L’uscita di un film su Giovannino Guareschi è importante, soprattutto se è un biopic, va in onda sulla RAI in autunno e, quindi, rappresenta un grande segno di attenzione verso la vita di questo scrittore. E non solo verso la sua opera e i suoi personaggi – cioè il “Mondo piccolo”, don Camillo e Peppone – che sono forse persino più famosi di lui stesso. La messa in onda di “Non muoio neanche se mi ammazzano”, questo il titolo, è prevista in autunno su Rai1 e lo spettro biografico rappresentato va dal ritorno dai lager tedeschi fino alla carcerazione per quanto era stato scritto e pubblicato sul settimanale Il Candido. In questi giorni, il film è stato presentato con grande apprezzamento al Bifest di Bari.

In occasioni come queste la Rai tornare davvero a fare servizio pubblico e divulgazione culturale. Guareschi è stato notissimo, è lo scrittore italiano più letto e tradotto del ‘900, il prete e il sindaco protagonisti della sua saga restano icone del nostro immaginario, assieme ad altre invenzioni come il “trinariciuto” dell’“Obbedienza cieca pronta assoluta”, una feroce satira della disciplina di partito che fece infuriare Palmiro Togliatti. Ma la sua figura è soggetta, oltre che alla progressiva smemoratezza, al rischio di riduzione a macchiettista locale, a ritrattista dello strapaese della Bassa emiliana, a buonista anticipatore del “compromesso storico”: tutte interpretazioni equivoche che gli sono state affibbiate, da avversari come da amici superficiali.
Il profilo storico e culturale guareschiano è invece ben altro. Intanto perché si tratta di un narratore che, in alcune pagine, raggiunge vette stilistiche e profondità umane ai vertici della letteratura novecentesca: in molti racconti del “Mondo piccolo” e in altre opere, come la “Favola di Natale” e il “Corrierino delle famiglie”. Poi perché parliamo di un protagonista centrale dei fatti che hanno interessato l’Italia del secolo scorso: non a caso, il film valorizza il contributo determinante dato con due celebri manifesti alla campagna elettorale democristiana del 1948, alla sconfitta del Fronte popolare e a sventare il rischio di finire nella sfera d’influenza sovietica.
Guareschi è stato un paladino della libertà non solo come giornalista, in particolare con il settimanale da lui fondato e diretto, ma soprattutto con la testimonianza personale. Il film comincia appunto con il rientro dai lager, dove patì 20 mesi di prigionia assieme ad altri 650 mila ufficiali e soldati Internati militari italiani che avevano rifiutato di combattere con i nazisti. E termina con la condanna, orgogliosamente scontata in carcere per più di un anno, per aver pubblicato prima una vignetta satirica sul Presidente della Repubblica Luigi Einaudi e poi due lettere, attribuite ad Alcide de Gasperi, in cui si sollecitava il bombardamento alleato di Roma per indurre la popolazione a insorgere.
Mi occupo di Guareschi, lo studio e ne scrivo da un quarto di secolo proprio per provare a rendere la sua importanza come “scrittore civile” e chiarire che Giovannino non è “solo don Camillo”. Per questo, credo, mi è stato dato l’onore e il piacere di collaborare al film Rai, come consulente e collaboratore alla sceneggiatura. Tutti noi che ci abbiamo lavorato siamo convinti che servirà a restituire questo straordinario personaggio alla considerazione che merita e confidiamo abbia successo. Cosa che nella fiction, però, si ottiene se alle buone intenzioni culturali si abbina la qualità artistica. Su questo piano siamo assolutamente tranquilli. La regia di Andrea Porporati, l’interpretazione di Giuseppe Zeno nel ruolo del protagonista e degli altri attori, la produzione di Anele hanno unito alla professionalità un plus di umanità che contiamo faccia la differenza. “Il che è bello e istruttivo”, direbbe GG.

















