Tre “valchirie danzanti” sono le protagoniste del nuovo romanzo dell’autrice: tre vite che si incrociano, separate da un pianerottolo, e attraversano l’Italia dal Boom economico alla soglia del nuovo Millennio
C’è qualcosa di profondamente italiano e insieme universale nel gesto di affacciarsi sul pianerottolo e incontrare la vita degli altri, entrare in relazione con chi ci abita accanto. Nel nuovo romanzo di Serena Bortone, Le dirimpettaie, a farlo sono tre donne, tre “valchirie danzanti” che si conoscono in un condominio romano del quartiere Talenti. In quella soglia domestica, le loro esistenze si sfiorano, si osservano e, lentamente, si riconoscono.
Dopo l’esordio con A te vicino così dolce, l’autrice torna alla narrativa con un romanzo corale che attraversa decenni di storia italiana e racconta, attraverso le tre protagoniste, una trasformazione collettiva. Tina, Gabriella e Maria si incontrano da giovani e diventano indispensabili l’una per l’altra: un’amicizia fatta di confidenze, silenzi e sguardi reciproci, che si consuma nel tempo lungo di matrimoni, figli, tradimenti e fughe.
Tre destini intrecciati, tre modi diversi di stare dentro – o contro – le regole. Le protagoniste crescono in un mondo che assegna ruoli rigidi alle donne, dove il “buon matrimonio” è più una garanzia sociale che una promessa di felicità. E ciascuna reagisce a modo suo: c’è chi resta, chi sogna di sparire, chi decide di attraversare il desiderio senza più chiedere permesso.
Dall’infanzia alla quotidianità borghese, dalle case ai salotti, dai rituali familiari ai silenzi coniugali, il romanzo rivela una coerenza profonda. Le scene che raccontano il matrimonio, la sessualità, la scoperta di sé mostrano una scrittura che si concentra sui dettagli concreti per far emergere la tensione sociale sottostante.
Il tempo è il vero protagonista. L’autrice segue le sue “dirimpettaie” dagli anni Cinquanta fino alla soglia del nuovo millennio, mentre intorno cambia tutto: il boom economico, la Dolce Vita, la legge sul divorzio, l’emancipazione femminile. Ma il punto del romanzo non è la Storia, bensì lo scarto tra ciò che cambia fuori e ciò che resta immobile dentro le vite private. La libertà arriva, ma non nello stesso modo per tutte. E spesso arriva troppo tardi.
C’è, in questo, una linea molto chiara: Le dirimpettaie è un romanzo sulle madri prima che sulle figlie. Non tanto un racconto nostalgico, quanto una ricostruzione di ciò che quella generazione ha potuto soltanto intuire. Il desiderio femminile è qui una forza carsica, repressa, negoziata, a volte esplosiva.
Lo stile controllato, lineare, restituisce la densità del quotidiano, la trama invisibile delle vite comuni. Il risultato è una scrittura che scivola senza attrito e lascia depositi emotivi profondi in chi legge.
Alla fine, ciò che resta è un’immagine semplice e potentissima: tre donne affacciate sulle rispettive vite, separate da pochi metri e da interi mondi. E la sensazione che, tra quelle pareti, si giochi una partita ancora aperta: quella tra destino e libero arbitrio, tra ruoli imposti dalla società e libertà.
Un romanzo che cerca di restituire una memoria condivisa. E che, proprio per questo, trova la sua necessità.


















