Il Governo dell’esclusivo interesse nazionale

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Ventisette giorni per arrivare al giorno del giuramento di Giorgia Meloni come nuovo Presidente del consiglio insieme a tutti i ministri. Meglio, di poco, solo il Berlusconi IV nel 2008 e il primo governo Prodi nel 1996, rispettivamente con venticinque e ventisei giorni. Ma in entrambe le occasioni la prima riunione delle Camere avvenne con qualche giorno di anticipo rispetto alla neonata legislatura.

Insomma, finezze per appassionati. Il dato di fatto saliente è che, al pari del 2001, 2006 e 2008, non c’è stato bisogno delle consultazioni del Presidente del consiglio dopo il ricevimento dell’incarico. Giorgia Meloni lo ha accettato e contestualmente ha consegnato la lista dei ministri al Presidente della Repubblica, che stavolta non ha mosso nessuna obiezione e ha firmato tutti i decreti di nomina. Oggi il giuramento, entro mercoledì – molto probabilmente – la fiducia in entrambe le Camere. Meloni ha dimostrato nervi saldi e rapidità in un momento difficile per il Paese.

Un dato va sottolineato. Il nostro ordinamento costituzionale non prevede l’elezione diretta del Presidente del consiglio; quindi, sono le Camere che esprimono il voto di fiducia al governo presieduto dalla persona indicata dai gruppi parlamentari di maggioranza e nominata dal Capo dello Stato. Ma nel corso della Seconda Repubblica, quantomeno dal 1994 al 2008, il Presidente del consiglio è sempre stato il leader della coalizione che aveva vinto le elezioni: Silvio Berlusconi nel 1994, 2001 e 2008, Romano Prodi nel 1996 e 2006.

Dopo il “colpo di stato” contro il quarto governo Berlusconi nel novembre 2011, il nostro Paese non ha più avuto un Presidente del consiglio che fosse diretta espressione della volontà popolare: due tecnici (Monti e Draghi), tre del PD (Letta, Renzi e Gentiloni) e uno del M5S (Conte). Se Monti e Draghi erano completamente estranei al processo democratico, Renzi e Conte non erano neppure parlamentari. L’unico in Parlamento era Gentiloni, ripescato all’ultimo momento alle elezioni del 2013.

Insomma, dopo quasi undici anni torna a Palazzo Chigi un premier che è espressione diretta del voto popolare. L’ultimo era stato Berlusconi nel maggio 2008. 

Vediamo ora il nuovo Governo.                                          

Salvini ha saputo giocare bene le sue carte (nonostante il deludente risultato elettorale) ed ha ottenuto il massimo che poteva ottenere: oltre alla presidenza della Camera conquistata la settimana scorsa, per il Governo 5 ministri e un tecnico di area. Il leader della Lega, oltre alla Vicepresidenza del Consiglio, ottiene il Ministero delle Infrastrutture e mobilità sostenibile (i trasporti), che ha competenza anche sulla guardia costiera e i porti. Insomma, chi vorrà sbarcare in Italia dovrà fare i conti con lui, anche perché al Ministero dell’Interno ci è andato uno dei più fidati collaboratori di Salvini, il prefetto Piantedosi. La Lega porta a casa anche il ministero più pesante di tutti, quello dell’economia e delle finanze, che è andato a Giancarlo Giorgetti, che avrà da affrontare i problemi poi difficili. Al Carroccio altro ministero pesante come quello del lavoro, andato a Maria Elvira Calderone. Affari regionali e autonomia a Roberto Calderoli, che tenterà di portare a casa uno dei temi più cari al Carroccio, l’autonomia regionale. Disabilità ad Alessandra Locatelli. Di spessore anche la nomina come Ministro dell’istruzione del prof. Giuseppe Valditara (in area comune tra Lega e Fratelli d’Italia). 

Forza Italia riesce a piazzare Antonio Tajani agli Esteri (che sarà anche vicepresidente del consiglio), e porta a casa 5 ministeri in tutto: oltre alla Farnesina, l’Università (ad Anna Maria Bernini), le riforme istituzionali (a Maria Elisabetta Alberti Casellati), la transizione ecologica, che cambierà nome in Ministero dell’Ambiente e la Sicurezza ecologica (a Gilberto Pichetto Fratin) e la Pubblica Amministrazione (a Paolo Zangrillo, fratello del medico personale di Berlusconi). Registriamo favorevolmente che la transizione ecologica torni ad essere il ministero (ambiente), ma tutto sommato – fatta eccezione per gli Esteri – Berlusconi non porta a casa ministeri di rilievo. Il governo sotto questo profilo risulta un poco sbilanciato.

Tutti gli altri ministeri sono andati a Fratelli d’Italia o persone di area. Di rilievo la nomina dell’ex pm Carlo Nordio come Ministro della Giustizia, tra i promotori dei referendum sulla giustizia del 12 giugno. Un garantista in via Arenula potrebbe porre finalmente la parola fine alla “guerra dei trent’anni” tra politica e magistratura, con una riforma in senso liberale dell’ordinamento giudiziario e dei codici di procedura. Nordio fu uno dei pochi, nel biennio 1992-93, ad indagare il Pci nell’ambito di tangentopoli. Guido Crosetto alla Difesa, uomo di esperienza che è già stato Sottosegretario alla Difesa, ha strappato il ministero all’ultimo momento a Adolfo Urso, spostato allo Sviluppo economico (che prenderà il nome di ministero delle imprese e del “Made in Italy”). Anche le parole sono importanti. Ieri Giorgia Meloni ha pronunciato marcatamente due volte il termine “nazione”, inserendo poi nel nome dei ministeri il “Made in Italy” al dicastero dello sviluppo economico e – al pari della dizione utilizzata in Francia – la “Sovranità alimentare” al Ministero dell’Agricoltura, andato a Francesco Lollobrigida. L’interesse nazionale dovrebbe essere il minimo comune denominatore dell’azione di governo. Innovativo il ministero per le politiche del mare e per il Sud, andato all’ex presidente di regione Sicilia Nello Musumeci. Ministero per la Famiglia e la Natalità a Eugenia Maria Roccella. Il termine “natalità” la dice lunga sulla linea politica del nuovo esecutivo in termini di sostegno alle nascite. Al turismo Daniela Santanchè, agli Affari Europei e all’attuazione del Pnrr Raffaele Fitto, ai rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Scompare il ministero della transizione digitale, un segnale significativo perché dietro quella etichetta si nascondevano cose piuttosto pericolose, 

Deludente a mio avviso il nome del nuovo ministro della Salute, il prof. Orazio Schillaci, rettore dell’Università di Tor Vergata, sostenitore del green pass. Probabilmente Giorgia Meloni, che nella scorsa legislatura si era battuta in Parlamento contro il lasciapassare sanitario, ha ceduto alle posizioni di Forza Italia, da sempre a sostegno della linea dura, che rivendicava per quel posto la Ronzulli. Ci rincuora almeno il fatto che Schillaci non sia tra i virologi da passerella cui eravamo abituati. A sorpresa invece la nomina di Gennaro Sangiuliano a Ministro della Cultura, dove i rumors degli ultimi giorni davano in pole position Giordano Bruno Guerri. Nulla da fare per Vittorio Sgarbi che diceva che gli spettava per meriti ed ora resta fuori da Parlamento e persino dal Governo. Sangiuliano è un ottimo intellettuale proveniente dall’area di destra e il suo percorso di apertura e pluralismo in Rai ad altre realtà culturali oltre alle solite di sinistra ci fa ben sperare.

Non esiste il “miglior governo”, esiste solo un governo migliore di altri. Ciò che davvero ora conta è la direzione politica che riuscirà ad imprimere la Presidente del Consiglio. Speriamo sia quella dell’ “esclusivo interesse della Nazione”, come recita espressamente la formula di giuramento per tutti i ministri.

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