La fine dello Stato di diritto, l’inizio della tecnocrazia

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Chi non fa errori nella vita? Non lo so. So però che io ne ho fatti parecchi e l’ultimo è stato quello di dare fiducia a Mario Draghi. Sì, proprio io, l’autore de Il colpo di Stato permanente, nel quale sottolineavo le sue responsabilità nella caduta dell’ultimo governo Berlusconi. Non lo nascondo, mi sono lasciato illudere da quanto aveva scritto a marzo 2020 in un editoriale sul Financial Times, in cui, in piena pandemia, esortava i governi non al lockdown ma ad agire coraggiosamente, con politiche di stampo keynesiano. Mai fidarsi di quello che gli uomini della finanza scrivono. E io mi sono fidato. Quanto sono stato ingenuo e quanta ragione aveva su di lui Cossiga, col suo sferzante giudizio. Mea culpa, mea maxima culpa. Non salvo niente dell’operato del governo Draghi. A livello internazionale ha subito una successione di smacchi incredibile: Libia, G 20, Afghanistan, Cop 26. A livello interno per far felice la UE (e infelice Salvini) vuole di nuovo la “legge Fornero” e almeno su questo pare abbia provocato la reazione dei sindacati. Non salvo neppure la recente legge di bilancio. Con il credito che egli ha in Europa da ex Presidente della Banca Centrale poteva permettersi una manovra molto più espansiva, facendo un deficit più alto per cercare di rilanciare una economia in agonia. E invece un salto di qualità non c’è stato. In buona sostanza, a parte qualche bonus e il Reddito di Cittadinanza (per tenere buoni i pentastellati), Draghi fa il compitino che gli hanno dato da fare a Bruxelles sul Recovery. In sintesi, non si è rivelato all’altezza della situazione e lo vedremo quando i mercati, che sinora gli hanno dato credito, faranno inversione di rotta. L’inflazione darà il colpo di grazia.

Tuttavia, vorrei qui soffermarmi sulla gestione della pandemia, che nel suo caso riguarda la gestione della campagna vaccinale. È sotto gli occhi di tutti il fallimento – dal punto di vista sanitario – di un green pass approvato a colpi di fiducia e di cui già si profila la necessità di modifiche poiché inefficace. Dal punto di vista politico il green pass non solo è divisivo, ma sta facendo crescere lo scetticismo tra i vaccinati che saranno costretti a ripetere le dosi più o meno due volte all’anno. Ma consentitemi di fare alcune considerazioni di natura più generale. La pandemia ha infatti messo a nudo un processo in atto da tempo e lo sta portando a compimento. Mi riferisco alla profonda crisi in cui sono ormai coinvolte le istituzioni su cui si è fondato lo Stato moderno, per come lo abbiamo storicamente conosciuto nel suo progressivo affermarsi ed evolversi a partire dalla fine dell’assolutismo politico. Questa crisi riguarda, anzitutto, la centralità dell’Assemblea. I sistemi liberal democratici del secondo dopoguerra in larga misura si sono basati sul primato dell’Assemblea, primato giustificato dal fatto che quell’organo “rappresenta” il popolo e ne esprime la volontà. Se esiste un primato del Parlamento sul Governo, è perché solo il primo è espressione della volontà popolare. È peraltro pur vero che le parentesi dei totalitarismi – oggi appare chiaro – non sono state mere parentesi. Qualcosa si era già spezzato allora. Il rapporto, cioè, tra Parlamento e Governo stava già conoscendo un pericoloso spostamento verso il “primato” dell’esecutivo, verso l’idea che, a contare, fosse anzitutto il governare, e non la funzione del fare le leggi. Da questo punto di vista, se l’esperienza parlamentare inglese è stata quella che nella temperie tra le due guerre ha resistito – rispetto alle debolezze del parlamentarismo “continentale”, forse ciò si deve non da ultimo al fatto che, in essa, a governare è sì il premier, ma in quanto capo della maggioranza parlamentare. Non era così e non è stato così neppure dopo la caduta del fascismo, in un sistema, come quello italiano, in cui il capo del governo è stato, storicamente, espressione dei negoziati tra i partiti. E nel momento in cui l’esigenza di “governi forti” è stata fatta giocare contro la legittimazione che ai partiti solo l’assemblea era in grado di fornire, si è assistito alla prima incrinatura di quel modello che abbiamo, sulla carta, continuato ad abbracciare. Il sistema dei partiti, lo “Stato dei partiti”, di cui parlava Toni Negri, non è stato in grado di assicurare maggioranze forti e coese e pertanto di esprimere governi stabili. Se questo valeva per la Prima Repubblica, ciò vale a maggior ragion per la Seconda, e ora – dopo il fallimento dell’esperimento innovativo del governo giallo-verde – con Draghi siamo arrivati al salto di qualità: dallo Stato dei partiti allo Stato dei tecnocrati, nel quale i partiti assumono un ruolo meramente ancillare. È la fine dello Stato come lo abbiamo conosciuto, fondato sul diritto, o meglio ancora sulle leggi, con al suo centro il Parlamento e la nascita dello Stato amministrativo fondato su apparati tecnocratici, comitati tecnico scientifici ecc. Certo, anche la “tecnocrazia” è qualcosa che esiste da tempo. E dove c’è essa, non c’è democrazia. Norberto Bobbio lo aveva detto, in poche righe, benissimo, già nel 1984: «tecnocrazia e democrazia sono antitetiche: se il protagonista della società industriale è l’esperto non può essere il cittadino qualunque. La democrazia si regge sull’ipotesi che tutti possano decidere di tutto. La tecnocrazia, al contrario, pretende che chiamati a decidere siano i pochi che se ne intendono».

Ma gli attuali governi di tecnocrati – di cui il nostro è uno degli esempi più evidenti – sono qualcosa di ancor diverso da quelli precedenti. Perché oggi essi non governano più sulle cose. Oggi governano sui corpi, sulle vite. La politica si è trasformata in bio-politica: essa è anzitutto amministrazione e governo dei viventi. “Sovrano” è chi decide quanto, come, e a che condizioni farci vivere. Governi come quello di Draghi non sono altro che la cinghia di trasmissione e di coordinamento tra il capitalismo finanziario e i suoi comitati di tecnocrati. Essi non “governano” più nel senso tradizionale del termine: come sarebbe possibile, del resto, in uno stato di eccezione permanente, “guidare” un Paese secondo una linea politica a lungo termine? Governare, oggi, significa qualcosa di nuovo: significa amministrare l’emergenza, e controllare i corpi in tutto quello che fanno.

In questo nuovo contesto, i parlamenti sono ormai diventati irrilevanti: restano solo come il ricordo di un lontano passato in cui sempre meno la gente crede, tanto che ormai neppure va più a votare. I parlamenti sono ormai le chiese della democrazia ed oggi chi va più ormai in Chiesa, nella Chiesa di Bergoglio? C’è ancora spazio – in senso schmittiano – per il conflitto politico? L’alternativa non è più tra sovranismo e globalismo, ma tra un nuovo populismo, tutto da inventare, e la biotecnocrazia del controllo totale.

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