Ritornare al padre per uscire dalla crisi della nostra civiltà

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In principio (almeno per chi è parte della Generazione X, o meglio, in Italia, Generazione Goldrake) erano Howard Cunningham e Charles Ingalls, il professor Senjiro Shiba ed Ernst Robinson. Tutti padri amorevoli, autorevoli, severi anche. Ma uomini tutti d’un pezzo. I patriarchi rispettati da mogli e figlie de “La casa nella prateria” e dell’anime “Flo la piccola Robinson” (a sua volta tratto da un romanzo svizzero di fine ottocento), il paziente papà dei Cunningham, alle prese con figli e greaser Arthur Fonzarelli nei “giorni felici” dell’America postbellica. Il professore giapponese che sacrifica se stesso e il figlio Hiroshi per combattere le forze oscure degli invasori in “Jeeg robot”: il conflitto tipico della tradizione fra libertà e dovere, con Hiroshi il quale alla fine diventa uomo e accetta le sue terribili responsabilità proprio nel nome di suo padre… Queste erano le figure paterne che riempivano il piccolo schermo all’alba della TV a colori nel nostro paese.

Figure calde, solide, gentili e presenti, simbolo di ordine, sacrificio e bontà.

Poi il decostruzionismo, la cui onda lunga in America era già arrivata da tempo (basti pensare che le serie TV statunitensi all’epoca arrivavano in Italia con anche dieci anni di ritardo) ha iniziato a rodere alla base anche da noi.

I sessantottinismi della Scuola di Francoforte avevano un bersaglio principale: il padre. Una figura additata come il bersaglio principale contro cui scagliarsi. Identificata – non a torto – come il principio d’autorità, essa diventava così il nemico ideale nell’epoca del “vietato vietare”. “A fascio, io già j’ho sputato in faccia a mi’ padre” della fidanzatina di Carlo Verdone \ hippie ciancicato in faccia al vecchio comunista (con due pugni chiusi) Mario Brega, evidentemente d’osservanza togliattiana e non trozkista.

A questi – e tanti altri – padri mediatici, la TV degli anni Novanta ha sostituito gli Homer Simpson e i Peter Griffin. I padri spariscono anche negli anime, anche se per motivi differenti dalla perfida smania decostruttivista del trozkismo intersezionale: con Gendo Hikari in “Neon Genesis Evangelion” il conflitto fra padre e figlio diventa quello fra due estranei, proiezione di una società in cui il lavoro stakanovista tipico dei nipponici ha separato le generazioni: genitori e figli che non si incontrano più e interagiscono lasciandosi messaggi di servizio con pizzini sul tavolo con la colazione fredda da consumare in solitudine. Gendo è egoisticamente disposto a sacrificare qualunque cosa – per primo il figlio\rivale, alla fine l’intera umanità – per riavere indietro la moglie scomparsa durante un esperimento scientifico.

Ma è nelle serie americane che il paradigma viene rovesciato in maniera più brutale e falsificante.

Il padre, da principio d’ordine e stabilità, diventa un pagliaccio, eterno adolescente, ignorante e superficiale. Letteralmente un archetipo rovesciato a testa in giù.

Di pari passo crescono figure femminili del tutto irrealistiche, destinate a sostituire il padre-cialtrone e a farne un inutile appendice di una famiglia che andrebbe avanti benissimo (nell’immaginario degli sceneggiatori, beninteso) senza di lui. Donne forti, “empowered” come va di moda nel gergo femminista moderno, il cui scopo è fare da madre ai figli quanto al marito eterno minorenne.

Nella tradizione occidentale il padre era il principio verticale della famiglia: il principio della legge e dell’ordine, della tradizione (il padre prende dal passato e consegna ai figli: eredità ma anche responsabilità) e della fortezza. Si accompagnava alla madre, che è il principio orizzontale, quello dell’accudimento e della tenerezza, del presente e della temperanza. Non per caso il Cristianesimo ha sovrapposto questi due principi ai due bracci della Croce. La famiglia, del resto, fondata sul matrimonio fra padre e madre è un istituto naturale (quindi, per chi crede, direttamente istituito da Dio), e come tale (e solo come tale) riconosciuto anche dal diritto positivo della Costituzione italiana.

Il decostruzionismo sessantottino, col suo braccio armato del femminismo, ha attaccato questo principio, lasciando solo l’orizzontalità. Nessuna sorpresa dunque che oggi la nostra società sia totalmente priva di principi trascendenti.

L’occidente uscirà da queste morte gore solo riprendendosi il padre. Nell’assenza della politica, che approva cose come la fine per legge del cognome paterno ai figli, resta solo la barricata individuale all’interno delle famiglie. Ogni festa del papà, nel giorno di San Giuseppe falegname, chi vuole tenere accesa la fiamma dell’occidente, deve ricordarsi il suo ruolo assegnato dalla natura. I padri facciano i padri, le madri le madri e i figli i figli. Non era un sistema perfetto – diranno i critici che ancora non hanno fatto un barbecue coi libri di Horkheimer, Adorno e Fromm – ma era un sistema che bene o male ha funzionato, per la bazzecola di tutti e trecentocinquantamila anni di storia dell’Homo Sapiens. E vi par poco?

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