituzioni e per il luogo stesso in cui il gesto è stato compiuto: l’aula del Senato. La violenza, anche solo evocata non va mai avallata, per questo ritengo doveroso che il gesto venga condannato da tutte le forze politiche. I ragazzi sono il nostro futuro, il futuro di questo Paese ed è importante che imparino a rispettare le istituzioni e chi le rappresenta”. La premier Meloni ha anche sottolineato l’inopportunità del gesto nel giorno che ricorda l’omicidio brigatista di Marco Biagi.

Ma intanto il ragazzo, che si dice “pentito”, cerca di minimizzare rilasciando interviste: si trattava di un atto di “dissenso politico”, una citazione di uno dei gesti-simbolo di Autonomia Operaia durante gli Anni di Piombo: “se avessi fatto il pugno chiuso non sarebbe successo nulla”. Non volendo, dunque, lo stesso giovane “dissidente” riconosce indirettamente la gravità del fatto. Un conto è esporre il proprio dissenso (magari meglio ancora non in sedi inopportune), un conto è rievocare un gesto che era un chiaro incitamento all’omicidio politico durante la buia stagione del terrorismo. Il ragazzo si dice “pentito”, ma più del polverone sollevato che non del gesto in se stesso, tanto che annuncia intende chiudere la sua “lettera di scuse” con un “saluti antifascisti”.

Cade nel vuoto dunque l’appello della Bucalo perché “nessuno minimizzi la gravità del gesto”. È già iniziato il tam-tam giustificazionista. In cui deliberatamente si fa rientrare un atto di mancanza di rispetto istituzionale per “dissidenza politica”. L’ennesimo caso di doppiopesismo di stampo liberal, proveniente da quegli ambienti che più chiedono censura, repressione, limitazione del diritto d’espressione, obbligo di neolingua per intellettuali e giornalisti e perfino per i discorsi dei privati cittadini. Salvo poi invocare il “liberi tutti” durante quei brevi momenti di ufficialità, in cui è richiesto un collettivo rispetto istituzionale. Esiste o no una differenza fra un luogo istituzionale in cui tutti devono fare un passo indietro dalle proprie posizioni politiche nel nome della civile convivenza democratica e una piazza, un bar, un social?.

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