Le pagelle del Festival: 10 alla mamma di GioGiò, il musicista ucciso a Napoli

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Sanremo 2024, buona la prima: a prescindere dall’audience, il Festival parte bene. Belle canzoni che  si può già intuire faranno strada, show che fila abbastanza liscio in un ingranaggio che ormai Amadeus è in grado di fare funzionare a memoria. Nessun intralcio, né imprevisto. Il massimo della gaffe è quando il direttore artistico fa lo spiritoso sedendosi con disinvoltura sulle gambe di un signore del pubblico in platea, mentre parla con “gli artigiani della qualità”: è solo Fiorello a farlo accorgere che quell’uomo è Nicola Claudio, il presidente di Rai Cinema.

È comunque di parola Amadeus: la prima serata si conclude alle 2, venti minuti prima del previsto. Il direttore artistico lo sottolinea in chiusura, come a cercare un’approvazione, mentre gli italiani a quell’ora cercano piuttosto una branda su cui andare a riposare. Ecco, rimane sempre il dubbio su come si possa immaginare di apprezzare un brano a notte fonda con la medesima freschezza di cinque ore prima. È evidente che per quello ormai si fa affidamento anche al successo dell’on demand, peccato però ci sia di mezzo pur sempre una gara con dei voti che, così, penalizzeranno chi canta più tardi. Basterebbe far sentire prima tutte le canzoni e poi dedicarsi al cazzeggio, che anche ieri sera non è mancato.

Bella l’apertura con la Fanfara del Quarto Reggimento a cavallo che suona la marcia d’ordinanza dei Carabinieri: giusto per ricordarci l’appartenenza nazionale a una kermesse che, da sempre, sa essere tanto musicale quanto istituzionale.

Dopo l’introduzione di Marco Mengoni, si capisce subito che si farà ogni sforzo durante la serata per rendere co-conduttore uno dei più bravi cantanti in assoluto, però in affanno quando deve solo parlare. I siparietti che provano a raccontarlo come comico rallentano i tempi e fanno innervosire per quanto artefatti: Mengoni si presenta a un certo punto con la scopa usata da Morandi lo scorso anno, un materassino antisuicidi, una rete da pesca per raccogliere gli spartiti che l’orchestra potrebbe tirare e delle palette per baciarsi con chiunque in modo casto e senza creare scandali. L’obiettivo dovrebbe essere ironizzare sulle situazioni più discutibili della storia del Festival, ma più che un divertimento a casa arrivano gag prive di freschezza e spontaneità. Non aiuta la regia, che sembra voler a tutti i costi mostrare il gobbo su cui vi sono scritte già le patetiche battute che arriveranno. Non che abbia molto più senso la presenza di Ibrahimovic (già fisso nel 2021), seduto in platea, dopo aver interpretato la solita performance dello spaccone superbo nei confronti di Amadeus. Unico momento spassoso con Fiorello, che ironizza sull’intelligenza artificiale, fingendo attraverso un video pre-registrato che irrompe da dietro, di non essere lui quello sul palcoscenico, ma un replicante. Si ride e si scherza, ma i rischi della nuova tecnologia che fa confondere finzione e realtà sono sempre più frequenti.

Il momento extramusicale di più alta emozione si ha nel ricordo di Giovan Battista Cutolo, il musicista di 24 anni ucciso a Napoli per un parcheggio qualche mese fa. L’unico monologo della serata è affidato alla madre Daniela, che senza giudicare ma con umiltà lancia un commosso appello perché i sogni dei giovani non vengano mai interrotti e certi orrendi gesti non si ripetano. Applausi. L’omaggio a Toto Cutugno è una poesia: l’orchestra suona dal vivo Gli amori, mentre sul video a cantare ecco il cantautore scomparso la scorsa estate. Si poteva fare anche di più, ma ci sarà modo per regalare altri applausi a Cutugno (recordman di partecipazioni e podi) nelle prossime serate. Musica e immagini che commuovono e ci fanno capire che è stato sottovalutato per troppi anni uno dei nostri più grandi cantautori.

Poco meno che insignificante la presenza di Tedua a notte fonda con la sua trap, fa meglio Lazza nella prima serata quando ripropone Cenere (seconda classificata lo scorso anno).

Ma veniamo alla gara. A votare nella prima serata è solo la sala stampa (che in gran parte ha già ascoltato in anteprima i brani). La classifica, dopo l’esibizione di tutte le trenta canzoni, mostra solo la top 5 ed è sorprendente: a guidare c’è Loredana Berté, quindi Angelina Mango, Annalisa, Diodato, Mahmood. Più di metà delle canzoni parla di amori finiti, tormentati e malati: viva l’allegria. E meno male che a cantarle sono i più giovani. Analizziamole insieme con le nostre pagelle.

Clara, bel pop orecchiabile cantato da una brava interprete (anche autrice) elegante e intonata. Il significato è interessante: accettare le nostre insicurezze e il nostro essere d’oro solo nei fallimenti. VOTO 8

Sangiovanni, il testo di Finiscimi è accattivante perché propone una riqualificazione del sentimento nostalgico, descritto come puramente umano senza rimproverarselo. La melodia è un po’ malinconica e la faccia perennemente triste di Sangiovanni (di bianco vestito in un abito due taglie più grandi della sua), non giova molto a trovare un minimo di gioia, però la canzone è destinata a rimanere.VOTO 7

Fiorella Mannoia, la veterana rossa confonde le acque: la serata delle cover è venerdì, ma lei l’anticipa. Nel suo pop ritmato infatti porta una melodia che riecheggia un po’ troppo Bocca di rosa e Don Raffaè facendone un bel medley. Anche la frase “Ho amato in un bordello” sembra strizzare l’occhio a De André. Solo che lei aggiunge arie latine per l’ennesimo inno femminista che esalta la donna persino negli atteggiamenti meno etici. Il messaggio è chiaro: viva le donne sempre e a prescindere, poco importa per cosa. È un argomento talmente vero da risultare persino stucchevole buttato lì così senza un motivo preciso. Speriamo che entro sabato non arrivi anche il solito pippone contro il patriarcato VOTO 5

La Sad, un misto tra punk e trap per fare tanto rumore intorno a una canzone che deve essere spiegata affinché si interpreti il testo come una prevenzione al suicidio e non piuttosto come una apologia di tatuaggi e di una vita sregolata fatta di alcol, davanti a una serie di fallimenti che il protagonista della canzone vede essere il suo destino. Agli adulti piacerà poco, ai giovani insegna davvero qualcosa? VOTO 5

Irama, struggente, arriva in alto con le note e le tiene perfettamente: la canzone parla dell’indifferenza di chi ci sta vicino, di fronte alle difficoltà psicologiche. Il ragazzo meriterebbe finalmente un podio. VOTO 9

Ghali, il dialogo tra un umano e un marziano, capace di fare scoprire il mondo da un punto di vista diverso, sarebbe una tematica interessante, su un ritmo che resta nelle orecchie. I giganteschi pupazzi informi che lo accompagnano sul palcoscenico, però, sembrano uno spin off de Il cantante mascherato di cui si farebbe volentieri a meno.VOTO 7

Negramaro, nel titolo Ricominciamo tutto c’è già il senso completo dell’intera canzone. Il pubblico è per loro, che possono fare affidamento come sempre su grandi orchestrazioni e sulla voce incredibile di Sangiorgi, ma non è la loro canzone migliore. Deludenti VOTO 6

Annalisa, lei invece non delude mai, con un pop che unisce strofa melodica e ritornello dance. Per dirla alla Chiambretti: comunque vada, sarà un successo. Tormentone sicuro, con un ritornello appiccicoso: intanto sui social discutono circa una sua possibile gravidanza (motivo per cui sarebbe entrata in scena senza passare dalle scale). Sanremo, si sa, è anche gossip VOTO 9

Mahmood, la voce è indiscutibile (anche se ci vorrebbero sempre i sottotitoli per capirlo). Lo stile è quello di Soldi, un mix di diversi ritmi che non danno un’identità al pezzo. Questa volta, però, non c’è la giuria di esperti kompagni che lo vota per fare un dispetto a Salvini, come nel 2019. Ma con che coraggio si inneggiano i rave party con tanta disinvoltura? VOTO 4

Diodato, una delle migliori performance. Cantautore autentico, con una bella melodia avvolgente per raccontare la storia di una persona che fa del male a un’altra, ma continua a muoversi nella sua vita per rimanerne il carnefice. Peccato si improvvisi anche mezzo ballerino, quale non è VOTO 9

Loredana Berté, la canzone c’è, la grinta anche, la voce un po’ meno. Però è sempre Loredana ed è indiscutibile la sua forza anche con questo brano che come sempre parla molto di sé nell’importanza di sentirsi liberi. Tutti le danno della pazza e lei lo è… di se stessa. Umile. VOTO 7

Geolier, un rap che non si distingue dagli altri musicalmente. In realtà nemmeno per la storia raccontata (la fine prematura di una relazione, i cui protagonisti sono già estranei l’uno all’altro), ma ci vogliono comunque i sottotitoli per comprendere questo dialetto napoletano rivisitato, che non piace nemmeno ai partenopei. VOTO 5

Alessandra Amoroso, melodica e sanremese. Romantica e guerriera. Forse un po’ scontata, perché alle prime note del ritornello già si può intuire dove andrà a finire con la melodia. Sporca l’esibizione con una stecca: meglio non strafare a volte. Ma, come dice la sua canzone, dalle cadute ci si può sempre rialzare: farà meglio nelle prossime serate. VOTO 6

The Kolors, bella l’idea di raccontare una storia come una favoletta di due timidi innamorati ai primi casuali incontri. Atmosfere ritmate già sentite (ricordate Salirò, di Silvestri?). In radio funzionerà, ma non ha niente di nuovo, vanno troppo sull’onda di Italodisco, solo che ora non è estate VOTO 7

Angelina Mango, la sua è una delle canzoni più difficili da interpretare: basi latine su cui Angelina si muove sensualmente e canta a velocità 3000. Eccede un po’ troppo: va bene puntare a essere il tormentone che si faccia ripetere da chiunque, ma La noia rischia di venire con lo stesso titolo della canzone, ripetuto per 21 volte VOTO 8

Il Volo, i migliori. Si allontanano un po’ dalla lirica ma mantengono il bel canto all’italiana. Il ritornello è avvolgente e romantico. L’arrangiamento emoziona. Vero Capolavoro, come il titolo della canzone. Perché nessuno li ha considerati tra i favoriti finora alla vigilia? VOTO 10

Big Mama, il testo convince: ripartire da se stessi, alla faccia di chi ci vuole male. La melodia, però, non né carne né pesce, VOTO 6

Ricchi e Poveri, orecchiabili, ancora bravissimi, Angela è un tripudio di energia come sempre. Anche loro, però, scivolano nelle atmosfere latine: forse una conditio sine qua non per arrivare anche ai giovanissimi, con uno dei generi che funziona di più, VOTO 7

Emma, dopo alcune parentesi trap, riecco la Emma che ci piace. Ritmo e orecchiabilità per una ragazza sempre energica ed educata, che ringrazia sempre tutti alla fine di ogni esibizione. Ci sono passaggi del brano che potrebbero essere giudicati come il racconto di una donna che si fa mettere i piedi in testa dall’uomo, ma cantandola una femminista convinta per fortuna non susciterà polemiche VOTO 7

Renga-Nek, melodici, romantici e intonati. Un tempo sarebbero state qualità scontate, oggi giorno è giusto sottolinearle. C’è un po’ di Come è bella la città di Gaber, VOTO 7

Mr Rain, delicato ed emozionante nel racconto di due persone che si sentirebbero nullità senza il supporto dell’altra. Melodia che arriverà sempre di più nel corso delle serate, VOTO 7

Bnkr44, la musica è orecchiabile, ma tra loro non ce n’è uno con una voce da cantante. Il testo poi è l’apologia del più volgare lassismo con voli poetici che vanno da “Stamattina mi lavo i denti col gin” a “Ti pettini i capelli col gin”. Tutto questo con un po’ di insano sessismo che provano a giustificare con la trasgressione punk. Inutilmente provocatori, perché invitarli? VOTO 3

Gazzelle, dai tempi di Claudio Villa le mode sono cambiate e non si potrà mai chiedere ai più giovani di somigliargli, ma almeno beccare una nota senza tremare pur facendo a meno dell’autotune sarebbe carino. La melodia ci sarebbe, canzone che sicuramente piacerà nella versione registrata in studio VOTO 7 

Dargen D’Amico, nel testo un attacco gratuito al presidente Meloni, poi una polemica a fine esibizione per quanto sta accadendo a Gaza. Quanto può essere credibile tutto questo se lo canti rivestito di orsacchiotti? Tanto ritmo per una canzone che sembra più un coro da stadio, o da osteria scegliete voi. Di sicuro non ci vuole la voce di un cantante per interpretare questo brano. Il fatto che lo sentiremo molto in radio, non fa del brano qualcosa di indimenticabile. VOTO 4

Rose Villain, canzone che aspira a essere tormentone, ma melodia abbastanza anonima. Con tutte quelle parole onomatopeiche ci si aspettava più allegria. VOTO 6

Santi Francesi, una di quelle canzoni che passano al Festival e sembrano già destinate al dimenticatoio per la scarsità di emozioni e originalità che provocano, VOTO 5

Fred De Palma, canzone dal ritornello abbastanza forte, che risuonerà parecchio in radio ma non adatta alla kermesse sanremese, VOTO 6

Maninni, vedi Santi Francesi. C’è qualcosa di più nel testo, che descrive come spettacolare l’abbraccio di chi ci ama e ci fa stare bene, VOTO 6

Alfa, atmosfere estive per un cantante arrivato tra i Big sostanzialmente con un solo successo all’attivo. Questi giovani che si ergono a insegnarci la vita attraverso un’esistenza al limite sono però ormai troppi, VOTO 5

Il Tre, le ultime cose sono quelle che si ricordano di più, ma la sua canzone (pur con un testo gradevole che rivaluta le fragilità con cui dobbiamo convivere) anche se si esibisce per ultima è talmente anonima da essere già dimenticata dopo due minuti. VOTO 5

Look: i peggiori sono Ghali, La Sad, Alfa. I migliori sono quelli che vanno sul classico senza osare: Il Volo, Clara, Annalisa, si prova Diodato.

Oggi la seconda serata: cantano in 15, gli altri li presentano. Attesi Giorgia (co-conduttrice) e Giovanni Allevi. Ospite internazionale John Travolta.

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