“Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione titanica, conservata in ottimo stato, quasi non contasse secoli e secoli ma soltanto anni, provai un’ammirazione per la forza umana assai maggiore di quella che mi aveva ispirata la vista del Colosseo … una razza che poté costruire tali mura, doveva già possedere un’importante cultura e leggi ordinate” così si esprimeva il Gregorovius a proposito dell’imponente Acropoli di Alatri (meglio nota come Civita).
Si tratta di un’area sopraelevata, anticamente adibita ad area sacra, successivamente fortificata e attualmente sede della Cattedrale di San Paolo e del Vescovado, entrambi edifici altomedievali. Secondo il ricercatore alatrense Ornello Tofani (che studia le mura da anni e che ringraziamo per il supporto fornito) la costruzione risale al 5.300 A.C. Secondo altri, invece, la costruzione sarebbe più recente e risalirebbe, a seconda delle varie teorie, al X, al VI o al IV-III secolo A.C. Visto dall’alto, il perimetro dell’Acropoli, di forma trapezoidale, assomiglia straordinariamente al perimetro della Costellazione dei Gemelli durante il solstizio di estate. E’ stato individuato, inoltre, un allineamento astronomico che, al Solstizio d’ inverno, collega Alatri a Giza alla Mecca e a Carnac in Francia.
Recenti studi hanno inoltre rilevato nel sottosuolo dell’Acropoli vibrazioni meccaniche, originate probabilmente da movimenti tettonici dei piani sottostanti che potrebbero avere “ … un cospicuo effetto diretto di rilassamento sull’organismo interferendo positivamente con l’attività cerebrale … “. Le mura poligonali sono composte da strati di megaliti fatti combaciare ad incastro e senza uso di calce. Sono dette anche mura ciclopiche perché si pensava che un’opera così imponente potesse essere stata realizzata soltanto dai Ciclopi. In realtà, attraverso una tecnica geniale, i blocchi di pietra che compongono le mura non furono issati dal basso ma staccati dalla sommità della stessa collina e successivamente fatti calare dall’alto, sfruttando la forza di gravità. In questa maniera si rese più agevole, si fa per dire, la posa in opera.
Il punto di massima elevazione è il cosiddetto Pizzale, posto all’angolo sud-orientale, costituito da quindici blocchi contrapposti. La pietra angolare di base presenta un bassorilievo interpretato come un sole alato, con un chiaro riferimento al sole che sorge da questo lato. Secondo altre teorie, invece, si tratterebbe di un ariete, che per gli Egizi rappresentava l’organo genitale femminile, o di un toro, simbolo della potenza maschile. Come vedremo, non sono i soli riferimenti alla fertilità.
L’Acropoli ha due porte di ingresso. La Porta Maggiore, sita sul lato meridionale, è alta 4 metri e presenta un architrave monolitico secondo soltanto alla Porta dei Leoni di Micene. Immette in una galleria a dolmen che conduce alla spianata dell’Acropoli. Al lato si trova una vasca di epoca romana (probabilmente il “lacus ad portam” citato nell’iscrizione onoraria del censore Betilieno Varo). La Porta Minore (detta anche Porta dei Falli), sita nel lato di Nord-ovest, è alta 2,12 metri ed immette in uno stretto corridoio ascendente, coperto con monoliti in progressivo aggetto. Si tratta di un sistema di copertura riscontrato soltanto all’interno della piramide di Menfi. A sinistra della porta sono presenti alcune iscrizioni in lingua osca. Il nome di porta dei Falli dipende da tre incisioni falliche sovrastanti la porta: un chiaro simbolo di fertilità. Il richiamo alla fertilità è ribadito dal numero dei monoliti che coprono il corridoio ascendente, una sorta di scala rovescia: nove, come i mesi della gravidanza. Si ritiene che, in antichi riti pagani, fosse augurale il passaggio attraverso a porta per percorrere le scale. I richiami alla fertilità sono altresì evidenti durante le giornate dell’equinozio. Solo in tale giorno, infatti, il corridoio all’interno della porta è illuminato interamente dai raggi del sole. Il sole, organo maschile, penetra la terra, organo femminile, in un ciclico rito di fertilità. All’alba del 21 giugno, Solstizio d’estate (considerato anche il Natale di Alatri), i primi raggi del sole sbucano dalla sommità superiore del corridoio. Al tramonto del solstizio di inverno, invece, gli ultimi raggi del sole si spengono dietro la fine della scalinata. Si ritiene che i falli siano tre proprio per simboleggiare l’equinozio, il solstizio d’estate e il solstizio d’inverno.
Non lontano dalle due porte sono visibili tre nicchie cieche rettangolari (dette I Santuari) la cui funzione resta oscura. Si pensa che anticamente alloggiassero i simulacri delle divinità tutelari, ivi posti per svolgere una funzione protettrice accanto all’ingresso dell’area. Nel lato ovest è stata recentemente scoperta una riproduzione della Dea Madre scolpita nella roccia viva. Una statua simile è stata rinvenuta a Catalhoyuk, in Anatolia, ed è conservata nel museo di Ankara. Andando oltre si incontrano i resti di un portico, fatto costruire da Lucio Betilieno Varo nel II secolo A.C. per collegare l’Acropoli con l’antico foro. Da qui inizia un pendio che conduce all’area dell’Acropoli difesa, come un cane da guardia, da un leone in pietra, proveniente da un sepolcro tardo-repubblicano. Oltre a queste, ci sono ancora tante altre meraviglie nell’Acropoli di Alatri (molte, in particolare, riguardano l’Antico Egitto). Il Gregorovius, credeteci, non esagerava per niente.















