«Rinuncio al risarcimento milionario, ma lo Stato mi chieda scusa»

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Il Colonnello Carlo Calcagni si è ammalato gravemente durante la missione di pace nei Balcani nel 1996

La vita della maggior parte di noi è fatta di code al lunedì mattina per andare al lavoro, problemi con la scuola dei figli, in ufficio con un capo da mandare al diavolo, il TG della sera, il centro commerciale del sabato pomeriggio e così via. Poi esistono quelli come Carlo Calcagni, paracadutista e pilota istruttore di volo di elicotteri: lui, durante la missione di pace in Bosnia, si è imbattuto in un nemico invisibile, l’uranio impoverito. Quelle polveri altamente tossiche hanno invaso e avvelenato ogni cellula del suo corpo, generando una grave malattia neurologica cronica degenerativa ed irreversibile, che combatte con tanti medicinali e tantissima forza di volontà, divenendo un esempio di incoraggiamento per gli altri, tanto da candidarsi come Garante regionale per la disabilità per la Regione Puglia, a sostenerlo il consigliere regionale Paolo Pagliaro. La sua vicenda è raccontata in un libro autobiografico, Pedalando su un filo d’acciaio, (Edizioni G.A.) e anche UNAVI Unione Nazionale Vittime vuole dare il proprio sostegno al colonnello Calcagni.

Se potesse tornare indietro rifarebbe la scelta di arruolarsi?

«Chi è stato un militare, lo è e lo sarà per sempre, non è una professione ma una vera e propria passione, sono stato impegnato in più Missioni Internazionali di Pace, sono un convinto Patriota, “SIAM PRONTI ALLA MORTE…” recita il nostro Inno Nazionale. Sono le parole più belle e le scriviamo sul nostro cuore, sulla nostra pelle, prima ancora che inizi l’addestramento! Ubbidiamo ai nostri superiori, sempre. Per quelli come me, ubbidire ai superiori è un modo di riverire la nostra Patria. Nessuno pensi che si possa andare in quei teatri di guerra a prestare soccorso a corpi dilaniati dalle bombe, solo per un salario, anche se di tutto rispetto, senza una fervida fede, non affronti tanto dolore, tante privazioni, tanto disagio. Io c’ero in quei teatri di sangue e proprio per la mia professionalità mi è stato conferito, persino, un ENCOMIO: “…chiaro esempio di soldato che ha dato lustro all’Esercito Italiano e che ha riscosso unanime ammirazione anche dalle Forze Armate internazionali impegnate in Bosnia-Herzegovina” (Sarajevo 02.07.1996). Ho portato a termine tutte le missioni di volo che mi sono state assegnate, svolgendo il più nobile dei servizi per la collettività: salvare vite umane! Scendevo dall’elicottero abbracciando quei fratelli feriti e li portavo via da quei campi di morte. Questa consapevolezza ti rende solo più orgoglioso e ancor più determinato nel fare il tuo dovere. MAI avrei potuto immaginare che qualcuno fosse a conoscenza, senza informarci, di un altro nemico, più subdolo, più crudele, più vigliacco, un nemico invisibile che ha nome e cognome: uranio impoverito. Un nemico che non ho potuto affrontare faccia a faccia, nè guardare negli occhi, ma è la causa di indescrivibili sofferenze, soprattutto quando il dolore si accumula alla rabbia, perché ti rendi conto che il tuo corpo si sta distruggendo non per un colpo di fucile, non per l’esplosione di una mina, ma per un vile attentato alla tua vita da parte di chi avrebbe dovuto proteggerla: la tua Patria».

Quale è la giustizia che cerca?

«Nella missione in Bosnia vedevamo in azione militari USA attrezzati con tute speciali, maschere e, addirittura, respiratori a circuito chiuso, perché loro erano stati avvisati dei rischi ambientali e di contaminazione, noi no! I vertici militari e politici sapevano, ma hanno volutamente taciuto. Io desidero il rispetto, per la profonda considerazione che ho per i valori che incarno ed il forte senso del dovere sono disposto a rinunciare persino ad un risarcimento milionario in cambio di un euro simbolico con le scuse pubbliche delle Istituzioni nei miei confronti, della mia famiglia e di tutti coloro che hanno subìto la stessa indifferenza. Per questo motivo vado nelle scuole a raccontare la mia storia, perché sia di stimolo ed esempio ai nostri figli, che hanno bisogno di riferimenti positivi. Bisogna instillare nei giovani valori come il coraggio e la lealtà verso il proprio Paese, trasmettergli gli strumenti per costruire un futuro in cui la società possa essere dominata da uomini generosi e sempre disponibili ad aiutare gli altri, specialmente i più deboli. La giustizia forse farà luce su questa crudeltà, ma intanto si contano i morti, purtroppo tanti».

Nello sport, in particolare nel ciclismo, Carlo ha trovato un valido alleato che lo aiuta giorno per giorno a ricostruire l’equilibrio psicofisico messo a dura prova; grande atleta fin da piccolo, che aveva già all’attivo oltre 300 gare ciclistiche.

«La mia passione, la bicicletta, l’ho dovuta adattare alla mia nuova tormentata situazione sanitaria – racconta il colonnello – adesso è un triciclo! Che dolore, che vergogna i primi giorni che la Commissione Medica della Federazione Ciclistica Italiana, già nel 2015, ha sentenziato questa necessità. Il mio stato di salute è grave. Anzi, i medici che mi seguono e che si prendono cura del sottoscritto lo definiscono “gravissimo”. Il mio corpo e tutti i miei organi sono minati. La mia vita la trascorro girando da un ospedale all’altro, assumendo quintali di medicine, palliativi che non potranno mai guarire ma solo tentare di preservare e rallentare la malattia autoimmune, conica, degenerativa ed irreversibile. Fare sport per me costituisce carburante con cui alimentare la mia motivazione per la vita, per onorarla come merita, e seppur sia stato ostacolato, respinto e penalizzato dal “Sistema” in diverse occasioni, credo comunque nel valore dello sport. Io sono e sarò sempre un soldato, un italiano che ha prestato giuramento alla bandiera, che ha deciso di dedicare la propria vita agli altri, che ha indossato con orgoglio l’uniforme e che crede fermamente in tutti quei valori che uno Stato democratico dovrebbe sostenere e incarnare, come quelli di lealtà, giustizia, legalità e condivisione».

Ma si sa che la vita spesso oltre al danno presenta anche la beffa e così il colonnello Carlo Calcagni, con il 100% di invalidità permanente, accertata e riconosciuta “malattia professionale” dipendente da fatti e cause di servizio dalle Commissioni Mediche Ospedaliere Militari, viene escluso dalle Paralimpiadi di Tokyo 2020, perché secondo la commissione tecnica classificatrice non soddisfa i criteri minimi per il ciclismo paralimpico, la stessa commissione che nel 2015 aveva valutato “molto grave” la sua malattia neurodegenerativa con Parkinson e gli aveva imposto il triciclo».

Perché è stato escluso secondo lei?

«Il vero problema è che sono un malato apparentemente “in formissima”, ma pochi capiscono che io sono così non perché le mie patologie non siano invalidanti, ma perché ho una tempra ed una resilienza fuori dal comune, sono esageratamente ostinato ed ho una straordinaria capacità di adattarmi al cambiamento. Non voglio darla vinta alla malattia, che sfido ogni giorno, costi quel che costi. Sono pienamente consapevole del fatto che i danni arrecati dai metalli pesanti al mio organismo, durante la Missione nei Balcani, e che hanno determinato diverse patologie degenerative, mi condurranno alla morte, ma nonostante queste mie patologie siano invisibili, perché devastano il mio corpo dall’interno, il messaggio che ho sempre cercato di trasmettere e che desidero continuare a dare, attraverso il mio esempio di vita, è quello che non dobbiamo ARRENDERCI, MAI, che non dobbiamo limitarci a SOPRAVVIVERE, curando esclusivamente la malattia, ma bisogna affrontarla e cercare di batterla, VIVENDO MEGLIO, coltivando le proprie passioni e praticando sport, perché è solo attraverso lo sport che è possibile spingere il nostro corpo a dare il massimo, a reagire alla malattia stessa, rallentandola e arrestandola. Non a caso il Ministero della Difesa, proprio per le mie numerose patologie, oltre ad aver riconosciuto una invalidità permanente del 100% dipendente da cause e fatti di servizio, mi ha concesso il Distintivo d’Onore di FERITO e di MUTILATO in servizio, pur in assenza di mutilazioni apparenti, proprio per la gravità delle patologie, ma tanti non comprendono che la mia sofferenza va’ ben oltre quella fisica. La mia anima è stata devastata, così com’è stato distrutto il futuro di un pilota istruttore di volo dell’Aviazione dell’Esercito e la mia carriera. Ho dovuto fare tante rinunce, ho dovuto sopportare dolore e sofferenza, ma grazie anche e soprattutto alla mia bicicletta e all’amore per i miei figli, ho potuto ricostruire la mia vita dalle ceneri di quella che oramai non esisteva più, rendendola unica ed eccezionale nella sua straordinarietà».

Chi ha avuto modo di vedere il docu-film “IO SONO IL COLONNELLO” realizzato da Michelangelo Gratton, ha visto soltanto una piccola parte della quotidiana lotta di quest’uomo: dalle notti attaccato al ventilatore polmonare, alle 300 pastiglie al giorno, dalle flebo quotidiane ai numerosi interventi chirurgici, senza parlare delle rinunce di tutte quelle cose che nella nostra quotidianità sono normali, la pizza al sabato sera, le vacanze, un bagno al mare, una fetta di torta, una serata con gli amici. Ciò che la maggior parte di noi vede, esternamente, è già di per sé un miracolo ed è solo una piccola parte dei sacrifici che Carlo deve affrontare quotidianamente, e nonostante tutte le innumerevoli prove a cui la vita lo ha sottoposto trova la forza e la voglia di poter vivere la sua vera, unica e grande passione: lo sport, il ciclismo.

Nella sua vita lo sport è diventato vitale, nel vero senso della parola

C’è una sostanziale differenza tra il “sopravvivere” grazie alle terapie ed alle cure quotidiane ed il “vivere” nel vero senso della parola, io vivo grazie allo sport e grazie all’amore che mi circonda. Come l’acqua deve essere in costante movimento per non andare in putrefazione così devo muovermi costantemente io per non permettere al Parkinson di prendere il sopravvento, bloccando i miei muscoli. Per me è fondamentale allenarmi quotidianamente, perché è proprio lo sport che mi tiene in vita e fa parte integrante della terapia, quasi fosse un farmaco per me. Ogni malattia dovrebbe essere affrontata su due piani: quello terapeutico e quello umano. Maggiore è la motivazione a guarire, maggiori saranno le possibilità di guarigione o regressione della malattia. Quando mi vietano di gareggiare, mi stanno privando di parte della terapia, come togliere l’insulina a un diabetico.

L’esempio del Colonnello Calcagni è una grande dimostrazione di fermezza e determinazione, quando si è portatori sani di luce, tutto diventa davvero possibile, ogni ostacolo può essere abbattuto e vinto, ed essere degno testimone di quei profondi valori che indirizzano la vita nella direzione del bene comune e dell’amore per il prossimo.

Un uomo che merita il rispetto e l’ammirazione di un’intera Nazione, una delle tante storie di sport e passione che ci ricordano che solo chi sogna può imparare a volare.

1 commento

  1. Non conosco questo signore, mi dispiace per le sue sofferenze e non azzardo giudizi. Certo è, e posso dimostrarlo, che molti militari hanno fatto carte false, si son fatti raccomandare perfino dal Presidente della Repubblica, per andare nelle missioni all’estero, dove si guadagnavano dei bei soldini. Poi alcuni si sono ammalati e sono diventati eroi. Me ne dispiace, ma in parte se la sono andata a cercare.

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