Palcoscenico da Leggere – Elvira / 5. La svolta

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elvira

La vita di Elvira prende una piega inaspettata per volere di suo padre Nicola, che le impone il matrimonio con un impiegato delle Regie Dogane, Ercole Leoni, un uomo che non ama, anche perché ha modi rozzi e gusti inconciliabili con la sua delicatezza. Affetto da blenorragia la trasmette alla moglie e quando rimane incinta le fa perdere il bambino. Elvira, distrutta moralmente e fisicamente, abbandona il domicilio coniugale e torna a Roma dai suoi genitori. Per intercessione di una amica del tempo adolescenziale, occasionalmente ritrovata, si ritrova immersa in un mondo effimero pieno di corteggiatori. Resiste ai continui ritorni del marito che vorrebbe riportarla a casa, mentre l’amica ordisce una sottile trama per farle conoscere un amante che si curi di lei e la mantenga in quell’ambiente. L’occasione si presenta per mezzo di un concerto di musica al Circolo Artistico di via Margutta in Roma, ove parteciperà anche Gabriele D’Annunzio. Si accende una grande scintilla. Vederla ed esserne ammaliati, è un tutt’uno. Il poeta, forte di uno stato di servizio di uomo assai sensibile al fascino femminile, ha buon gioco a conquistarsi il cuore della ragazza, che praticamente non conosce l’amore ed ignora i misteri dell’eros. Così Elvira si coinvolge in una relazione che la lascia senza alcuna possibilità di riflettere e di valutare dimensioni e conseguenze della cosa. Si tratta di una storia che può vivere e riprodursi solo nella clandestinità; entrambi sono sposati e Gabriele con due figli, più un terzo in arrivo. Ciò nonostante la valenza della passione è altissima e i due non si curano nemmeno di nasconderla agli occhi della gente. La Roma codina e bacchettona non lesina maldicenze, che arrivano fino ai rispettivi coniugi, i quali vengono edotti della relazione scandalosa, nei confronti della quale hanno rabbiose reazioni.

Il mondo dannunziano, popolato da artisti, giornalisti, studiosi ed anche persone in vista, reagisce bene alla presenza di Elvira che viene generalmente gradita. Tutti sono affascinati dalla sua presenza, in molti casi invidiosi di D’Annunzio e persino desiderosi di prenderne il posto. Uno dei più coinvolti sarà l’avv. Adolfo De Bosis, letterato per diletto di una certa importanza, compagno di scorribande del futuro Vate, che assumerà la difesa di Elvira nei confronti del recalcitrante Ercole, restio a concederle aiuto economico credendo così di dissuaderla dal mantenere la separazione. Anche dopo la fine della storia, coltiverà interesse per Elvira sperando di sostituire Gabriele, senza alcun successo. Un altro ammaliato dalla nostra eroina, sarà il pittore Francesco Paolo Michetti, che lontano anni luce da istinti lussuriosi ed in verità incline ad un misoginismo, nutrirà sempre nei confronti della ragazza sentimenti sinceri di affetto, non mancando mai di farle avere i suoi saluti nella corrispondenza con Gabriele. Sarà costui infatti ad organizzare la famosa vacanza a S. Vito Chietino nell’estate del 1889, ove oggi riposano i resti della nostra Elvira. La vacanza in questione segna un traguardo nelle speranze di costei, tale costituendo una sorta di prova generale della convivenza, cui si opponeva, però, la pesante situazione economica e familiare di D’Annunzio che davvero non prevedeva variazioni estetiche durature. Di quei due mesi, oggi sappiamo ogni cosa, grazie a lettere e telegrammi di lui con amici e di lei con la sorella Teresa, ma più ancora del romanzo IL TRIONFO DELLA MORTE, che è la storia romanzata di questo grande amore

Buona lettura.

ELVIRA

…paralipomeni di un amore noto

 Buio. Poi luce. Sono passati tre mesi. Le sorelle Fraternali spariscono per far posto alla moglie  di D’Annunzio (che nel frattempo ha partorito) ed a sua suocera. Il salotto ipotetico stavolta è quello di casa D’Annunzio a Pescara. Compare una foto di Pescara alla fine dell’Ottocento e poi una scritta.

Novembre 1887

 Pescara, corso Gabriele Manthonè. Casa D’Annunzio

DONNA LUISETTA: Grazie di avermelo portato, Maria. E’ un bambino bellissimo.

MARIA: Tutti i bambini sono belli.

DONNE LUISETTA: E tu ti sei rimessa dal parto?

MARIA: Sì, abbastanza, mammà.

DONNA LUISETTA: ( con disapprovazione ) Ma come l’hai chiamata questa creatura?

MARIA: Non vi piace il nome Ugo?

DONNA LUISETTA: Onestamente no. Nessuno si chiama così nella nostra famiglia.

MARIA: Nemmeno nella nostra. Mi piaceva un nome corto, semplice, non pretenzioso.

DONNA LUISETTA: E mio figlio, che dice?

MARIA: Non si cura di queste cose. Lo sapete. Lui è distante. E non solo fisicamente.

DONNA LUISETTA: Ma è suo figlio! La carne della sua carne!

MARIA: La sua carne? Ma quando?  Si è forse preoccupato della gravidanza? Ha mai provveduto ai nostri bisogni?. Semplicemente non c’era. Era partito in barca col suo amico il giorno prima che venissi qui l’ultima volta e si è trattenuto a Venezia fino a tre settimane fa. Per lui come se non fosse successo nulla.

DONNA LUISETTA: E non si è mai fatto vivo in tutto questo tempo? Non ha  chiesto notizie?

MARIA: Una volta. ( ed estrae dalla borsetta un telegramma). Leggete.

DONNA LUISETTA: Cos’è?

MARIA: Un telegramma. Ad un certo punto gli ho scritto che Ugo era nato.

DONNA LUISETTA: ( leggendo)…Chiamalo Venier… Tutto qui?

MARIA: Tutto qui.

DONNA LUISETTA: Venier? Che nome è?

MARIA: Il nome di un Doge. Sebastiano Venier. Un ammiraglio veneziano famoso. Gli ha predetto un grande futuro sul mare.

DONNA LUISETTA: ( con palpabile imbarazzo) Senti, Maria…e quella donna…la vede ancora?

MARIA: Purtroppo sì, mammà.

DONNA LUISETTA: E tu come lo sai?

MARIA: Gli ho trovato dei biglietti nei pantaloni che lui non si cura nemmeno di far sparire. E poi non ce ne sarebbe stato nemmeno bisogno. Tutta Roma ormai ne parla e le malelingue sono avide di informarmi. Dettagliatamente…

DONNA LUISETTA: Gente senza cuore, che dovrebbe badare alle loro faccende invece di spettegolare…

MARIA: Questo però dà la misura di quel che valgo agli occhi di tutti; di quanto mi tengano in considerazione.

DONNA LUISETTA: La duchessa Altemps è al di sopra di tutto.

MARIA: Dite? Non credo. Una moglie a cui si sbatte impunemente in faccia il tradimento del marito senza alcuna delicatezza, è una donna di cui si crede che in fondo se lo meriti ed è giusto che lo subisca. Del resto, chi sono io? Una persona insignificante. Una povera scema che aspetta il marito che torni, elemosinando i resti di una sudicia popolana ripulita.

DONNA LUISETTA: Non dire così, Maria, quella schifosa non è degna nemmeno di baciarti l’orlo della gonna.

MARIA: Mi sono informata. Ho dovuto. Se devo stare al centro delle chiacchiere è meglio conoscere bene il mio nemico. Lui la chiama Barbara. Ma in realtà si chiama Elvira.

DONNA LUISETTA: Come mia figlia…

MARIA: Sarà per questo che Gabriele l’ha ribattezzata. Chiamandola col vero nome gli sarà sembrato di rivolgersi a sua sorella.

DONNA LUISETTA: Ha dei figli? Quanti anni ha?

MARIA: Non ha figli. Ha avuto una gravidanza interrotta lo scorso anno. E’ di un paio d’anni più grande di me.

DONNA LUISETTA: Vedo che ti sei informata bene.

MARIA: Sono notizie che mi vengono servite sul piatto, senza nemmeno richiederle. A Roma si fa presto a farsi certa pubblicità.

DONNA LUISETTA: Che altro ti hanno detto?

MARIA: Si fa chiamare Contessa. Ma Conte è suo marito, anche se mi hanno detto che è un titolo nobiliare assai dubbio. Lei invece è una popolana, piuttosto grossier…

DONNA LUISETTA: E’ bella?

MARIA: Dicono di sì. Del resto se non lo fosse, di che si sarebbe invaghito Gabriele? Non credo abbia buon gusto e tantomeno interessi comuni.

DONNA LUISETTA: Che si può fare?

MARIA: Sperare che si stanchi presto. Una donna volgare, che viene dal popolo, anche se ripulita, rigenerata, porta con sé, indelebili, i segni di una rozzezza, incompatibile con la grazie e l’eleganza che Gabriele cerca continuamente. Quando la differenza sarà evidente, anche la passione smetterà di esistere e lui ritornerà. Il punto allora sarà: ma io lo rivorrò?

DONNA LUISETTA: Come suo padre. Avevi ragione. Stupida io che non l’avevo capito.

MARIA: Io vi giuro che certe sere è proprio pesante tirare avanti. La forza me la danno Mario, Gabriellino ed ora anche Veniero. Ma se fosse per me…

DONNA LUISETTA: E’ tuo marito, Maria. Dobbiamo sopportare pazientemente. Siamo destinate a vivere infelici.

MARIA: Non è giusto. E io non so se ce la faccio ad andare avanti. Non credo proprio di meritarlo.

DONNA LUISETTA: ( pensandolo di sé stessa) Nessuna lo merita.

MARIA: Infatti. ( pausa) Ma, perdonate. Io vi intristisco con queste miserie e non vi ho ancora chiesto come stanno le cose qui…

DONNA LUISETTA: Le solite. Non è cambiato nulla. Anzi sono peggiorate. Ormai la sventura aleggia sopra questa casa e ben presto non rimarranno nemmeno gli occhi per piangere. Figlia mia, ho ripetutamente chiesto a Gabriele di provvedere, di mettere un freno alla follia di suo padre, di impedirgli di svendere ogni cosa per i debiti che crescono a dismisura e per i bisogni delle sue concubine, ma lui è un debole.

MARIA: Il passo che gli chiedete di fare, mammà, è molto grave.

DONNA LUISETTA: ( adirata ) E quello che Ciccillo sta facendo a me ed alla sua famiglia, non è altrettanto grave? Qui siamo al punto che ci vergogniamo ad uscire di casa.

MARIA: Gabriele dice che l’interdizione annulla completamente la volontà di suo padre. E’ come se ritornasse bambino.

DONNA LUISETTA: Io dico che se ci fosse un Dio giusto, lo dovrebbe far morire.

MARIA: ( sconvolta dalla rivelazione ) …Mammà…

DONNA LUISETTA: ( facendosi il segno della croce) Io sono credente e lo so che faccio peccato. Il Signore mi perdonerà per queste esternazioni. E mi perdonerà perché lo vede quello stiamo passando. Le notti insonni. Le lacrime amare, le giornate cariche d’angoscia e il terrore di ricevere solo brutte notizie.

MARIA: Fatevi coraggio, mammà.

DONNA LUISETTA:  ( cercando di coinvolgerla, nonostante tutto) Cerca di stargli vicino al mio Gabriele. Lui non è cattivo come il padre. E’ come se avesse un febbre perniciosa da cui sono certa che guarirà e tutte le cose andranno a posto, Maria.

MARIA: Speriamo. Intanto ha deciso di lasciare il lavoro al giornale.

DONNA LUISETTA: ( con riprovazione ) No…

MARIA: Sì, invece. Vuole trasferirsi dal pittore Michetti, qui a Francavilla per avere il tempo di scrivere il suo primo romanzo e se continuasse ad occuparsi delle cronache mondane, dice che non avrebbe la serenità necessaria per partorire il capolavoro.

DONNA LUISETTA: La colpa è di Michetti che gliele dà sempre vinte e lo protegge senza che lui nemmeno chieda. Ma voi come farete? Lo stipendio del giornale era l’unica fonte di reddito…

MARIA: Faremo come sempre, mammà. Se Gabriele non c’è, sto anche più tranquilla, perché mi toglie le preoccupazioni.

DONNA LUISETTA: Sì, ma senza neanche quel poco che entra, come farete a tirare avanti?

MARIA: Del suo stipendio, a casa, io non vedo nemmeno un centesimo. Non mi cambia nulla.

DONNA LUISETTA: Ma ci hai parlato? Gli hai spiegato bene che non potrete essere abbandonati a voi stessi?

MARIA: E’ vostro figlio. Lo dovreste conoscere bene. Ha già deciso e quando si mette in testa una cosa, non c’è verso di farlo recedere. Anche contro ogni logica. L’altra sera mi ha detto che con il romanzo guadagnerà dieci volte di più di quel che gli dà il giornale. E non ha nemmeno un editore, ancora….

Buio. Poi luce. La moglie e la suocera spariscono, per far posto ai coniugi Leoni. Il salotto ipotetico stavolta è quello di casa Fraternali a Roma. Compare una foto di Roma alla fine dell’Ottocento e poi una scritta.

Roma Estate  1889

Casa Fraternali

ERCOLE: Cosa ci devi fare coi soldi?

ELVIRA: Ho le mie esigenze. Lo sai bene.

ERCOLE: Lo sai che l’avvocato De Bosis mi ha scritto per conto tuo, intimandomi il pagamento?

ELVIRA: Te lo avevo detto che ti avrebbe scritto.

ERCOLE: Ma dovevamo arrivare a questo punto?

ELVIRA: Con te è impossibile parlare. Diventi una bestia e mi spaventi.

ERCOLE: Ti pare mai possibile che io, che sto subendo una tua decisione, debba pure sborsare soldi? Non bastava essere cornuto, devo pure pagare per i tuoi divertimenti con un altro?

ELVIRA: Senti. Io sto facendo una fatica a trattenermi, a mantenere un tono civile, da persone educate. Cerca di non farmene pentire. Fai quel che l’avvocato De Bosis ti ha chiesto. Sono soldi miei. Non ti rubo niente.

ERCOLE: ( arrabbiato) Basta, Elvira! Io non sono più disposto a sopportare questa situazione. Ti ordino di tornare a casa con me.

ELVIRA: ( perdendo le staffe anche lei) Nessuno te chiede de sopporta’ ancora, Ercole. Tu proprio n’ te voj renne conto che davero n’ ze po’ anna’ avanti? So’ passati tre anni. Possibbile mai che n’ te ne sei fatto ancora ‘na raggione?

ERCOLE: Devi vedere il tuo amante? Guarda che oramai so tutto.

ELVIRA: Te n’sai gnente.

ERCOLE: Puoi far fessi i tuoi genitori, ma non me. Io lo so che ti vedi con quello scrittore, quel Gabriele D’Annunzio di cui parlano tutti, ora. Sei diventata anche famosa.

ELVIRA: Te farnetichi

ERCOLE: Che vuoi negare? Ti ci vedi quasi tutti i giorni. E mi hanno anche detto dove.

ELVIRA: Davero?

ERCOLE: In una casa a via Borgognona. Ho amici fidati.

ELVIRA: Fidati, l’amici  che te dicheno ‘nfamità?

ERCOLE: Tu non preoccuparti di chi frequento io. Preoccupati di quelli che frequenti tu. Io l’ho letto il romanzo di D’Annunzio, Il Piacere. E’ un’opera… già definirlo opera è un azzardo… un’opera rivoltante. Pieno di sconcezze, di cui si parla in giro solo male. Ti vuoi perdere con un essere così privo di scrupoli e di morale?

ELVIRA: Ma si c’hai ‘n opignone così bassa de me, perché insisti a chiedeme de torna’? Che te ne fai de ‘na moije de cui te vergogni?

ERCOLE: ( urlandoglielo in faccia) Sei mia moglie, Cristo! E devi stare con me! ( e sbatte il pugno)

ELVIRA: Nun arza’ la voce, Ercole. Sta’ fermo co le mano e nun comincia’ a fa’ er matto, che me metto a strilla’ e me faccio senti’ da tutti! ( quindi compresa l’inutilità di continuare) Anzi, famo ch’esci subbito da ‘sta casa.

ERCOLE: ( spaventato dalla reazione ) Ma, Elvira…

ELVIRA: Subbito, Ercole.

ERCOLE: Va bene. Sto buono. Ma parliamo. Ti prego.

ELVIRA: Lasceme sur tavolo un po’ de sordi e vattene.

ERCOLE: Adesso è estate. Dove passerai le vacanze, da tua sorella a Tigliole d’Asti?

ELVIRA: Che te mporta?

ERCOLE: Mi importa perché vorrei che le passassimo insieme.

ELVIRA: ( con disperata rassegnazione ) Gnente! Nun te voi rassegna’…!

ERCOLE: E’ vero che vai in Abruzzo?

ELVIRA: Ma ch’è, ‘n interogatorio..?

ERCOLE: Vai da lui, vero? Lo sai che scappa perché deve dare i soldi a mezza Roma e non ce la fa più nemmeno a respirare? Ma in che situazione ti vuoi mettere, Elvira? Una vita senza requie, senza nessuna tranquillità. E’ questo che vuoi? Finire tra le pagine squallide di un romanzo da quattro soldi, perché tutti dicano E’ lei, la puttana che si porta a letto. Quello che scrive, è quello che fa con lei!

ELVIRA: Adesso basta, Ercole!

ERCOLE: Almeno dimmi quando posso tornare a vederti.

ELVIRA: Ancora?

ERCOLE: ( tentando di abbracciarla) Sì, ancora. Ma insomma che devo fare per elemosinare la tua attenzione? Sei una puttana. Vuoi i soldi? Posso pagare, se è questo che vuoi!

ELVIRA: ( divincolandosi da quel fastidioso abbraccio) Io co’ te n’ ce verei nemmeno si me ricoprissi d’oro ( e gli dà una spinta facendolo cadere a terra).

ERCOLE: ( sorpreso dalla reazione rabbiosa)  Elvira…

ELVIRA: ( Incalzandolo) Ma n’ te ne accorgi quanto fai schifo? Io n’ so nemmeno come fanno quelle der casino, a cui sei abbonato, a datte retta. Vattene, Ercole. E si c’hai un briciolo de dignità, nun te fa’ più vede. Ognuno pe la strada sua. Tanto la mia e la tua n’ze so’ mai incontrate.

(…continua)

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