E’ sulla famiglia che si basa la civiltà

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[Chambre de Raphaël - L'Incendie du Borgo]

Un evento leggendario, risalente all’847, racconta che Papa Leone IV ebbe la meglio su un grande incendio, scoppiato nel quartiere antistante l’antica basilica di San Pietro, impartendo una solenne benedizione capace di spegnere miracolosamente le fiamme e salvare la popolazione. Il racconto ebbe presa nell’immaginario di Raffaello Sanzio, tanto da volerlo imprimere per sempre nella storia con la sua arte. Fu così che presa vita, commissionato da Papa Leone X nel 1514, l’opera “Incendio di Borgo”. Un emozionante ambientamento classico, con venature letterarie. In essa, in basso a sinistra, esplode con pathos una rievocazione dell’Eneide. Osserviamo nel dettaglio tre figure e le riconosciamo in Enea, con al fianco il figliolo Ascanio e sulla schiena il padre Anchise. Insieme, si trascinano lontani dell’incendio, ne sfuggono al richiamo letale. Un’immagine potente, che perfettamente rientra nel contesto e contemporaneamente se ne esclude non potendo essere trattenuta da schematiche temporali. Quei tre uomini erano e ancora oggi sono. Possiamo riconoscerci in loro, nel presente.

Anche noi siamo circondati dalle fiamme, dalla disperazione, dal dolore, dal pericolo, dall’incertezza nel futuro. La diffusione pandemica ha su ognuno di noi e di riflesso sulla società che viviamo l’effetto della fiamma viva. Eccola, la nostra Italia, perfettamente identificabile nel borgo cinquecentesco laddove a regnare è la catastrofe, la distruzione. In fumo vanno sacrifici decennali, passioni, attività e sostanze economiche. Come i personaggi abilmente dipinti da Raffaello anche noi fuggiamo, ci disperiamo, piangiamo ed urliamo; a regnare è il caos, un disordine universale della materia e della ragione, della scienza e del sentimento. Siamo manchevoli di una figura salvifica, quale è quel Papa Leone IV austero e benedicente, in grado di mondare le fiamme. Le pennellate rinascimentali avrebbero posto il nostro governo tra la folla urlante, non certo nella posizione di chi impone fede e coraggio. Consapevoli che lo stato confusionale dei più è portatore di soli svantaggi, dobbiamo spostare la nostra attenzione sul trittico umano e prenderne spunto ed esempio. L’eroe troiano fugge da una città in fiamme, ma non perde la propria umanità. Nella follia generalizzata della crisi attuale ognuno pensa per sé e troppo spesso passano messaggi balordi, dimentichi del prossimo. Dove l’anziano diviene peso, dove la figura del bambino e dell’adolescente diviene un surplus fastidioso. Siamo pronti a lasciare indietro tutti, a rinchiudere intere generazioni e a rassegnarci alla non scolarità di altre, pur di salvare qualche cosa che non è vita, ma sopravvivenza in cattività. Lontano dalla retorica progressista, è dalla famiglia, dai padri e dalle madri, dal culto degli avi, dalla pietas che trae fondamento la civiltà. Nasce dalla cenere per risorgere a nuova vita, ma non è barbarie, non è abbandono dei valori. Come nel mito di Atlante che regge il mondo sulle proprie spalle, il giovane figlio salva il malandato, vecchio, malato padre e lo porterà di là dalle acque nella nuova terra promessa dove fonderà Roma. Il viaggio sarà lungo e periglioso, le perdite gravi e irreparabili. Eppure non se ne tira indietro. Sarà l’umanità a vincere sul virus, o sarà parimenti una sconfitta. Come Enea, il nostro compito è non far prevalere il sistema nervoso simpatico ovvero l’ancestrale stimolo alla sopravvivenza. Dobbiamo costruire ancora una volta la nostra società, rendendola migliore per poterla consegnare ad Ascanio, curandoci che questi possa imparare dall’esperienza d’Anchise. Torniamo a porre l’Uomo al centro, artefice delle scienze.

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