Correntismo e difesa corporativa sono la matrice da cui emergono i mali dell’ordine giudiziario in Italia
“Mi scuso per aver ignorato le vittime innocenti della malagiustizia: indagati e imputati, persone comuni e celebri, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza, in grado di distruggere vite e professionalità, calpestando esseri umani, rappresentati come colpevoli e messi alla berlina su giornali e media compiacenti. Mi scuso per aver creduto soltanto nel mio lavoro, ignorando un sistema correntizio che non privilegia il merito, ma il compromesso, la scarsa efficienza, la mediocrità”. È il mea culpa del PM Andrea Padalino raccontato da “Il Foglio” lo scorso 30 gennaio. Ammissioni coraggiose, che possono venir fuori adesso perché il sistema delle correnti all’interno della Magistratura sembra arrivato al capolinea se, sperabilmente, il referendum di marzo porterà il “sì” alla vittoria.
Quello denunciato da Padalino (come da altri prima di lui) è un sistema in cui le considerazioni politiche prevalgono sulla funzione del magistrato: amministrare la giustizia applicando la legge. Anteponendo invece il sistema delle correnti trionfa la cosiddetta “etica delle intenzioni”, quel retropensiero secondo cui si giudicano gli intenti dell’imputato e non il fatto-reato. Se le intenzioni piacciono al giudice, il fatto-reato diventa veniale, se le intenzioni dispiacciono alla toga, l’imputato può farsi il segno della Croce…
È il passo successivo all’aforisma giolittiano: “Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”, perché al cinismo del grande statista liberale si sostituisce invece il moralismo di chi è convinto di dover imprimere una deriva politica al paese.
La politicizzazione delle procure, insomma, è la radice di gran parte dei mali del nostro sistema giudiziario. Un processo avviato fin dal dopoguerra – non per caso Palmiro Togliatti si prende il Ministero della Giustizia nei governi di unità antifascista – e che ha raggiunto la maturazione con le “preture d’assalto”, veri e propri “cacciatori di reati”, in un mondo in cui – parola di un insospettabile come Antonio Di Pietro – “se mi spogli nudo presto o tardi un pelo lo trovi”.
Correntismo e difesa corporativa rappresentano il brodo di coltura in cui proliferano tutti quei casi che urtano l’opinione pubblica ogni giorno di più, mostrando una spaccatura fra toghe e società, con le prime determinate a imprimere un indirizzo politico all’Italia, che gli italiani lo vogliano o non. E così assistiamo a casi come quello di Garlasco, con indagini lacunose, processi contraddittori, prove indiziarie deboli e una durata infinita (quasi 19 anni dal fatto). E anche la legittima difesa dei cittadini è nel mirino: di questi giorni è la scandalosa sentenza che condanna a quasi 15 anni di carcere e 3 milioni di provvisionale il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per eccesso di legittima difesa dopo aver ucciso uno dei due rapinatori che avevano assalito il suo negozio e catturato moglie e figlia. Ultimo ma non ultimo il capitolo dell’incredibile benevolenza mostrata dalle toghe verso i criminali stranieri: si pensi solo al caso del giovane somalo che aveva aggredito e palpeggiato una ragazza a Bologna nel 2024 ed era stato arrestato. Ma la pm lo ha scarcerato e il tribunale di Milano non ha poi convalidato il trasferimento in un Cpr; del settembre scorso è invece la sentenza con cui è stato rimesso a piede libero un senegalese detenuto in un CPR e già condannato per tentato omicidio con precedenti anche per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, produzione e traffico di sostanze stupefacenti e furto.
Inquietante poi è tutto il capitolo della “giustizia minorile”, con l’abisso dei trentamila bambini sottratti ai genitori che è stato recentemente portato all’attenzione del pubblico dal caso della “famiglia del bosco”. Caso sul quale lo scorso 5 dicembre La Verità titolava con un agghiacciante “Prima ti portano via i figli poi vedono se c’è un motivo”, che fotografa una deriva da far tremare le vene e i polsi.
I costi umani e materiali della malagiustizia in Italia sono mostruosi. Negli ultimi 35 anni si sono registrati oltre 32 mila casi di errori giudiziari che hanno portato innocenti in carcere. Si stima che ogni giorno almeno tre persone finiscano in prigione o in carcerazione preventiva da innocenti. Ogni anno solo per l’ingiusta detenzione lo Stato eroga risarcimenti che si aggirano sui 25 milioni. Il danno collettivo si aggiunge a quello umano subito da chi viene travolto da una giustizia che sembra aver dimenticato la presunzione d’innocenza.
Colpendo la malapianta del correntismo, può contribuire a seccare gran parte dei suoi rami tentacolari. La giustizia in Italia è un grande malato: da qualche parte bisognerà anche cominciare a curarlo.

















