E pensare che volevo fare la parrucchiera! L’intervista a Carla Fracci

L’estate è la stagione dei festival e delle tante rassegne in giro per l’Italia. In molte di queste, da oltre sessant’anni, una delle protagoniste indiscusse è Carla Fracci. Ho incontrato prima di uno dei suoi tanti viaggi in tournée l’icona della danza italiana con il suo inseparabile compagno, il regista Beppe Menegatti. Il loro è un connubio straordinario, iniziato con lo sguardo fugace di una Fracci diciottenne, selezionata da Luchino Visconti alla Scala per la messinscena di Mario e il mago, tratto dal racconto di Thomas Mann. In questa intervista faremo un viaggio attraverso alcuni degli incredibili incontri che Carla Fracci ha fatto durante la sua gloriosa carriera alla Scala, madre di tante amicizie e di straordinarie storie dei più grandi personaggi dello Spettacolo mondiale.
Carla, poco tempo fa ci ha lasciato un grande Maestro della scena italiana, Franco Zeffirelli: qual è il tuo ricordo?
Franco è stato per me un fratello amatissimo, la gradevolezza personificata. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui tante volte. La sua scomparsa è una grossa perdita per la cultura italiana.
Come commenti questa frase del critico d’arte Tomaso Montanari a poche ore dalla sua morte: “Si può dire che il #maestro Scespirelli era un insopportabile mediocre, al cinema inguardabile? E che fanno senso gli alti lai della Firenzina, genuflessa in lutto o in orbace, ai piedi suoi e dell’orrenda Oriana?”
E’ una grave mancanza di rispetto, è una frase folle. Quando qualcuno rifarà quelle straordinarie regie liriche di Zeffirelli come Il Turco in Italia o La bohème, o tante altre, potrà parlare. Zeffirelli è stato un regista geniale. Oriana Fallaci è stato un altro personaggio eccezionale, cui devo molto perché fu la prima, insieme a Camilla Cederna, che ebbe grande
riguardo nei miei confronti quando ero giovanissima.
Se ti dico “Festival” che cosa mi rispondi?
Ricordi legati sempre a Zeffirelli: a Paestum non c’era letteralmente nulla, neppure gli spogliatoi, così usammo le cabine elettorali del paese per realizzare i camerini. Ricordo poi una bellissima messinscena di Giulietta e Romeo voluta da Franco a Positano, e ad Edimburgo, alla fine degli anni Cinquanta, con Il Turco in Italia di Rossini. Zeffirelli dirigeva la Callas, nel corpo di ballo io ero giovanissima e Maria, che aveva problemi di vista, si affidava a me per essere aiutata nei movimenti di scena.                                                                                    È nata così la vostra amicizia?                                                                                                                                                                                                                                                                      Sono stata fortunata, perché la Callas e tante altre prime donne di allora, come la Borboni e Wanda Osiris, provava un grande affetto e aveva un occhio di riguardo nei miei confronti. Da lì è nata la nostra amicizia, fatta di frequentazioni tra New York, Parigi e Gardone.
In una mitica regia di Visconti de La Sonnambula di Bellini alla Scala, la Callas si ammala…
Si, era il 1955, Maria aveva un problema alla voce e lo spettacolo fu rimandato di un mese. La direzione musicale dell’opera era di Leonard Bernstein, che durante l’attesa, all’Hotel Duomo, chiamò me e Beppe per farci ascoltare le musiche che stava componendo. Ci disse: «Sentite, ho scritto la canzone per la mia Giulietta e il mio Romeo, si intitola Maria»: Nasceva West Side Story!
Quando dici Carla Fracci dici anche Beppe Menegatti: siete inseparabili?
Era il 1954, avevo diciotto anni, facevo degli esercizi alla sbarra con le altre mie compagne alla Scala, Beppe era l’aiuto regista di Luchino Visconti e stava selezionando delle ballerine per la messinscena del Balletto Mario il mago, dal racconto di Thomas Mann. Lo guardai, e l’intensità di quello sguardo non è mai svanita…eccoci qua dopo oltre sessant’anni.
(Interviene Beppe Menegatti ridendo, n.d.r.) E da lì sono ancora a fare la calza!!
Carla, me l’hai già raccontato in una vecchia intervista, ma come hai iniziato a ballare?
Pensa che io volevo fare la parrucchiera! Il mio approccio con la danza fu del tutto casuale: alcuni amici dei miei genitori mi videro ballare un valzer, secondo loro avevo un senso della musica particolare. Quasi costrinsero i miei genitori a mandarmi alle audizioni alla scuola di danza del Teatro alla Scala. Mi ricordo la direttrice severissima che, dopo le selezioni, mi
inserì nel gruppo delle ballerine da rivedere: «è molto fragile, ma ha un bel faccino», disse. Mi presero: fortunatamente la scuola era gratuita, altrimenti non me la sarei potuta permettere, perché mio padre era un tramviere scampato dalla guerra in Russia.
Che ricordo hai di tuo padre?
Era un uomo dolce, anche molto ironico. Lui guidava il tram 18, che transitava proprio sotto alla Scala: quando arrivava sotto la finestra della sala prove e sapeva che io mi stavo esercitando, scampanellava il tram per salutarmi.
Quanto è importante la famiglia per un’artista?
Tantissimo: i miei genitori sono stati eccezionali, perché non hanno mai interferito con le mie decisioni. Non posso dimenticare una frase che mi disse Nureyev, che aveva la mamma in Russia ed era tormentato dal fatto che non potesse tornare in patria per rivederla: «Carla, tu hai una famiglia, io invece non ho nulla». Pensa che quando Gorbaciov gli diede un permesso per tornare in Russia la mamma era in punto di morte.
Cosa pensi della recente proposta di legge dell’On. Mollicone, su richiesta del coreografo Luciano Cannito che si è fatto portavoce del mondo della danza, sulla ricostituzione dei Corpi di Ballo nelle Fondazioni Liriche?
Sia io che Beppe siamo assolutamente d’accordo con questa proposta: bisogna rifondare queste gloriosissime organizzazioni, che sono la base dell’orgoglio nazionale. Ho chiesto più volte un incontro con il Ministro Bonisoli, perché chiudere i Corpi di Ballo è stata una follia die precedenti governi, anzi, un vero e proprio assassinio.



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