Kicco (Cracking Art): “Ammiriamo la bellezza dei nostri luoghi”

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Kicco è uno dei più importanti esponenti della Cracking Art, un gruppo di artisti che ha dato vita alla materia, in questo caso alla plastica, rendendola protagonista di installazioni che hanno colorato negli ultimi quindici anni le più importanti città del mondo.

Quando si parla con Kicco ci si immerge in una serie di considerazioni in cui la protagonista non è solo l’arte. «Idee del passato forse dimenticate – dice a CulturaIdentità – possono assumere una nuova importanza se rilette in un momento storico in cui la popolazione è diventata una folla mondiale iperconnessa. Facciamo riferimento alla “demopedia” o “follacultura”, teorizzate alla fine dell’Ottocento dall’intellettuale calabrese Pasquale Rossi, in cui l’educazione non è vista come esclusiva prerogativa della scuola, ma i suoi espliciti riferimenti alla “borghesia moderna, capitalistica, industriale, non mezzo feudale e parassitaria” rimandano ad un concetto allargato, sociale e politico di educazione. Abbiamo messo il nostro futuro in mano agli algoritmi e per sottrarlo a questa deriva incontrollabile. Dobbiamo costruire una nuova coscienza collettiva».

Kicco, la tua arte dà colore ed allegria alle nostre città. Cosa si può fare per renderle ancora più belle?

«Inserire nel contesto cittadino opere che in qualche modo lo mutano e ne danno una immagine estemporanea vuole per noi essere un richiamo rivolto a tutti a prestare una rinnovata attenzione al proprio centro abitato. Ognuno di noi dovrebbe sempre ammirare la bellezza del luogo dove abita, avere lo sguardo curioso del turista nella vita di tutti i giorni e farsi sorprendere da scoperte che risultano inaspettate anche negli abituali tragitti quotidiani che spesso si compiono quasi ad occhi chiusi. Ecco, credo che per renderle ancora più belle non si debba mai darle per scontate e immutabili perché sono il frutto di stratificazioni della storia che qui in Italia sono davvero profonde».

Perché gli animali ti ispirano così tanto?

«Insieme agli altri artisti del collettivo abbiamo scelto di creare opere raffiguranti animali per stabilire un legame con la primissima forma di espressione artistica umana che si ritrova nelle pitture rupestri del Paleolitico. Gli animali sono stati i primi elementi della natura che ci circonda ad essere rappresentati e da quel momento in poi sono sempre rimasti nell’immaginario e nella produzione culturale dell’essere umano. E poi perché gli animali ci guardano e incontrando il loro sguardo possiamo percepire la sensazione di entrare in contatto con la natura in modo più intimo e profondo. Ci fa capire che le nostre azioni possono essere valutate da altri esseri viventi. Infatti la vera azione svolta dalle nostre opere, che sono apparentemente statiche, è quella dell’osservazione, della sorveglianza, della guardia».

La plastica: la tua grande alleata per le tue creazioni…

«Innanzitutto amiamo ricordare che uno dei padri dei polimeri è l’italiano Giulio Natta, a cui per le scoperte fatte in questo campo venne assegnato il premio Nobel. La plastica è quindi anche frutto dell’intelletto del nostro paese e questo ci assegna una responsabilità maggiore su tutto quanto concerne questo controverso prodotto. Possiamo sicuramente considerare i polimeri come i materiali che caratterizzano la nostra epoca. Dopo le età della pietra, del bronzo e del ferro possiamo dire che la nostra è l’età della plastica. L’abbiamo scelta essendo nostro intento rappresentare il momento storico che stiamo vivendo. Il problema maggiore connesso alla plastica è la percezione di scarso valore che si attribuisce a questo materiale, essendo poco costoso e di facile e largo impiego. Noi abbiamo voluto renderlo nobile e prezioso impiegandolo in ciò che è considerata la più significativa delle attività umane: l’arte. In questo modo auspichiamo che la sensibilità di tutti venga modificata e non venga ritenuto un materiale usa e getta».

Come nasce la Cracking Art di cui sei esponente?

«Cracking Art nasce dal desiderio di un gruppo di amici di interrogarsi e di esprimersi sulla contemporaneità cercando di inventare un linguaggio artistico nuovo e comprensibile alla maggior parte delle persone. Ognuno di noi arriva da un campo della creatività differente: fotografia, design, grafica, arte. Abbiamo unito le singole esperienze e competenze per promuovere idee espresse collettivamente e nel farlo abbiamo cercato elementi di innovazione per proporci al pubblico. La scelta del materiale ricercando una filosofia della materia, la modalità di realizzazione delle opere che appartiene più alla produzione industriale che non artistica, privilegiare le installazioni in spazi non espressamente deputati all’arte. E poi annullare l’ego di ognuno per farlo confluire in una idea che superi il singolo individuo. Da egocentrici diventare egoperiferici. Tutto ciò è iniziato nel 1993 e ancora funziona».

I più giovani sono affascinati dalla vostra arte? Avete nuove leve che studiano il vostro lavoro?

«Alcune scelte fatte in passato, come l’idea di realizzare opere con forme semplici ed impattanti o di esporre in spazi pubblici all’aperto, si sono rivelate molto adatte ad essere diffuse nell’epoca dei social network, quindi sicuramente la fascia più giovane della popolazione è stata attratta da questa nostra modalità espressiva. E non solo i giovani devo dire. Sono sempre molti gli adulti intenti ad interagire con le nostre opere installate nelle città. In questi anni sono state diverse le tesi universitarie che hanno indagato Cracking Art come fenomeno artistico, economico e di comunicazione. Riceviamo parecchie richieste di stage o collaborazione e quando possibile le accettiamo molto volentieri».

Quali sono i prossimi progetti di Cracking Art?

«Abbiamo molti progetti in corso, anche perché le nostre installazioni o invasioni, come ci piace chiamarle, si svolgono da sempre all’aperto e l’attuale periodo non ci ha penalizzati. Certo viene invece voglia di pensare ad installazioni interne proprio in quegli spazi che a causa delle attuali restrizioni fanno fatica ad attrarre pubblico. Vogliamo potenziare il nostro progetto “Arte Rigenera Arte”, che dal 2012 raccoglie fondi per il restauro di opere del passato o per la promozione di progetti culturali. E vogliamo fare a pezzi molte nostre opere e rigenerarne la plastica per realizzare idee nuove, magari più artigianali. L’attuale situazione ha fatto a pezzi molte certezze. Triturare per ripartire ci pare una metafora adatta al momento».

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