Orgoglio, amore filiale, spirito di sacrificio ed eroismo: l’anima nascosta della città etnea
I simboli di Catania sono noti in tutto il mondo. Anzi, arcinoti: l’Elefante, che con i rossazzurri del calcio è entrato nei più importanti campi d’Italia; l’Etna (su di lei c’è poco da aggiungere!) e sant’Agata, la martire cristiana dei primi secoli alla quale ogni anno è tributata una delle tre feste cattoliche più partecipate al mondo per numero di fedeli e intensità emotiva. Nel bagaglio della città incastonata tra il mare Ionio e la montagna potrebbero esserci ben altri tesori a tenerne alto il prestigio. La sua identità più profonda affonda certamente le radici nelle leggende popolari. Quattro, in particolare, la sostengono, anche nel silenzio, con spalle poderose e forti. Un lavoro instancabile, che va avanti da tempo immemore.
Leggende visibili a tutti, anche se i catanesi, presi dalle loro faccende quotidiane, non ci fanno caso. A cosa? Ai quattro tesori incastonati nel cuore di piazza Università. Siamo in pieno centro, nella parte che tende al mare della chilometrica via Etnea, la lunga strada che divide in due il cuore storico della città e che sale dagli Archi della Marina fino alla prima cintura dei paesi etnei, verso il Vulcano. A neanche cento metri si trova piazza Duomo, con il Liotru al centro (l’elefante in pietra lavica nera sormontato da un obelisco egizio), la Basilica Cattedrale su un lato e il Palazzo degli Elefanti, sede dell’amministrazione comunale, sull’altro. Alle spalle dell’edificio settecentesco dove operano il sindaco e il senato cittadino, si apre un altro spazio, dove ha sede il Rettorato della Siculorum Gymnasium, l’ateneo fondato nel 1434, che fra meno di otto anni compirà sei secoli di storia.
Piazza Università sta a Catania come piazza del Popolo sta a Roma – con le giuste proporzioni, ovviamente. Ed è proprio lì che si tengono da sempre i grandi concerti e i comizi oceanici. Almirante, Berlinguer, Fini, Pannella, Grillo e la Meloni l’hanno riempita, lasciando il riverbero delle loro voci nella storia della città. «Catania è la pupilla dei miei occhi», aveva detto dal palco il leader missino, fissando una volta per sempre la passione per una comunità dal volto sì ribelle, ma in nome di tradizioni da difendere e di un’autonomia da preservare.
Come detto, sono in pochi a farci caso, ma piazza Università è teatro di un monumento del tutto particolare e diffuso: i maestosi lampioni in bronzo realizzati nel 1957 dagli scultori catanesi Mimì Maria Lazzaro e Domenico Tudisco, su progetto dell’architetto Vincenzo Corsaro. Quattro candelabri che non sono soltanto opere d’arte di indubbio valore estetico, ma ciascuno racconta una leggenda legata alla storia e alla tradizione della città, tenendo alti valori fondamentali quali famiglia, coraggio, dignità e sacrificio. Anche per questo, quando il popolo si raduna lì in gran massa, non si celebra soltanto un evento mondano, ma si ridesta implicitamente l’anima profonda di una città che non è disposta per nessun motivo a declinare alla propria identità.
Il primo lampione è dedicato a Gammazita, una giovane catanese celebre per la sua bellezza e per la sua incorruttibile virtù. La leggenda racconta che un soldato angioino, Droetto, invaghitosi follemente di lei, arrivò a perdere ogni senso dell’onore pur di conquistarla. Ma Gammazita non ricambiava il suo sentimento: un giorno, mentre si trovava presso un pozzo per attingere acqua, fu aggredita dal soldato e, pur di non subire violenza, scelse di gettarsi nella cavità. Il suo gesto estremo è divenuto simbolo di coraggio, dignità e fermezza morale, e richiama la vicenda di sant’Agata, anch’ella disposta a morire pur di restare fedele a sé stessa.
Il secondo celebra Colapesce, giovane dotato del dono straordinario di restare a lungo sott’acqua. L’imperatore Federico II di Svevia volle metterlo alla prova, sfidandolo a recuperare prima una coppa d’oro e poi la sua corona dal fondo del mare: Colapesce riuscì in entrambe le imprese. La sua prova più grande, però, fu l’esplorazione delle profondità marine sotto la Sicilia, dove scoprì che l’isola poggiava su tre colonne, di cui una incrinata. Per impedire che la terra sprofondasse, decise di restare laggiù, e secondo la leggenda ancora oggi sostiene la Sicilia con le sue spalle.
Il terzo lampione ricorda i fratelli pii, Anfinomo e Anapia, che durante un’eruzione dell’Etna tentarono di salvare i loro anziani genitori caricandoli sulle spalle. Mentre la lava incandescente minacciava di travolgerli, si compì un miracolo: il fiume di fuoco si aprì in due, permettendo ai quattro di mettersi in salvo. La loro storia è divenuta un simbolo eterno di amore filiale e sacrificio.
L’ultimo lampione racconta le gesta di Uzeta, eroe leggendario nato dalla fantasia dello scrittore Giuseppe Malfa agli inizi del Novecento. Giovane di umili origini, forte e valoroso, Uzeta divenne cavaliere e affrontò gli Ursini, giganti saraceni che, secondo la tradizione, avrebbero dato il nome al fridericiano Castello Ursino. Grazie al suo coraggio e al suo valore, Uzeta conquistò la mano della figlia di Federico II, diventando un simbolo di audacia, forza e riscatto.

















