Emoziona Vanessa Gravina con “Pazza” di Tom Topor

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Pazza di Tom Topor per l’adattamento teatrale e la regia di Fabrizio Coniglio con Vanessa Gravina ci ha riconciliato con il teatro, quello autentico e della nostra migliore tradizione. Quante volte andando ad uno spettacolo ci si è imbattuti nelle vecchie locandine un po’ ingiallite, affisse sui muri del foyer o nelle vicinanze dei camerini, dove l’occhio ci cade stupito e nostalgico sui nomi di Attori ed Attrici che non ci sono più eppure la loro presenza resiste e la loro voce risuona ancora sul palcoscenico?

Questa magia l’abbiamo rivissuta con Vanessa Gravina e i suoi compagni di scena. Un dramma quello di Topor, scritto negli anni ‘80 del secolo scorso per Broadway, ma che ripete – come tutti i capolavori – la storia perenne di una tragedia antica dove il corpo riflette come uno specchio l’aggrovigliarsi talvolta putrido e nauseabondo dei sentimenti umani. E se il corpo è quello femminile, la tragedia diventa il luogo di uno scandalo e di una battaglia per l’annientamento o per il riscatto. Claudia la protagonista che tutti vorrebbero pazza per celare lo stupro domestico non è forse l’eroina di Sofocle che combatte l’arroganza di una legge maschile che pretende di segnarle il destino?

PAZZA di Tom Topor
Regia di Fabrizio Coniglio
con Vanessa Gravina e Nicola Rignanese
e con Fabrizio Coniglio, Massimo Rigo, Davide Lorino, e Gloria Sapio, Maurizio Zacchigna

La violenza paterna fra le mura del bagno di casa di una famiglia borghese, l’immondo rituale che si ripete, scandito dagli anni di una bambina, che nessuno si prende la briga di contare, se non lei, la vittima, che abbandona l’infanzia per l’adolescenza, quei 16 anni che sono solo suoi, avendo lo stupro annichilito tutto il resto. E il processo che la donna dovrà in età adulta sopportare, bruciate le tappe di una esistenza di prostituzione, è la ripetizione di un dramma, con la protagonista al centro e intorno a lei il coro degli altri, di chi la teme, lo psichiatra, di chi l’ha violata, il padre, di chi la respinge, il giudice, di chi l’ha tradita, la madre, e infine di chi, il suo avvocato d’ufficio, non la conosce affatto, e per questo la salverà. Il processo, luogo mitico e letterario per eccellenza, qui si trasforma in una sorta di duello fisico e linguistico. I corpi ma anche le parole, entrano in un gioco agonistico condotto fino allo sfinimento.

La protagonista col suo taccuino in mano, guarda attenta al suo processo, non perde una battuta e combatte la sua battaglia perché ogni cosa abbia il suo nome, anche a rischio del turpiloquio. Solo la violenza separa la realtà dal linguaggio e ci precipita nella menzogna. E l’avvocato, che all’inizio è soltanto infastidito da un incarico difensivo del tutto imprevisto che gli fa saltare la cena di una moglie premurosa, diventa il suo alleato, quasi un fratello maggiore, che l’eroina della scena avrebbe voluto accanto a sé per allontanare quel padre molesto nel bagno. E l’epilogo è liberatorio, è la catarsi degli antichi, ma in chiave moderna, non l’intervento provvidenziale di un Dio risolutore, ma il verdetto di un giudice, abitualmente frettoloso e distratto, che stavolta al presunto colpevole riconosce il volto e la dignità dell’innocenza. Ai protagonisti Vanessa Gravina nel ruolo della prostituita e Nicola Rignanese nel ruolo dell’avvocato, va il merito di averci condotto con autenticità e straordinaria maestria in un marasma emotivo tirandoci fuori, ma solo alla fine, e fino all’ultimo respiro, come sempre i grandi interpreti e artisti riescono a fare. E uscendo di sala la mente è più ricca e il passo più leggero.

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