L’ironia sul mondo vuoto nell’arte di Beppe Sylos Labini

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Siamo sempre soli in mezzo alla nostra umanità, il virus ce lo ha dimostrato insieme alle conseguenze claustrofobiche e psico-carcerarie di quelli che il premier Boris Johnson chiamava i “fucking lockdowns”, i “fottuti lockdown”. Era la dicotomia solitudine/moltitudine, nella quale invero oggi si continua a stare innanzitutto e per lo più, anche se il flagello se n’è andato: cosa di più desolante di un’autostrada e di un grattacielo aperti all’infinito, in avanti e in alto? Strutture e infrastrutture per il popolo, per il cittadino, per l’essere umano: soli in mezzo al tutto, come l’uomo della folla nel racconto di Edgar Allan Poe. E proprio poco prima della svolta epocal/sanitaria avevamo visto l’ultima volta Giuseppe Sylos Labini, di cui vi avevamo parlato QUI, artista e direttore dell’Accademia delle Belle Arti di Bari.

Anche lui è cambiato, ma restando fedele a se stesso come ogni artista consolidato: molto bolle in pentola a livello di mostre nell’imminente estate ma per ora silenzio stampa, diciamo che si tratta di due grandi mostre in spazi espositivi importantissimi. Dove vedremo qualcosa di più di opere a parete (“Non sono un artista da cavalletto”, ci conferma l’artista) e una trasposizione alla terza dimensione di opere bidimensionali. Il tema è sempre quello, “la solitudine del maratoneta”, il corridore/astante solitario della folla che è ognuno di noi, in un modo pervicacemente globalizzato, con il dissidio desolazione/moltitudine dell’uomo globale. E l’ironia con cui Giuseppe Sylos Labini ci mostra questa realtà ossimorica in disegni, acquerelli, olii su tela, sculture e installazioni. Lo avevamo visto nell’opera intitolata Solitudine moltitudine, un’opera multi/medium in pvc, terracotta, pastello e olio su tela, solitudini umane in cima al mondo magari per solleticare Dio come su un grattacielo.

E di fronte al mondo su un piedistallo che non è un podio ma il punto di vista del realismo esistenziale, quello stesso realismo esistenziale che in pittura a cavallo fra i ‘50 e i ‘60 ci disse molti più di quel che ci avrebbe potuto dire Sartre col suo esistenzialismo. Perché l’arte di Sylos Labini E’ realismo esistenziale, ma proiettato nel nostro millennio. Lo vediamo nelle sue opere di recente produzione, Condominio #1, Grande fratello e la serie dei Cervelli parcheggiati: nella prima un senso di claustrofobia all’aperto impregna di sè il gruppo di persone strette sul ballatoio di un grattacielo che si affaccia sul nulla, un lungo monolite di vetro che sembra la riedizione della matrice del film Matrix. Sul fondo uno snodo autostradale completamente deserto, la tavolozza del colore è minimale, una nebbia avvolge ambiente e soggetti, un lago di caligine che si ripropone in Grande fratello, dove i due amanti sono stretti in un abbraccio imprigionati nello stesso cilindro claustrofobico metropolitano di vetro: noi come in un Grande Fratello orwelliano vediamo il loro abbraccio che si perde nel grigio cemento della composizione, da cui spicca come accento, come segnale dal lago di nebbia, il rosso del berrettino di lei.

Ma Giuseppe Sylos Labini usa l’ironia: si veda la serie degli acquerelli dei Cervelli parcheggiati, un modo visuale per dire “mandare all’ammasso il cervello”: l’ambientazione è la medesima, la solitudine di una “città aperta”, con i grattacieli da socialismo reale che galleggiano su uno sfondo azzerato e l’umanità che non sai se c’è o se non c’è, con le sue uniche vestigia dei cervelli in strada come lumache, come tartarughe. Giuseppe Sylos Labini con la sua arte ci dice la verità di questi tempi vuoti ma pieni di parole inutili come woke, gender culture ed ə rovesciate per non dire né uomo nè donna e lo dice con la sua seria ironia e con il suo linguaggio, che è il linguaggio universale dell’arte. Che, essendo universale, arriva a tutti, anche a quelli che comunicano con la ə rovesciata.

The dream is dreaming, Pastelli Ad Olio Su Tela, 2023

Una narrazione, che ritroviamo nel recentissimo The dream is dreaming, dove la pittura si fa narrativa, quasi racconto, dove il sogno sognato parla il linguaggio, ancora una volta, dell’arte.

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