Il pensiero unico a tavola è gastronomicamente corretto

Il pensiero unico a tavola è gastronomicamente corretto

Il ritmo della mondializzazione – ormai lo sappiamo – aspira ad abbattere le culture plurali in nome della monocultura del mercato e del consumo. La desimbolizzazione in atto trova nella soppressione delle identità enogastronomiche e nella rimozione delle loro radici storiche un momento fondamentale.
Per questo, sempre più spesso assistiamo e assisteremo alla sostituzione dei cibi in cui si condensano lo spirito dei popoli e la civiltà di cui essi sono figli – carni rosse, formaggi, alimenti locali – con surrogati creati ad hoc, e più precisamente con vivande prodotte da multi-nazionali (le stesse, magari, che finanzieranno le operazioni con cui si deciderà cosa è sano e cosa non lo è). Già si vedono ovunque caffetterie turbomondialiste e paninoteche americane, con naturalmente masse di pecoroni cosmopoliti che fanno la fila per accedere a questi nefandi prodotti della disidentificazione globocratica.

I gusti saranno sempre più spiccatamente resi orizzontali su scala planetaria, nell’annientamento della pluralità e della ricchezza enoga-stronomica in cui si radicano le identità dei popoli: si creerà un’unica maniera di mangiare omologata, priva di screziature e di diversità, o, se si preferisce, un idem sentire mondiale che si porrà come variante gastronomica del consenso di massa. I cibi storicamente radicati nel patrimonio identitario e nelle radici tradizionali dei popoli verranno sostituiti dal cibo senza identità e senza cultura, integralmente desimbolizzato, uguale in ogni angolo del pianeta.

Nel quadro del nuovo ordine gastronomico globale, il gesto della nutrizione sarà appiattito alla sua dimensione meramente materiale, senza più alcuno spazio per l’elemento simbolico, culturale e comunitario. Questo ci permette di sostenere che il gastronomicamente corretto è la variante alimentare del politicamente corretto, proprio come il “piatto unico” assurge a equivalente del pensiero unico. Il loro comune denominatore è dato dalla distruzione – coerente con il mondialismo economico – della pluralità delle culture, sacrificate sull’altare del monoteismo del mercato e sul modello del consumatore individualizzato e omologato, succube di quel “grande carrello” che è successore del big brother orwelliano.

L’ideologia del medesimo investe anche la dimensione alimentare, annientando le sovranità gastronomiche e imponendo il nuovo profilo del cibo senza qualità. Ciò avvalora, anche sul piano alimentare, la tesi del Manifesto marx-engelsiano, secondo cui il capitale “ha impresso un’impronta cosmopolita alla produzione e al consumo di tutte le nazioni”.

La desovranizzazione alimentare, condotta in nome del mondialismo gastronomicamente corretto e dell’interesse multinazionale, è condotta dai signori del profit making anche grazie all’impiego di specifici strumenti biologici, come i pesticidi e i fertilizzanti sintetici, ma poi anche mediante le pratiche dell’ingegneria genetica. Così, exempli gratia, si spiega l’utilizzo degli “organismi geneticamente modificati” (OGM), che contaminano geneticamente le specie naturali, sabotano le agricolture convenzionali e privano i popoli della loro sovranità alimentare. E, per questa via, li obbligano alla dipendenza da multinazionali, che forniscono sementi e sostanze brevettate.

La destruturazione delle identità plurali in funzione della produzione della nuova identità planetaria del consumatore indifferenziato e – per dirla à la Heidegger – del Si (Man) impersonale senza confini trova, conseguentemente, un proprio momento costitutivo irrinunciabile nella desovranizzazione gastronomica, nello sradicamento delle tradizioni alimentari e nella neutralizzazione della pluralità dei modi e delle forme del mangiare.