La Carta del Carnaro, quella Costituzione così moderna e Rock

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Riscopriamo la forza della visione fiumana in difesa delle libertà fondamentali

La Carta del Carnaro, legge fondamentale della Fiume liberata, tornata per poco italiana nella Reggenza del Carnaro, composta da sessantacinque articoli e scritta nel 1920 da Alceste De Ambris, poi resa in poesia da Gabriele d’Annunzio, dinamitardi demiurghi, è di sconvolgente attualità: da Atene all’epoca dei Comuni essa sfida il tempo. I versi della procreazione: “la vita è bella, e degna che la viva l’uomo rifatto intiero dalla libertà”. Sorvolando i giorni del Carnaro.

La Carta del Carnaro è sovranità

Articolo IV: “La Reggenza riconosce e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione. Abolisce o riduce la centralità soverchiante dei poteri costituiti”. Non v’è sovranità senza l’uomo intiero, che coltiva se stesso, traducendo il tempo dello studio e dell’esperienza, delle visioni, dei dubbi nati e colmati, in pensiero critico; si dedica la vita e si riconcilia con le più profonde dimensioni, strappate dalla schiavitù della gratificazione istantanea, merce umana.

Sovranità è tutela di un confine, della storia di popolo, non prevaricazione di una nazione su l’altra, dall’aggressione del mondo globale che ci vuole tutti uguali, senza più un confine, un Dio e una memoria nazionale. Sovranità è l’atto di recupero del controllo. Sovranità è “armonia”, così come la definisce la carta: l’uomo intiero di Fiume “è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per offrire ai suoi fratelli un nuovo dono”. Mentre avanza il mondo fluido e virtuale, indistinto, la Carta ci ricorda che con la sovranità si è cittadini, senza si è coinquilini, uomini folla incapaci di reagire a ciò che li sterilizza, replicanti, che si offrono in sacrificio a chiunque realizzi le loro necessità di sopravvivenza.

Non vi è uomo intiero senza il lavoro

Articolo IX: “Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro. Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa massimamente profittevole all’economia generale”. A Fiume, un uomo mai schiavo della burocrazia e della speculazione. Un uomo che non deve umiliarsi nell’elemosina “di cittadinanza” e che non è mai costretto alla propria corruzione. Nella Fiume dannunziana il lavoro è il solo padrone di ogni profitto, s’abbatte l’usura di Stato, è manifestazione della virtù e costruzione della Nazione perché edifica l’uomo nella propria identità e l’intera forza di patria.

Cento anni dopo, la burocrazia asfissiante costringe gli imprenditori a impiccarsi e le partite Iva a poter sognare solamente un figlio e una famiglia. Il lavoro come essenza di uno Stato che tutela la forza creativa dei lavoratori dalle grinfie dei vincoli esterni della sovranazionalità a cui si è venduto.

Nella Fiume di cento anni fa, al proposito, “una Banca nazionale del Carnaro, vigilata dalla Reggenza, ha l’incarico di emettere la carta moneta e di eseguire ogni altra operazione di credito”.

Il lavoro rende degni d’essere chiamati uomini, poiché “se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo”, dice la Carta.

Un Fiume in piena travolge chi vuole la democrazia vietandola

La Carta del Carnaro è incredibilmente attuale perché lancia una sfida al tempo, al suo e al nostro. Pensiamo alla libertà, tema così dibattuto, oggigiorno. A Fiume, libertà è rappresentanza e partecipazione, in contrasto netto con l’elevazione a scopo elettorale di ogni capriccio a diritto che diventa legge, così come il mondo odierno, nel segno del progresso, concepisce. Libertà è anche equità. Nessuna categoria prevale sull’altra poiché tutte sono sovrane e godono di diritti e tutele. Articolo VIII: “Gli statuti guarentiscono a tutti i cittadini d’ambedue i sessi: l’istruzione primaria in scuole chiare e salubri […] il lavoro remunerato con un minimo di salario bastevole a ben vivere; l’assistenza nelle infermità, nella
invalitudine, nella disoccupazione involontaria; la pensione di riposo per la vecchiaia […] l’inviolabilità del domicilio; l’habeas corpus; il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abusato potere”. Ecco le armi per formare l’uomo intiero. Diritti e tutele che proteggono il cittadino anche nella sua veste di lavoratore. Senza un’efficiente organizzazione che fluidifica il lavoro, trionfa l’ingiusta burocrazia. Articolo XVIII: “Qualunque sia la specie del lavoro […] tutti sono per obbligo inscritti in una delle dieci Corporazioni costituite che […] svolgono liberamente la loro energia e liberamente determinano gli obblighi mutui e le
mutue provvidenze”.

Corporazione, la diretta rappresentanza dei lavoratori. Collaborazione delle categorie sociali, mai subordinazione. Il culto del lavoro: nessuno si inginocchia al Capitale, ma ai lavoratori. Tra individui e Stato si genera il patto di un’identità, non un misero scambio di interessi.

Dalla libertà del Carnaro agli editti del Faraone Conte

La forza di una visione che anticipa di cento anni le battaglie per le libertà fondamentali, oggi minate dagli editti/Dpcm del Faraone Conte e da un sistema politico che tenta di estinguere ogni visione alternativa ad esso. Basta nutrire un fondato dubbio e subito la task force ti chiamerà “negazionista”, per allontanarti da ciò che è civile. Torquemada 2.0.

Articolo VI: “Tutti i cittadini dello Stato, d’ambedue i sessi, sono eguali davanti alla nuova legge”. Articolo VII: “Le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione sono dagli statuti guarentite a tutti i cittadini. Ogni culto religioso è ammesso, è rispettato”.

I signori del progresso e della globalità, della democrazia e dell’equità, che oggi vogliono imporci una nuova morale, avranno da ricredersi. Così come Guido Keller e Giovanni Comisso si amarono in una meditazione romantica, così nemmeno l’omosessualità, a Fiume, fu mai scandalo, ma normalità.

Ecco la lezione a chi, cento anni dopo, divide et impera. Stato e maturità. Perché dovremmo andare a scuola di libertà da chi per garantire le sue limita quelle degli altri?

Dalle “arti belle” ai banchi a rotelle

Cento anni dopo brucia come sale infetto il parallelo tra l’oggi e i giorni del Carnaro; tra l’uomo intiero e il ministro con la terza media. L’odierna morte del merito. Articolo L: “La coltura è la più luminosa delle armi lunghe […] La coltura è l’aroma contro le corruzioni. La coltura è la saldezza contro le deformazioni”.

Cento anni dopo queste parole, il governo della miseria umana, del dj che diventa ministro, mentre trionfano le masse ribelli di Ortega Y Gasset, in cui il lusso del far politica, prima destinato a minoranze qualificate, viene brutalizzato nelle emozioni popolari che assurgono a metro di giudizio del reale, mette le ruote ai banchi di scuola in attesa di parcheggiarli da qualche parte. Cosa fare dei giovani se non hanno un ruolo? Essi perderanno la funzione di eredità, bruciando la loro esistenza, crepando intirizziti ancor prima di nascere. A Fiume vi è un’università libera e varie scuole di “arti belle”, decorative e musicali, l’italiano è lingua fondamentale nell’insegnamento, nel culto di padre Dante, ma anche le lingue straniere sono previste e si insegna la poesia e il canto popolare.

Musica dello spirito: la religione a Fiume

Nei giorni in cui cerchiamo Dio solo mentre l’aereo sta cadendo. Così come Egli fu primigenia vibrazione, ancor prima di diventare carne, nella Città di vita, musica e religione sono sulla stessa via. Ogni religione è tutelata e nessuna prevale: espansione dell’anima e del rispetto, cento anni prima di chi stacca i crocifissi dalle aule per tutelare il credo altrui ma se infischia delle migliaia di cristiani trucidati in tutto il mondo, delle chiese date alle fiamme.

Non v’è religione, nella scuola fiumana, ma il rispetto di tutte le confessioni. Articolo LIV:

“Alle pareti delle scuole non convengono emblemi di religione. Le scuole pubbliche accolgono i seguaci di tutte le confessioni religiose e quelli che possono vivere senza altare e senza dio. Perfettamente rispettata è la libertà di coscienza”. La Carta del Carnaro è musica per gli uomini integri e la musica è religione,
nella Fiume libera e libertaria. Articolo LXIV: “Nella reggenza italiana del Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale. Un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo dio […] la Musica è l’esaltatrice dell’atto di vita”.

Restiamo fiumani. Lotta di (gran) classe

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1 commento

  1. Perfettamente d’accordo essendo Triestino di famiglia Fiumana nato nel 1933 quando esisteva ancora il rispetto per tutto ciò che sta elencato nella Carta del Carnaro

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