Veronica Felici: “Pomezia, una città che rilegge i propri luoghi”

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Toponomastica, memoria, legalità, giovani: così il borgo di Fondazione afferma la sua identità

Negli ultimi anni Pomezia sta attraversando un processo di ridefinizione che passa dai luoghi, dalle funzioni e dal modo in cui la città sceglie di rappresentarsi. Non si tratta di una trasformazione rumorosa: è un lavoro che procede per interventi concreti e gesti simbolici, per spazi restituiti e nuove forme di partecipazione. In questo quadro, la cultura non è un settore separato, ma la lente attraverso cui leggere la memoria, la legalità, la cura degli spazi, la crescita dei giovani e la qualità della vita.

Ne parliamo con il sindaco Veronica Felici.

Sindaco, Pomezia sta costruendo una propria identità culturale attraverso percorsi diversi. Qual è il filo che li tiene insieme?

«Il filo è l’idea che una città cresce quando dà significato ai suoi luoghi. La cultura non è solo ciò che accade nei teatri o nelle scuole: è il modo in cui una comunità si riconosce, ricorda, si confronta. Per questo abbiamo scelto di lavorare su un percorso che unisce memoria, legalità, giovani e rigenerazione urbana come parti di una stessa narrazione».

La memoria civile sembra avere un ruolo centrale. Come la state interpretando?

«La memoria vive se è visibile e se abita i luoghi della città. Per questo abbiamo scelto di radicarla nello spazio pubblico, non solo nelle ricorrenze. Un esempio significativo è il Monumento Le ali della Memoria, inaugurato lo scorso anno al Parco della Rimembranza: un’opera frutto di un progetto che ha coinvolto gli studenti della scuola media Marone e i corsisti del ex CEFMECTP, ora Formedil in collaborazione con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Il valore di questo monumento sta nel suo processo di nascita: non è stato calato dall’alto, ma immaginato e costruito da ragazze e ragazzi che hanno lavorato sul tema della Shoah e sulla responsabilità delle nuove generazioni.

Lo stesso approccio lo abbiamo seguito per il Giorno del Ricordo: il 10 febbraio di quest’anno abbiamo intitolato un parco a Norma Cossetto, giovane donna istriana diventata simbolo dell’eccidio delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Il parco si trova in una zona centrale della città, attraversato ogni giorno da famiglie, studenti, bambini. Dedicare a Norma uno spazio così quotidiano significa trasformare la memoria in educazione silenziosa: ricordare la tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano‑dalmata attraverso un luogo vivo, che parla alle nuove generazioni senza retorica.

In questo percorso, anche la toponomastica ha un ruolo fondamentale. Le città raccontano la propria storia attraverso i nomi delle strade: è un modo per riconoscere le figure che hanno contribuito alla costruzione della Repubblica, anche quando provengono da visioni politiche diverse. A Pomezia abbiamo vie dedicate a personalità come Berlinguer, Almirante, Nenni. E si inserisce, per esempio, un’intitolazione che abbiamo approvato in Consiglio comunale recentemente: la via dedicata a Marco Pannella. Un avversario politico duro, distante dalle mie posizioni, ma che con le sue battaglie ha inciso profondamente sulla storia civile italiana.

Un altro luogo simbolico è la targa in Piazza Indipendenza dedicata a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro un segno stabile, quotidiano, che ricorda il valore del coraggio e delle istituzioni. Ed è proprio da qui che si è aperto il nostro lavoro sulla cultura della legalità».

In questa visione, la cultura della legalità sembra essere un’estensione naturale del lavoro sulla memoria. Come la state costruendo?

«Attraverso un percorso che coinvolge tutta la comunità. Due anni fa abbiamo esposto la teca della Quarto Savona Quindici in una giornata interamente dedicata alla legalità: un momento che ha toccato profondamente la città, soprattutto i ragazzi. Lo scorso anno, in occasione della Giornata della Legalità, abbiamo ospitato alla Scuola Marone l’incontro con lo scrittore Giuseppe Bascietto, che ha offerto agli studenti uno sguardo lucido su come le mafie siano cambiate e su quanto sia importante saper leggere i segnali, anche quelli meno evidenti.
Un lavoro che poi si è concretizzato giorno per giorno e ha portato alla nascita della Consulta per la Legalità, costruita attraverso un dialogo con scuole, associazioni, forze dell’ordine e cittadini. Non è un organismo formale: è uno spazio di confronto, un metodo basato su ascolto, collaborazione e responsabilità condivisa».

Anche i giovani sono molto presenti in questa visione. In che modo?

«La cultura è anche partecipazione. La Consulta dei Giovani, che abbiamo presentato, nasce per dare loro uno spazio reale di proposta e di confronto: un luogo in cui le nuove generazioni possano portare idee, visioni, responsabilità. Ma il lavoro non si ferma qui. Stiamo costruendo opportunità concrete, spazi e percorsi pensati per accompagnarli nella crescita e nel loro modo di abitare la città.
Il nuovo centro giovanile polifunzionale “Teen Experience”, frutto di un bando nazionale, offrirà ai ragazzi un ambiente dedicato alla creatività, alla formazione e alla socialità. Allo stesso tempo, la riqualificazione dell’ex centro Costa Rica, che diventerà un presidio sociale grazie ai fondi PNRR e al lavoro del Consorzio Sociale Pomezia-Ardea, rappresenta un altro tassello di questa visione: un intervento che guarda ai giovani ma anche alle famiglie, alle fragilità, alla comunità nel suo insieme.
Sono progetti che raccontano la nostra idea di città: una Pomezia che mette a disposizione spazi, strumenti e occasioni per crescere; una città che non chiede ai giovani di adattarsi, ma costruisce insieme a loro i luoghi in cui potranno riconoscersi e partecipare».

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