I cattivi maestri che soffiano sul fuoco

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Vetrine sfondate, cassonetti incendiati, poliziotti aggrediti, città messe a ferro e fuoco. La violenza torna a occupare le piazze italiane, mentre una parte del mondo intellettuale, politico e dello spettacolo continua a soffiare sul fuoco della contrapposizione. Dalle cattedre universitarie ai salotti televisivi, dai palchi dei concerti ai social, i cattivi maestri alimentano un clima di odio nel quale l’avversario diventa un nemico e la rabbia viene elevata a virtù. Poi, quando arrivano le devastazioni, tutti pronti a indignarsi, a distinguere, a cercare attenuanti.

Christian Raimo, scrittore e insegnante, nel 2024 dichiarò su La7: «Cosa bisogna fare con i neonazisti? Per me bisogna picchiarli». Una frase indegna di chi dovrebbe educare al confronto civile. Lo stesso Raimo definì il ministro Giuseppe Valditara «cialtrone, lurido, repressivo e pericoloso», rimediando tre mesi di sospensione dall’insegnamento. Quando un professore arriva a teorizzare le botte contro chi considera un nemico politico, la lezione che impartisce è quella dell’intolleranza.

Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, non è da meno nella brutalità della polemica. Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, nel settembre 2025, liquidò il dibattito sull’odio politico come «un’arma di distrazione di massa». Da anni riserva toni vergognosi al governo e ai suoi avversari, agitando continuamente lo spettro del fascismo. Un modo di intendere il confronto pubblico che trasforma il dissenso in una colpa e l’avversario in una minaccia da combattere.

Ilaria Salis, antifascista militante dai toni violenti e provocatori, è forse il simbolo più evidente dell’antagonismo approdato nelle istituzioni. Arrestata a Budapest nel 2023 con l’accusa di aver partecipato ad aggressioni contro militanti di estrema destra, accuse da lei respinte e non accertate con condanna definitiva, è stata eletta al Parlamento europeo con Alleanza Verdi e Sinistra. Ha difeso occupazioni abusive e pratiche di disobbedienza, rivendicando una militanza che considera la violazione delle regole uno strumento di lotta politica.

Poi c’è Saverio Tommasi, giornalista di Fanpage, che nel 2025 rifiutò un confronto pubblico con Daniele Capezzone alla Bocconi, sostenendo che avrebbe significato legittimarlo. Il paradosso di chi predica tolleranza e pluralismo, ma considera persino il dibattito con un avversario una concessione inaccettabile.

E il problema non si ferma a Tommasi. Da Corrado Formigli a Giovanni Floris, da Marianna Aprile – che persino davanti alle devastazioni di Milano ha preferito insistere sulla distinzione tra violenti e manifestanti, spostando il confronto televisivo sulle responsabilità politiche del Governo – a Concita De Gregorio, passando per Andrea Scanzi, Marco Travaglio e Gad Lerner, una parte del giornalismo televisivo ha trasformato la polemica contro la destra in un appuntamento pressoché quotidiano. Tra allarmi democratici, accuse di autoritarismo e richiami al fascismo, il dibattito politico si riduce troppo spesso a un tribunale ideologico, dove gli avversari vengono messi sul banco degli imputati anziché affrontati nel merito delle loro idee.

Nel mondo della musica, Marracash ha offerto uno degli esempi più recenti di questa retorica. Dopo gli scontri di Milano del 17 e 18 ottobre ha scritto: «Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all’inizio. Con le buone non cambi le cose». Ha successivamente condannato la violenza, ma resta il peso di quelle parole, pronunciate davanti a milioni di giovani. Mentre commercianti e cittadini contano i danni, il rapper racconta la rabbia come una strada obbligata per cambiare le cose. Una comoda posa ribelle, soprattutto per chi non deve ripagare le vetrine distrutte.

Zerocalcare, al secolo Michele Rech, è da anni vicino al centro sociale torinese Askatasuna, del quale ha difeso pubblicamente l’esperienza politica e culturale. Un ambiente finito più volte al centro delle cronache per gli scontri durante le manifestazioni. La sua popolarità ha contribuito a rendere rispettabile, agli occhi di una parte del pubblico, un mondo antagonista nel quale la conflittualità radicale viene celebrata come identità politica. Quando la militanza diventa un marchio culturale, anche le sue contraddizioni finiscono troppo facilmente in secondo piano.

Alessandro Gassmann, commentando gli scontri milanesi, ha dichiarato: «È inevitabile che i più deboli diventino violenti». Davvero? Milioni di italiani vivono difficoltà economiche senza prendere a sassate la polizia o incendiare le strade. Presentare la violenza come un destino inevitabile dei più deboli significa svilire proprio quelle persone che ogni giorno affrontano sacrifici rispettando gli altri.

Anche Fiorella Mannoia ha fatto della disobbedienza una bandiera del proprio impegno artistico e civile, dedicandole persino un album. La protesta è un diritto, ma l’esaltazione continua della ribellione, senza una riflessione altrettanto netta sui suoi limiti, finisce per trasformarsi in uno slogan comodo, soprattutto quando viene pronunciato da chi gode di grande visibilità e prestigio.

Nelle periferie, intanto, le bande giovanili identificate come maranza esibiscono sui social risse, intimidazioni e aggressioni. Il fenomeno è diverso dall’antagonismo politico, ma entrambi mostrano quanto possa diventare seducente la violenza trasformata in spettacolo, appartenenza e strumento di affermazione. Da una parte le provocazioni di strada, dall’altra le devastazioni rivendicate in nome della rivoluzione: cambiano le giustificazioni, restano le vittime e i danni.

L’Italia ha già pagato un prezzo altissimo alla cultura dell’odio politico. Gli anni di piombo dovrebbero aver insegnato qualcosa a chi oggi continua a descrivere il Paese come un campo di battaglia tra buoni e cattivi, oppressi e oppressori, antifascisti e presunti fascisti.

I cattivi maestri parlano dalle università, pontificano in televisione, lanciano proclami sui social e si atteggiano a ribelli dai palchi. Alimentano una contrapposizione feroce, salvo poi prendere le distanze dalle conseguenze più sgradevoli.

Loro tornano a casa dopo un’intervista o un concerto. Il conto delle devastazioni, come sempre, lo pagano i cittadini.

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