Stefania Craxi: “La questione giustizia in Italia è la storia di un ordine diventato potere”

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Stefania Craxi:

La voce di Stefania Craxi ci disvela attraverso poche ma esplicative domande la fitta rete di accordi che intercorrono tra il mondo giudiziario e quello della politica, congiunti indissolubilmente da sotterranei giochi di potere che guidano le nomine nel mondo della magistratura, mai attribuite per merito ma sempre per appartenenza all’una o all’altra corrente. Il clima di intimidazioni a cui i pochi magistrati non collusi col Sistema sono sottoposti sembra rendere sempre più difficile agli onesti farsi strada in un mondo perverso, dove le mistificazioni stritolano e attanagliano fino a spegnere del tutto ogni barlume di giustizia. La questione giustizia è al giorno d’oggi di precipua importanza, soprattutto alla luce dell’ultimo referendum sulla giustizia. Attraverso l’analisi della senatrice, cercheremo di ricostruire le dinamiche di una problematica che sin dalla prima repubblica affligge lo stato democratico italiano.

Chi avrebbe il compito morale di porre fine a tutti i soprusi che si sono consumati a causa dello strapotere giudiziario?

Serve una stagione costituente, che affronti anche questi temi, senza voglia di rivalsa, senza scontri ideologici, poiché non si tratta né di condannare complessivamente i magistrati, che in grande maggioranza svolgono correttamente un lavoro difficile e prezioso, né sacrificare l’indipendenza della magistratura, che è un bene supremo da tutelare. Si tratta però di impedire il protrarsi di una deriva, evitando che l’Italia si statuisca a tempo indefinito una Repubblica giudiziaria, in cui la sovranità passi definitivamente dalle urne alle toghe. È un compito a cui sono chiamate tutte le forze sinceramente democratiche, per restituire alla politica il ruolo che le compete in uno stato di diritto.

Il potere giudiziario, forte della sua riconosciuta inviolabilità, potrà mai riuscire a essere finalmente efficiente, veloce ma soprattutto imparziale e finalmente scevro da ogni condizionamento politico?

La “questione giustizia” in Italia è la storia di un ordine diventato potere, un potere divenuto poi preminente rispetto a tutti gli altri. Cosa ciò abbia comportato nella vita civile e democratica del Paese è ormai sotto gli occhi di tutti. Le storture e le deviazioni prodotte da questa deriva sono ormai tali da rendere la giustizia italiana una caricatura di se stessa e, da tempo, non riguardano solo il rapporto politica – magistratura, ma anche e soprattutto quello tra cittadini e giustizia. Le due questioni, ad un occhio poco attento, potrebbero apparire tra loro separate. Eppure, c’è una stretta correlazione tra un potere giudiziario sempre pronto ad andare oltre le sue competenze e prerogative, talvolta molto più interessato a seguire le luci della ribalta mediatica e perseguire una visione moralizzatrice della società, che non il fatto – reato, ed una giustizia poi del tutto inadeguata a rispondere all’esigenze di quanti, cittadini e imprese, invocano da decenni una “giustizia giusta”, che è tale nei modi e nei tempi con cui la si amministra. Ma questi mali hanno radici profonde, datate nel tempo. Non nascono all’improvviso e, per certi versi, sono rappresentativi di una tendenza più ampia, che interessa in diversi modi ed a diverse latitudini lo stesso mondo occidentale anche se, in nessuna altra parte, hanno prodotto un così lacerante conflitto fra magistratura e classe politica come nel caso italiano.

Siamo sicuri che Mani Pulite abbia scardinato il fenomeno delle tangenti in politica? A volte la seconda o terza repubblica sembra più corrotta della prima?

In Italia il fenomeno nasce agli albori degli anni Settanta, allorché il PCI intuisce il potente effetto destabilizzante di una magistratura politica organizzata, interna alle istituzioni democratiche, in grado di utilizzare il processo giudiziario, in particolare quello del lavoro e poi quello penale, per sottrarre il primato della politica alla classe dirigente “corrotta” e “sfruttatrice” ed affidarlo ai giudici combattenti per la giustizia sociale in nome di quella che diventerà poi una “questione morale”. In questo arco di tempo la commistione e la confusione tra il concetto ed il programma di giustizia sociale e di giustizia giudiziaria raggiunge il livello massimo operativo sotto l’ombrello protettore dell’emergenza terrorismo, poi della mafia e, infine, per la corruzione della pubblica amministrazione. Questa trasformazione dell’azione giudiziaria in azione politica, esplode agli inizi degli anni Novanta, dopo il cadere del muro di Berlino e con il venir meno della “conventio ad excludendum”, e dà vita a quella falsa rivoluzione mediatico – giudiziaria che prende il nome di “Mani pulite” e vede il coagularsi di interessi e convenienze di diverso genere e natura. È questo l’atto fondativo della Seconda Repubblica e, contestualmente, il momento del definitivo stravolgimento del rapporto tra politica e magistratura, con la prima che abdica, per debolezza, opportunismi e viltà, al suo ruolo guida e diviene al contempo vittima e carnefice di se stessa, dando vita negli anni a seguire, sotto la scure di offensive giudiziarie e conflitti metapolitici, ad una legislazione tale da rendere allo stato definitiva la sua condizione di subalternità e irrilevanza.

Certo, negli anni si sono a tratti ingaggiati alcuni scontri su determinate questioni, ma questi sono stati parziali, volti più alla difesa dello status quo che non ad affrontare una questione la cui portata è sistemica, con un conflitto continuo che è servito ad esacerbare gli animi ma non a risolvere nessuna delle problematiche esistenti. Infatti, se bene il tema della giustizia dopo Tangentopoli è stato l’elemento peculiare che ha contraddistinto lo scontro tra i due schieramenti dell’imperfetto e forzato bipolarismo italiano, la questione ormai travalica gli stessi confini politici, poiché anche gli “apprendisti stregoni” della “gauche cavier” nostrana, che pensavano di poter controllare il mostro creato, hanno dovuto fare, seppur in modo edulcorato, i conti con settori della magistratura ormai fuori controllo ed autoreferenziali. L’arma giudiziaria, una vera e propria clava da brandire all’occorrenza, non è più usata solo verso la politica e, all’interno di questa, verso gli avversari o nelle lotte intrapartitiche e di schieramento, ma rappresenta uno strumento, da utilizzare alla bisogna, per regolare i conti all’interno della stessa magistratura. È il destino naturale, a tratti scontato, che accomuna ogni potere allorquando raggiunto ogni obiettivo esterno si trova a dover guerreggiare al proprio interno per il suo controllo.

La questione giustizia oggi è la questione del primato della politica, della sua autonomia, del suo ruolo e della sua funzione, della tutela e dell’indipendenza delle stesse istituzioni democratiche e di una giustizia che sia ed appaia tale. È in una sola parola una questione di sovranità democratica.

Infatti, se si vuole ripristinare il giusto equilibrio tra poteri ed organi dello Stato, se si vuole porre il freno ad una degenerazione ormai palese, non più controllabile e difficilmente comprensibile che coinvolge diffusi settori della magistratura ed i suoi organi di autogoverno, è necessario mettere mano ad una riforma radicale che, in quanto tale, non può che non partire da un intervento atto a riformare il Consiglio Superiore della Magistratura e separare le carriere di giudici e di pubblici ministeri, mediante un intervento sul titolo IV della Costituzione.

Contestualmente, vanno inserite e ripristinate garanzie di indipendenza per la politica e promosse una serie di riforme in materia di giustizia penale, civile, amministrativa e contabile che mettano al centro il cittadino, i suoi diritti e le sue necessità, sapendo che, non da oggi, non perché necessario per accedere ai fondi del cosiddetto Recovery Found, la “questione giustizia” determina la crescita economica di un paese e l’attrattività di questo.

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