Perché su Samira e la Ballan le femministe tacciono?

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Perché le care amiche femministe che scendono in piazza per Giulia Cecchettin urlando al “patriarcato” e alla presunta responsabilità sociale, fanno invece finta di non vedere per casi come Samira Sabzian e Vanessa Ballan? Ve lo spieghiamo noi.

Siamo di fronte all’ennesimo caso di ipocrisia progressista, che sulla stessa scia degli eroi Soumahoro o, più recente, delle paladine Ferragni, si auto investono e dipingono quali benefattori/benefattrici, facendo, dell’immigrazione nel primo caso e della parità dei diritti nel secondo, il proprio cavallo di battaglia. Salvo poi finire per rivelarsi (ahimè senza sorpresa) abili uomini d’affari con il loro core business negli stessi temi sociali per i quali si presentano come social justice warrior tra una copertina e un’altra.

E allora ci si può stupire del silenzio sui casi Sabzian e Ballan? Ovviamente no. Eppure ce lo siamo chiesti per giorni. Nelle settimane in cui la povera Giulia Cecchettin veniva raccontata e la sua tragedia consumata nella pagine di tutti i giornali, ci chiedevamo perché delle altre donne uccise quegli stessi giorni, nessuno parlasse. Qual era la differenza fra lei e le altre? Perché lei prime pagine e le altre trafiletto in cronaca? Anche qui la risposta ve la diamo noi. Perché per i liberal non siamo tutti uguali. Perché per gli wokeisti Giulia Cecchettin era il simbolo perfetto di una campagna (infatti condotta a puntino) femminista di primo livello, contro il “patriarcato”, ma soprattutto contro la cultura occidentale e la società italiana (peraltro, dati alla mano, una delle più rispettose per le donne, visto che l’Italia è in fondo alla classifica dei cosiddetti “femminicidi” in Europa, ben distante da tanti paesi cosiddetti “avanzati” e “femministi”), e di conseguenza contro il governo, unico e vero loro bersaglio; Mentre le povere Samira e Vanessa non rientrano nei canoni della loro propaganda a senso unico, anzi stonano perché smentiscono tutta la narrazione liberal anti-patriarcato e filo-diversità.

Samira Sabzian, iraniana, a 15 anni diventa sposa-bambina di un uomo che la castigherà violentemente finché lei non troverà il coraggio di rispondere ed ucciderlo. Condannata a 10 anni di galera, finisce dopo quest’ultimi in una botola con un cappio al collo tra fischi ed applausi. Vanessa Ballan, italiana ventiseienne incinta, già madre di un bambino e sposata con un italiano, che viene picchiata e uccisa a coltellate dall’ex amante Bujar Fandai, kosovaro.

Due storie che tutt’oggi rimangono nell’ombra di una sinistra che denuncia un Occidente “patriarcale”, ma tace laddove l’oppressione esiste davvero ed è responsabile vera di donne quotidianamente perseguitate, stuprate, incappucciate, incarcerate ed ammazzate perché “la sinistra rispetta le culture” (degli altri. Solo la nostra è deprecabile). Quindi morti, storie e tragedie hanno pesi e misure diverse a seconda della cultura di appartenenza, del paese d’origine e del colore politico.

Eccolo quindi il segreto di una propaganda femminista ad intermittenza o meglio ancora “a convenienza”.  

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