Stefania Craxi: “Il moralismo militante della sinistra ha provocato soltanto molti morti”

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Parla la senatrice: da Mani Pulite fino alla battaglia per il Sì

Stefania Craxi. Un cognome importante e una storia politica nel centrodestra. Deputata, sottosegretaria agli Esteri e senatrice dal 2018, attuale presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato. Da promotrice del “Comitato Vassalli”, sostiene il “sì” al referendum per la riforma della Giustizia. Con lei parliamo dei temi su cui gli italiani verranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo.

Senatrice, quando inizia il processo di politicizzazione dei giudici?

Inizia negli anni ’70, l’occasione è il terrorismo. Magistratura Democratica diventa di fatto un organo politico e ci sono le cosiddette preture d’assalto. E lì inizia anche la battaglia dei socialisti, che prima ancora di varare il nuovo codice di procedura penale esprimevano il convincimento che si dovesse passare dal processo inquisitorio, retaggio del Fascismo, a quello accusatorio che peraltro era incompatibile proprio con alcuni principi di epoca fascista che rimanevano nel nostro ordinamento, primo fra tutti l’assenza di separazione delle carriere.

Sembra quasi un paradosso: oggi chi insiste contro la separazione delle carriere vuol mantenere uno scampolo del modello fascista…

È paradossale ma esattamente così, tra l’altro condito con dei falsi clamorosi: la separazione delle carriere non indebolisce la magistratura, ma la rafforza. L’indipendenza, rivendicata dal fronte del “no”, in realtà si difende con l’imparzialità. Ma come può esserci imparzialità se chi giudica appartiene allo stesso ordine, ha lo stesso percorso di carriera, condivide la stessa cultura professionale di chi accusa? È evidente che non può esserci equilibrio tra pubblico ministero e giudice. E viene a mancare anche la fiducia dei cittadini in un procedimento che comincia sbilanciato fin dall’inizio.

Tangentopoli è stato un golpe, caratterizzato da una commistione tra poteri: le procure, il Quarto Potere del giornalismo, imbeccate di servizi segreti e infine la piazza…

Questo oramai non è più complottismo. Ci sono testimonianze dell’ambasciatore statunitense che diceva che alcuni PM di Milano entravano e uscivano dal consolato americano. Quanto al Quarto Potere, quei giornali che menavano le danze dell’aggressione mediatica avevano dei referenti. Chi paga l’orchestra decide la musica. Che poi laRepubblica, laStampa, il Corriere della Sera e il giornale del PCI si coordinassero per fare i titoli è storia nota, come dichiararono due vicedirettori dell’epoca, Sansonetti e Polito. Insomma, oggi Tangentopoli si legge perfettamente.

E la quarta gamba del tavolo? La piazza giustizialista?

Io credo che il moralismo militante, come lo definisco io, inoculato dalla sinistra, ha avvelenato i pozzi del pubblico dibattito e della politica da anni. Un avvelenamento che ha provocato molti morti: vorrei ricordare per tutti un giovane deputato del PSI, Sergio Moroni [1947-1992 NdR], che prima di suicidarsi denunciò quella stagione d’infamia e quella gogna mediatica cui tutti erano sottoposti, non facendo distinzioni tra chi aveva consentito un sistema – sicuramente illegale, che era quello del finanziamento dei partiti – e chi invece ne aveva approfittato per sé.

Del resto allora una informazione di garanzia era una preventiva sentenza di condanna… e tutt’oggi doversi difendere in un processo penale è di per se stesso una pena.

Tutto ciò è parte della battaglia per l’Italia che vogliamo, per noi e per i nostri figli. Dunque noi dobbiamo scegliere: vogliamo una giustizia autorevole che sia regolata dai diritti dei cittadini o vogliamo uno Stato che faccia paura?

Cinque anni fa in un’intervista su CulturaIdentità lei parlò della necessità di una stagione costituente: però c’è stato il muro della sinistra, che non ha voluto partecipare a questa riforma. L’occasione costituente è sfumata?

Non tutta la sinistra: alcune figure autorevoli, penso ai costituzionalisti Augusto Barbera e Stefano Ceccanti, si sono pronunciati a favore. Del resto una riforma come questa è nel DNA dei riformisti. A portare avanti questa battaglia, prima di Forza Italia e del Centrodestra, c’erano stati Craxi e Vassalli. Il problema è che nella stragrande maggioranza la sinistra ha smarrito la propria vocazione storica, che è quella di tutelare i deboli. È una sinistra che difende lo status quo, che non fa altro che rivendicare quella tanto celebrata superiorità morale spazzata via da ogni evidenza storica e politica, e che si è in realtà ricongiunta al filone del conservatorismo ideologico che ha demonizzato la cultura dei socialisti e la cultura riformista. È da conservatori ideologici voler mantenere lo stesso sistema di giustizia nonostante i suoi molto evidenti limiti, che non garantisce imparzialità, che alimenta paura e sfiducia nei cittadini… È da conservatori ideologici ritenere che l’equilibrio fra i poteri sia un pericolo anziché una garanzia che rafforza gli argini democratici. È da conservatori ideologici e, aggiungo antidemocratici, delegare alla magistratura il compito di fare ciò che la politica non sa e non vuole più fare.

Qual è il cuore di questa riforma?

Al centro della riforma più che la separazione delle carriere, c’è un meccanismo imparziale per la composizione del CSM. E per fare chiarezza, in questa riforma della giustizia non c’è alcun intento punitivo. Si sta facendo molta disinformazione, sostenendo che la magistratura finirebbe sotto il controllo del potere politico. È il contrario: con il “sì” al referendum noi vogliamo dire proprio che la magistratura deve restare indipendente, ma deve anche essere responsabile. E dunque, noi vogliamo un processo giusto, non un processo punitivo: un giudice terzo e l’istituzione di due consigli distinti e di un’alta corte disciplinare. Sono misure che mirano a ribilanciare il sistema, perché l’equilibrio fra i poteri dello Stato non è una formula astratta, ma la condizione prima della libertà. Lo scontro è tra conservatori e innovatori, fra chi vuole riformare e quindi fare sì che queste istituzioni possano servire meglio i cittadini e rafforzare la democrazia, e i conservatori che vogliono scegliere l’immobilismo che svilisce la democrazia. Questo è il grande scontro che abbiamo di fronte con il referendum.

Questo referendum può cambiare veramente la giustizia in Italia?

Non è esaustivo, ma intraprende una strada giusta per completare il mosaico della libertà e risanare la frattura che ha lacerato il tessuto sociale e politico del nostro paese.

E dopo il referendum? Quali altri passi?

Una battaglia che fu vinta allora, ma che il Parlamento e i conservatorismi anche allora presenti nel sistema politico riuscirono a bloccare, è quella sulla responsabilità civile del magistrato: tutti rispondono dei loro errori, dai medici ai giornalisti. I magistrati no.

Su Di Pietro che è per il “sì” vuol dire qualcosa?

Non ho nulla da dire su chi fu il braccio armato di quella falsa rivoluzione.

Craxi che ne avrebbe pensato di questa riforma?

Craxi appoggiava la Riforma Vassalli, che aveva come cardine il processo accusatorio e prevedeva la separazione delle carriere. E Craxi ha lasciato parole molto nette su questi temi. Lui sosteneva che nella concezione democratica dello Stato i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Magistratura avrebbero dovuto avere un preciso ambito di riferimento: ovvero riguardare il fatto-reato dell’imputato. Tutto il resto erano deviazioni e invasioni di campo che minavano la natura dello Stato e il fondamento della democrazia. La magistratura deve perseguire il fatto-reato, non moralizzare la società. Quello semmai è il compito della politica. Sentenze che non riguardano il fatto-reato, afferiscono a quel famoso moralismo militante di cui si parlava prima.

L’etica delle intenzioni…

Condanna penale e giudizio morale devono restare separati. È l’elettore che decide di votare o non su basi morali. In tutto questo poi si inserisce la gogna mediatica, e qui chiudiamo il cerchio con cui abbiamo aperto la nostra chiacchierata: perché anche un colpevole – che ovviamente deve pagare per quello che ha commesso – ha diritto a non avere anche una condanna mediatica.

Secondo lei ci sarà partecipazione a questo referendum?

Bisogna mobilitarsi, bisogna spiegare bene le ragioni del “sì”, bisogna controbattere a tutte le falsità che vengono messe in giro, alla disinformazione. Bisogna impegnarsi in questa battaglia che è una battaglia dalla parte del riformismo, dalla parte della giustizia giusta, dalla parte dei diritti e soprattutto dalla parte delle ragioni del cittadino. Ma la vinceremo.

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