Marcantonio Colonna: l’eroe che sconfisse gli islamici a Lepanto

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Erede di una delle famiglie più potenti di Roma, diseredato dal padre e scomunicato con i suoi, comandò le galee del papa a Lepanto e morì sotto accusa in terra di Spagna.

Per capire chi fosse Marcantonio Colonna occorre guardare prima al nome che portava, perché nella Roma del Cinquecento un cognome non era un dato anagrafico ma una posizione nel mondo. I Colonna erano da secoli la più tenace fra le grandi famiglie baronali del Lazio: signori di Palestrina, Genazzano, Marino e Paliano, padroni dei castelli che presidiavano le colline intorno all’Urbe e, proprio per questo, capaci di trattare con i pontefici da pari a pari, quando non di sfidarli apertamente. Era stato un Colonna, Sciarra, a mettere le mani addosso a Bonifacio VIII ad Anagni nel 1303, ed era stato un altro Colonna, Oddone, a salire al soglio come Martino V nel 1417, chiudendo il Grande Scisma d’Occidente: la stessa casata che poteva umiliare il papato sapeva all’occorrenza incarnarlo, e in quella duplicità risiedeva il suo peso politico. Ghibellini per tradizione, dunque legati all’Impero e poi alla Spagna, perennemente in lite con gli Orsini, i Colonna attraversarono il Rinascimento dando alla penisola capitani di ventura, cardinali e, con Vittoria Colonna, una delle voci poetiche più alte del secolo, amica di Michelangelo.

In questa famiglia, e in questa contraddizione, nacque nel 1535 a Civita Lavinia, l’odierna Lanuvio, Marcantonio II Colonna, figlio di Ascanio e di Giovanna d’Aragona, erede per parte di madre del sangue reale di Napoli. La sua infanzia fu segnata da una frattura domestica che rifletteva quella politica: i genitori si separarono quando era piccolissimo, la madre lo portò con sé, e il ragazzo crebbe in una posizione tanto ambigua da essere infine diseredato dal padre. Si ritrovò così giovanissimo a dover riconquistare, con le armi e con la pazienza, ciò che altri ereditavano per nascita, e fu forse questa necessità a formarne il carattere insieme tenace e diplomatico di tutta la vita.

La prova arrivò presto. Quando Paolo IV Carafa, nemico giurato degli spagnoli e dei baroni filoimperiali, mosse guerra alla Spagna e colpì i Colonna con la scomunica e la confisca dei feudi, Marcantonio scelse senza esitazione il campo di Filippo II, affiancò il duca d’Alba nella marcia contro lo Stato della Chiesa e riprese personalmente Paliano, la rocca da cui discendeva il titolo di famiglia. Fu una vittoria amara, perché lo poneva formalmente contro il pontefice, e ci vollero anni di trattative prima che Pio IV sanasse la frattura e restituisse ai Colonna i loro domini. Da quell’esperienza il giovane principe trasse la lezione che avrebbe guidato il resto della sua carriera: la sua forza non stava nell’opporsi a Roma o a Madrid, ma nel rendersi indispensabile a entrambe.

L’occasione per dimostrarlo venne nel 1570, quando Pio V, deciso a strappare Cipro alle mani ottomane, lo nominò capitano generale delle galee pontificie. La campagna fu un fallimento quasi grottesco: la spedizione partì tardi, si impantanò nei sospetti reciproci fra veneziani, spagnoli e genovesi, e tornò indietro senza aver combattuto, lasciando l’isola al suo destino. Colonna ne uscì tuttavia con un credito inatteso, perché nella disfatta aveva mostrato una qualità rara fra i comandanti del tempo, la capacità di tenere insieme uomini che si detestavano, e i veneziani gli riconobbero una lealtà che non attribuivano a nessun altro alleato.

Fu questa reputazione, più ancora delle sue doti militari, a renderlo il terzo nome della Lega Santa accanto a don Giovanni d’Austria e a Sebastiano Venier, e a collocarlo al centro dello schieramento il 7 ottobre 1571. Nella mischia di Lepanto la sua Capitana non combatté soltanto la propria battaglia, ma accorse in soccorso della Real quando l’ammiraglia di don Giovanni rischiava di essere sopraffatta, contribuendo in modo diretto a capovolgere l’esito dello scontro al centro. Era il gesto che riassumeva tutta la sua parabola: un barone romano che salvava il fratello del re di Spagna in nome di un papa che un tempo aveva scomunicato la sua famiglia.

Il ritorno a Roma, il 4 dicembre di quell’anno, fu l’apoteosi di un uomo e insieme di una città che non vedeva nulla di simile da secoli. Colonna entrò da Porta San Sebastiano e risalì verso il Campidoglio lungo il percorso dei trionfi antichi, disarmato e su un cavallo bianco, acclamato da una folla che in lui riconosceva non soltanto il vincitore dei turchi, ma la rivincita di Roma su un’epoca di umiliazioni, dal Sacco del 1527 in poi.

Gli anni successivi raffreddarono rapidamente quell’entusiasmo. Le campagne del 1572, condotte ancora da Colonna nelle acque greche, non produssero risultati decisivi, la Lega si sfaldò e Venezia firmò la propria pace separata, mentre Lepanto si trasformava in una memoria da celebrare più che in una politica da proseguire. Nel 1577 Filippo II lo nominò viceré di Sicilia, e il condottiero divenne amministratore: riorganizzò le difese costiere contro le incursioni barbaresche, intervenne sull’approvvigionamento del grano, tentò di ricondurre all’obbedienza una nobiltà feudale abituata a considerare la legge regia una gentile raccomandazione.

Fu proprio quello scontro con i baroni siciliani a rivolgersi infine contro di lui, perché la durezza con cui colpì alcuni avversari alimentò accuse pesanti, che dall’isola giunsero fino alla corte di Madrid. Convocato dal re per discolparsi, Marcantonio Colonna si mise in viaggio verso la Spagna e vi morì il primo agosto 1584, a quarantanove anni, senza aver potuto difendersi. Anche la sua fine, come l’intera sua esistenza, restò sospesa fra l’onore e il sospetto, fra la fedeltà al sovrano e il prezzo che quella fedeltà comportava. Di lui rimangono il ritratto dipinto da Scipione Pulzone, la galleria che la famiglia volle a Palazzo Colonna come monumento perpetuo alla giornata di Lepanto, il rilievo che a Santa Maria Maggiore lo mostra mentre riceve da Pio V l’incarico di combattere il Turco e perfino la festa che ogni anno, a Marino, ricorda il ritorno del signore vittorioso. Più di tutto rimane però il profilo di un uomo che appartenne contemporaneamente a tre mondi — la Roma dei baroni, la monarchia spagnola e la Cristianità mediterranea minacciata — e che seppe tenerli insieme in un momento in cui quasi nessuno ci riusciva. Fu questa, forse, la sua vera abilità: non il comando di una galea, ma la capacità di far convergere, per il tempo di una stagione, interessi che la storia aveva costruito per restare divisi.

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