Antagonisti e maranza devastano le città: ecco chi li difende

0

Ci mancava soltanto la guerriglia urbana dei maranza. Dopo Milano, Torino e Bologna distrutte dai manifestanti ieri. Oggi sono tornati di nuovo in piazza nel centro della città meneghina, immigrati di seconda generazione arrivati non solo dalla periferia ma anche da altre zone d’Italia. Assaltano negozi, librerie, supermercati sono la nuova feccia da contrastare con forza. Come se l’Italia non avesse già abbastanza problemi, adesso dobbiamo anche assistere allo spettacolo indecente di bande di facinorosi che mettono a ferro e fuoco le nostre città, aggrediscono le Forze dell’ordine e devastano tutto quello che incontrano. Il tutto, naturalmente, nel nome di cause sociali che diventano il lasciapassare per ogni genere di violenza.

Il copione arriva dalla Francia, dove la sinistra istituzionale di Jean-Luc Mélenchon e le grandi organizzazioni sindacali hanno contribuito ad alimentare un clima di mobilitazione e scontro permanente. Una responsabilità politica pesantissima, soprattutto quando le proteste degenerano in guerriglia urbana. A Limoges si è arrivati addirittura a incendiare il municipio ottocentesco, un monumento storico devastato dalle fiamme, con il tetto e la torre dell’orologio crollati. Un patrimonio pubblico distrutto dalla furia di un branco di vandali che aveva resistito a due guerre mondiali! E siccome dalle nostre parti non siamo capaci nemmeno di inventarci una rivolta originale, ecco che qualcuno ha pensato bene di importare anche questo modello. Cassonetti incendiati, vetrine sfondate, agenti presi a sassate. Una bella dimostrazione di civiltà da parte di chi pretende continuamente di impartire lezioni di democrazia.

A contendersi la scena troviamo il peggio dell’antagonismo militante: i soliti centri sociali, i collettivi dell’estrema sinistra, i figli di papà con la rivoluzione nel cuore e il conto corrente di famiglia alle spalle. A questi si affiancano gruppi di maranza, immigrati di seconda generazione  teppisti da social network e giovani che scambiano l’aggressività per una medaglia al valore.

I rivoluzionari con la paghetta e i bulli immigrati. Un incontro grottesco, nel quale chi predica la lotta di classe può finire a condividere la piazza con chi cerca soltanto un’occasione per menare le mani.

Ancora più inquietante è la convergenza tra i maranza violenti, gli ambienti dell’estrema sinistra e le frange dell’integralismo islamico che manifestano un’aperta ostilità verso le nostre istituzioni e i valori della società italiana. Una miscela pericolosa, sulla quale i centri sociali dovrebbero essere chiamati a rispondere politicamente, soprattutto quando nelle manifestazioni compaiono slogan estremisti e atteggiamenti di aperta sfida allo Stato. È intollerabile che chi disprezza le nostre leggi, aggredisce le forze dell’ordine e pretende di imporre la propria prepotenza nelle strade possa nascondersi dietro la bandiera dell’integrazione. E sarebbe ancora più grave se organizzazioni dell’estrema sinistra sfruttassero queste frange radicalizzate come manovalanza della violenza di piazza. Chi predica l’odio contro il Paese nel quale vive non merita indulgenza politica, qualunque sia la sua origine o la religione che dichiara di professare.

Del resto, per alcuni centri sociali la devastazione sembra essere diventata un’attività a tempo pieno. Cambiano le parole d’ordine, cambiano le bandiere, cambiano le occasioni per scendere in strada, ma il repertorio rimane sempre quello. Contro il governo, contro la polizia, contro lo Stato, contro chiunque abbia l’ardire di pretendere il rispetto delle regole.

E la sinistra? La sinistra continua a guardare queste piazze come se fossero una riserva naturale di consenso elettorale. Il sindaco di Milano Sala invece di condannare, senza se e senza ma i teppisti, se la prende con Piantedosi, esponenti del PD postano sui loro social la “solidarietà ai manifestanti manganellati dalla polizia”.

Un’opposizione sempre più povera di argomenti, incapace di formulare risposte convincenti alle difficoltà reali del Paese, sembra trovare nella rabbia sociale l’ultima occasione per tornare protagonista. Poco importa se le rivendicazioni originarie vengono soffocate dalla violenza. Poco importa se a rimetterci sono commercianti, lavoratori, famiglie e cittadini che non hanno alcuna intenzione di partecipare alla rivoluzione permanente di qualche collettivo universitario.

L’importante è tenere alta la tensione. Alimentare l’indignazione. Trasformare ogni problema in un’accusa contro il governo. E quando la situazione precipita, ricominciare con la solita commedia delle giustificazioni, delle responsabilità da contestualizzare, del disagio da comprendere.

Ma quale disagio può giustificare un poliziotto preso a calci? Quale ingiustizia sociale autorizza a distruggere il negozio di una famiglia che lavora dalla mattina alla sera? Quale battaglia politica richiede di incendiare una strada?

Siamo stanchi di vedere le nostre città trattate come proprietà privata di una minoranza arrogante e violenta. Siamo stanchi dei rivoluzionari della domenica, degli incappucciati che si sentono eroi quando sono in cinquanta contro un agente, dei predicatori dell’odio che pretendono rispetto mentre calpestano quello degli altri.

E siamo altrettanto stanchi di quella superiorità morale con cui certi ambienti politici pretendono di decidere quali violenze meritino una condanna e quali, invece, possano essere comprese, ridimensionate o addirittura romanticizzate.

Chi devasta una città è un delinquente, indipendentemente dalla bandiera che sventola. Chi aggredisce un rappresentante dello Stato deve risponderne davanti alla giustizia. Chi organizza o favorisce azioni violente deve essere individuato e perseguito, senza sconti e senza protezioni politiche.

L’Italia ha già conosciuto fin troppo bene le conseguenze dell’odio ideologico. Non abbiamo bisogno di nuovi apprendisti rivoluzionari, né di importare dalle banlieue francesi un’altra stagione di violenza urbana.

Le nostre città non sono il parco giochi dei centri sociali, dei figli di papà annoiati e delle bande di maranza. Sono il luogo nel quale milioni di italiani lavorano, crescono i propri figli, pagano le tasse e cercano di vivere dignitosamente.

E questi italiani hanno tutto il diritto di essere furiosi. Perché mentre qualcuno si diverte a fare la rivoluzione, sono sempre loro a pagarne il conto. Ci aspettiamo una risposta forte e decisa da parte del Governo con arresti immediati e pene severe verso questa teppaglia.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui