Quando la musica popolare italiana è sostituita con la trap

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Costruire un’identità e poi tradirla cambiando il ritmo delle canzoni

Tra Otto e Novecento la forma artistica della canzone svolge un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità nazionale italiana e nei processi di modernizzazione che coinvolgono il paese a partire dall’unificazione. La canzone italiana, infatti, fondendo l’eredità dell’opera lirica con i canti popolari regionali riesce a trascendere la tradizione orale salvandone lo spirito, e a creare un’estetica “popolaresca” condivisa da aristocrazia, classi medie e ceti popolari ancora in gran parte non alfabetizzati, come la letteratura popolare nata con il romanticismo non era stata ancora in grado di fare.

Non a caso proprio a partire da un contesto dialettale, quello napoletano, tra gli ultimi decenni del XIX secolo e la Grande guerra nasce il primo embrione di quella che molti decenni dopo si sarebbe chiamata la musica “pop”: dalla riproduzione degli spartiti ai primi fonografi le canzoni napoletane “classiche” – attraverso le quali poeti e musicisti di cultura cosmopolita interpretavano la natura profondamente interclassista della società cittadina – entrano praticamente in ogni casa, dai “bassi” ai palazzi nobiliari, diventando un genere di consumo non soltanto interno ma di esportazione, e caratterizzando in forma indelebile l’immagine dell’Italia nel mondo.

Anche quando con la nascita della popular music gli Stati Uniti – da Tin Pan Alley a Broadway, assorbendo l’influenza afroamericana con il blues e il jazz – creano, a partire dagli anni Venti, la più potente e trasversale forma di intrattenimento musicale destinata alle società industrializzate, nel nostro paese ancora per decenni la canzone, pur risentendo delle nuove mode, rimane ancora fondamentalmente “autarchica”. Anche dopo la fine del regime fascista, che naturalmente spingeva in quella direzione, fino almeno alla seconda metà degli anni Cinquanta la colonna sonora della società italiana è ancora costituita soprattutto da elegie nostalgiche/arcadiche sulla società rurale, condite dall’epopea malinconica dell’emigrazione: rispecchiando in ciò la complessa transizione del paese ad una piena industrializzazione ed urbanizzazione anche nel momento del “miracolo” economico. Soltanto con il tornante degli anni Sessanta e la crescita della generazione baby boomer l’Italia comincia ad importare la canzone popolare di massa anglosassone, traducendola secondo la sensibilità nazionale prevalente: dal rock’n’roll strapaesano/metropolitano di Adriano Celentano al doo woop sentimentale riadattato dagli “urlatori”.

Fino ad arrivare, nella prima metà del nuovo decennio, ad accogliere con entusiasmo il beat d’Oltremanica, spesso innanzitutto nella persona di artisti inglesi, come Shel Shapiro o Mal, “convertendo” adolescenti e ventenni all’estetica hippie ma nutrendola ancora di un certo sentimentalismo crepuscolare. Contemporaneamente, però, l’adattamento italiano della musica pop svolge la funzione di catalizzare, sintetizzare, esprimere il disagio e la protesta delle giovani generazioni cresciute nel dopoguerra.

Ciò avviene attraverso la canzone di protesta militante, attraverso il rock “alternativo” degli anni Settanta, ma soprattutto attraverso un genere originale, sintesi autoctona tra la tradizione degli chansonnier francesi e il fenomeno dei folksinger americani transitati al rock come Bob Dylan: i “cantautori”, musicisti/interpreti colti, che univano nelle loro canzoni in forma sintetica e popolare, per quanto non banale, i temi privati – l’amore, ma anche il passaggio alla maturità e il disagio esistenziale – con argomenti sociali e politici.

Da questo secondo punto di vista la prima e la seconda generazione dei cantautori italiani, tra anni Sessanta e Settanta, si sintonizzano in forme varie con i sentimenti politici prevalenti del movimentismo di sinistra allora montante, ma si fanno anche portatrici di voci critiche rispetto al conformismo dilagante dell’”impegno” militante, riaffermando orgogliosamente l’indipendenza etica e intellettuale dell’artista: da Francesco De Gregori a Edoardo Bennato, da Bruno Lauzi a Giorgio Gaber, a Francesco Guccini.

Nei decenni successivi la tradizione cantautorale si intreccerà con altre tendenze stilistiche, come il jazz, la musica latina, il power pop e hard rock americano, lo hip hop, producendo nuove generazioni di musicisti che saranno tra le più significative espressioni di un’epoca post-ideologica, fondata soprattutto sull’individualismo e sull’affermazione dell’identità personale attraverso “romanzi di formazione” sotto forma di canzone: tra essi Paolo Conte, Vasco Rossi, Ligabue, Gianna Nannini, Zucchero, Max Pezzali, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, Vinicio Capossela.

Parallelamente, nel campo della canzone melodica di più facile e trasversale consumo, la sintesi di desideri, paure, speranze diffuse nella società viene incarnata soprattutto dagli interpreti protagonisti delle maggiori competizioni canore nazionali, tradizionalmente seguite dagli strati sociali più vari alla stregua dei grandi eventi sportivi: il Festival di Sanremo, Canzonissima, il Cantagiro, la mostra di Venezia, il Festivalbar e altre.

Dopo un periodo di decadenza che coincide con il culmine del movimentismo di sinistra e la crisi economica degli anni Settanta, una di queste competizioni, quella sanremese, riacquista in breve tempo una grande centralità, e diviene negli anni Ottanta e Novanta forse il principale catalizzatore simbolico dell’ottimismo collettivo, della nuova voglia di crescita e benessere, persino del ritrovato orgoglio nazionale: sentimenti variamente presenti negli “inni” pop proposti da cantanti come i Ricchi e Poveri, Mino Reitano, Al Bano, e dai loro eredi come Anna Oxa, Umberto Tozzi, Luca Barbarossa, Eros Ramazzotti e altri.

Nel XXI secolo, con il progressivo invecchiamento della società italiana, il legame tra la musica di consumo e il pubblico giovanile si va affievolendo, e con la frammentazione e digitalizzazione dei mezzi di fruizione la canzone pop si scinde sempre più in rivoli innumerevoli di gusti privati e minoritari, senza più ambire a rappresentare sentimenti collettivi ampiamente condivisi, né su un piano sociale o ideologico né su quello generazionale. L’eredità delle grandi manifestazioni festivaliere viene in parte a confluire nei Talent show televisivi e negli interpreti – tecnicamente preparati, ma stilisticamente sempre più derivativi – da esse lanciati, trovando da ultimo un’incarnazione più significativa, tipicamente minimalista, nel nuovo indie pop italiano. Mentre l’espressione dell’insoddisfazione e del disagio viene raccolta quasi esclusivamente – ma sotto una veste marcatamente “tribale” e gergale – dal rap/hip hop, e più recentemente dalla Trap: il prodotto, quest’ultima, forse più significativo di un sentire adolescenziale cupo, atomizzato, rancoroso, tipico di periferie urbane e sottoculturali sempre più slegate, caotiche ed autoreferenziali.

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