Faye una vita faustiana tra Evola e Marinetti

È stato un gran divertimento la vita di Guillaume Faye: provocazioni politiche, alta gradazione alcolica, sesso, idee forti anche spinte all’eccesso. Una vita all’insegna di “sesso, droga e nuova destra” a voler parafrasare un ormai vecchio adagio. Poi la morte gli si è presentata in tutta la sua serietà annunciandosi con l’ambasciatore del dolore, nel percorso di una lunga malattia. Chi lo conosce dice che ha affrontato il suo crepuscolo con lo stesso spirito faustiano degli anni del vigore: facendo progetti fino all’ultimo giorno, che è stato il 7 marzo.

Faye coltivava in sé quello che i Romantici definivano lo “streben”, un impulso inesausto ad andare oltre, a tendere a un superamento, a porsi una meta all’infinito. È quella stessa pulsione che Oswald Spengler coglieva nelle cattedrali gotiche, con le guglie proiettate verso il cielo; e che Adriano Romualdi ravvisava nelle stesse imprese spaziali degli anni Sessanta. Andando oltre lo stesso tradizionalismo che in Francia aveva avuto come maestro Guenon, Faye scriveva nel suo libro-manifesto “Archeofuturismo” che bisogna conciliare Evola e Marinetti, ovvero il riferimento alle radici profonde che non gelano con una pulsione alla innovazione e la creatività. dell’Homo Faber. D’altra parte se la nostra tradizione è quella degli Europei che si presentarono agli albori dell’età del ferro su carri di battaglia (… le astronavi dell’epoca) allora sarebbe incoerente verso le nostre origini e dunque “anti-tradizionale” diventare immobilisti o idolatrare qualche periodo del passato come fanno i tradizionalisti rinchiusi nei tanti gironi mentali della nostalgia (medievalisti, borbonici, neofascisti, papalini, neopagani…).

Certo Faye innaffiava questa sua epica della storia con l’alta gradazione delle sue provocazioni: immaginava mutazioni genetiche in stile Marvel, invocava il ritorno a costumi arcaici che nello stesso tempo si conciliavano con le più ardite tecnologie. In tutto ciò fu anche capace di azzeccare spericolate previsioni. Alla metà degli anni Novanta la Russia era in ginocchio, a rischio dissoluzione, ma Faye intuì che il punto cardinale Est poteva diventare un punto di riferimento per la riscossa europea e offrire un forte antidoto alla crisi dell’Occidente.

Il gemello italiano di Faye era Giorgio Locchi, autore colpevolmente dimenticato. Come Locchi, Faye coltivava il gusto di infrangere le regole del linguaggio “politicamente corretto”.  Nel “Sistema per uccidere i popoli” del 1981 Faye diceva già che la globalizzazione stava aprendo il vaso di Pandora di tutti i mali; ne “La colonizzazione dell’Europa” ripete il suo no categorico alla “sostituzione etnica” dell’Europa e alla creazione nel continente di aree densamente islamizzate. In “Avant-guerre” scritto a ridosso dell’11 settembre annuncia, con una evidente esagerazione polemica, l’avvento di un periodo hobbesiano di bellum omnium contra omnes: un conflitto interetnico in stile Ruanda. D’accordo, esagerava…

Ma va detto che esercitava l’arte della provocazione anche rispetto al suo ambiente di provenienza, che era in fondo l’estrema destra più che la nuova destra di Alain de Benoist. A un certo punto scrisse che bisognava smetterla di accusare gli Ebrei di tutti i mali del mondo e farla finita con il negazionismo sull’Olocausto. Questa frase gli procurò altri nemici e – possiamo immaginare – altro divertimento goliardico.

Come considerare un autore che in ogni pagina sfidava l’equivalente francese della Legge Mancino e che nello stesso tempo si attirava l’accusa di “sionista”? Si sarebbe tentati di definirlo un mattacchione, nella migliore delle ipotesi un buontempone. Basti però riflettere su questo passaggio di “Archeofuturismo” per capire che dietro il suo dionisismo politico vi era un Logos: “Bisogna riconciliare – scriveva Faye nel libro pubblicato alla fatidica soglia del Duemila –  Evola e Marinetti; pensare insieme la tecno-scienza e la comunità immemorabile della comunità tradizionale. Mai l’una senza l’altra. Pensare l’uomo europeo a un tempo come il deinatatos («il più audace»), il futurista, e l’essere di lunga memoria. Globalmente il futuro richiede il ritorno dei valori ancestrali, e questo per tutta la Terra”.

Difficile per uno come Faye formulare l’auspicio funerario: “riposi in pace”. Verrebbe da dire piuttosto: “riposi in streben”.

 

 



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