100 anni di notizie con Incoronata Boccia

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Istituzionale, attenta, credibile, comprensibile: quando si pensa alla Rai vengono in mente tanti aggettivi che denotano sempre il suo carattere qualitativo e tutto italiano. Se si parla del servizio pubblico, storicamente la sua prima funzione che emerge è quella dell’informazione: sin dai tempi in cui si chiamava Eiar accompagna la quotidianità degli italiani, con l’intrattenimento ma sempre con un occhio di riguardo verso la cultura. Attraverso l’informazione, la Rai ha stretto un rapporto di assoluta fiducia e familiarità col pubblico, rendendolo inconsapevolmente protagonista e facendogli vivere la quotidianità della cronaca

Ecco allora che, per festeggiare i cento anni della radio e i settant’anni della televisione, debutta su Raitre dal 16 marzo alle 16.30 un nuovo programma: 100 anni di notizie. A condurlo, uno dei volti più apprezzati del giornalismo, per competenza, proprietà di linguaggio ed eleganza: Incoronata Boccia, oggi vicedirettore del Tg1 dopo una gavetta cominciata nell’azienda pubblica nell’ormai lontano 2001.

L’abbiamo intervistata e ci ha raccontato questa nuova trasmissione che terrà compagnia per sei settimane ogni sabato pomeriggio per mezz’ora.

Incoronata, cosa racconta 100 anni di notizie?

Ripercorriamo un secolo di informazione Rai: partendo da quando era solo radiofonica fino alla sua storia televisiva più recente. Sarà un viaggio nella memoria collettiva attraverso i grandi eventi che abbiamo tutti bene impressi nella mente: Corrado che annuncia la fine della guerra, l’inizio delle trasmissioni televisive, lo sbarco dell’uomo sulla Luna, la caduta del Muro di Berlino. Tutti i grandi avvenimenti della storia contemporanea sono stati raccontati e testimoniati dalla Rai.

Immagino sarà quindi un percorso tra le inevitabili differenze di epoche sociali.

Certo, vedremo come anche il racconto della cronaca stessa è cambiato. Negli anni si è evoluto il linguaggio, ma non è mai cambiata la professionalità del giornalismo autentico. Tutto questo lo vedremo, naturalmente, con un grandissimo contributo dei materiali di archivio Rai, che sono una ricchezza del servizio pubblico e quindi della collettività dell’intero Paese.

Sarai sola in studio?

Ci sarà in ogni puntata, insieme a me, un ospite diverso: iniziamo il 16 con Paolo Mieli, mentre alla seconda puntata sarà ospite in studio Bruno Vespa. Avrò al mio fianco sempre un collega giornalista che ci aiuterà a vivere, commentare e interpretare quei momenti, ma anche a ricordare le emozioni personali legate a certe vicende. Perché in effetti quando parliamo di taluni avvenimenti, dobbiamo ammettere che sono parte della memoria collettiva e altresì della memoria individuale di ciascuno di noi.

In che modo? Facci degli esempi.

Tutti ricordiamo con grande precisione dove eravamo e cosa stavamo facendo quando ci fu l’attentato delle Torri gemelle o quando cadde il Muro di Berlino. Le notizie ci appartengono e le viviamo comunque in prima persona in qualche modo. Ecco, questo sarà il vero filo conduttore in tutte le puntate.

Senza mai perdere una certa formalità, si è comunque passati da un racconto delle notizie quasi freddo a uno più coinvolto e coinvolgente. Qual è l’evento che secondo te ha rivoluzionato più di tutti il modo di fare giornalismo?

Paolo Frajese e Bruno Vespa durante l’edizione straordinaria del TG1 che annunciava il rapimento di Aldo Moro

È cambiato tante volte, ma il primo momento a cui penso è senz’altro il rapimento di Aldo Moro. Tutti abbiamo scolpito nella memoria Paolo Frajese che arriva in studio portando a Bruno Vespa il beta della pellicola appena girata in via Fani. Il pubblico da casa percepisce l’emozione di Vespa, conduttore istituzionale e navigato, che di fronte a quella notizia non nasconde l’affanno.

Cosa ti colpisce in particolare di quel momento?

Il filmato che parte subito dopo è qualcosa di storico: Frajese con una soggettiva della telecamera va sul luogo del sequestro e calpesta anche un bossolo, come dichiara lui stesso nel filmato che non ha potuto montare. Inquadra in presa diretta i corpi della scorta crivellati: un racconto dall’impatto fortissimo che coinvolge il telespettatore. Sono scene che ci portano a un giornalismo in realtà ancora più moderno di quello contemporaneo, perché oggi nessun giornalista potrebbe avvicinarsi mai così tanto al luogo del delitto di un fatto di cronaca.

Poi sono arrivate stragi familiari e casi di cronaca nera diventati eventi su cui accendere riflettori. Possiamo dire che in quel senso l’informazione è diventata ancora di più una tv utile per mettere in guardia da certi problemi sociali?

Il racconto della cronaca può svolgere un grandissimo ruolo sociale: lo vediamo anche in questi ultimi anni con i femminicidi. I numeri ci dicono che non si tratta di un fenomeno in crescita, ma c’è un aumento della percezione della sua gravità: in questi casi l’informazione può servire a sensibilizzare le persone e agevolare un’educazione sociale. Un ruolo del genere il giornalismo lo ricoprì anche con le stragi di Capaci e via d’Amelio: di fronte a quelle stragi di mafia ci fu il moto di ribellione di tanti siciliani, che presero coscienza di un dramma di cui fino a quel momento non avevano potuto parlare. Non solo, vi fu un boom delle iscrizioni alla facoltà di giurisprudenza: le figure di magistrati come Falcone e Borsellino fecero proseliti anche tra i giovani che credevano nella lotta per la legalità.

Parlerete anche di quei casi in cui l’intrattenimento ha dovuto raccontare in diretta una notizia di cronaca?

Non voglio svelare tutto ma in effetti vedremo il frammento di una puntata di Pronto Raffaella? in cui la Carrà commentava l’attentato a un treno, che poi si sarebbe scoperto essere attentato di mafia (la strage del rapido 904, ndr). Raffaella diceva che non se la sentiva di intrattenere dopo tutte quelle vittime: ecco, la cronaca irrompe anche nei programmi più leggeri e i volti più popolari della Rai spesso si sono fatti carico di quel sentimento popolare, dovendo gestire situazioni di grande pathos.

Nell’annunciare la morte di Villa, Baudo addirittura anticipò il Tg1 durante Sanremo. Credi che ci sia stata acredine in certi momenti tra l’intrattenimento e l’informazione?

Direi di no,  le notizie non sono di proprietà del giornalista ma dell’opinione pubblica: chiunque se ne può occupare. Indubbiamente, però, la funzione del giornalista è sacre: ci sono tematiche sulle quali emerge sempre di più la necessità di una certa competenza. Il giornalista, che è abituato a fare domande, dà una garanzia di profondità e conoscenza dell’argomento.

Qual è il compito più difficile del giornalista?

Rendere semplici le cose complesse: vale per ogni tipo di comunicazione culturale si voglia dare. Piero e Alberto Angela sono esempi straordinari di capacità persuasiva: hanno sempre parlato con cognizione di causa, rendendo praticabile a chiunque la conoscenza di argomenti difficili. Averne di persone così…

Questo programma ti ha svelato una volta di più quale sia il valore identitario dell’informazione Rai?

È nel suo acronimo: recupera il senso del servizio pubblico in quanto Radio Televisione degli Italiani. Oggi è un termine superato, perché in realtà è una Media Company, sfidante e vincente anche sul web, ma comunque si rifà sempre al servizio pubblico degli italiani. Il nostro è un Paese fatto anche di tanta province di piccole dimensioni e di regioni con patrimoni identitari e culturali molto diversi tra di loro: la Rai li racconta tutti, uno per uno, facendosi capire indistintamente da laureati e non. Questa vocazione pluralista non deve mai essere tradita: l’informazione deve raggiungere capillarmente tutti gli strati della società. Deve essere elemento di coesione, dando un racconto corale di queste diversità.

Cosa rappresenta per te 100 anni di notizie?

Incarna un modello virtuoso di gestione dei contenuti Rai. Il Tg1 fornisce automaticamente moltissimo materiale a questo programma, anche perché un tempo la maggior parte delle notizie partiva necessariamente solo da qui. È una trasmissione che unisce le news con l’approfondimento, consentendo per una volta di non fermarsi solo alla notizia, che per sua natura è pronta a diventare già vecchia dopo poco, ma anche di dare spazio all’approfondimento di alcune tematiche. Dietro a questo programma c’è un lavoro di storici del giornalismo, che riporta al gusto e alla bellezza di una professione che, per quanto talvolta vituperata o delegittimata, ha un profondo significato che non va dimenticato.

Cosa è rimasto della Incoronata Boccia di Abbasanta?

Tutto, sono sempre io: una persona della provincia di Oristano che si meraviglia del mondo e guarda con stupore e curiosità a tutto ciò che la circonda.

Come definiresti il tuo legame con la Sardegna?

Unico. Credo sia stata una fortuna nascere lì: anzi, in qualche modo è stata proprio la chiave della mia carriera. Gli isolani sono costretti a una separazione fisica e territoriale per cui, pur mantenendo tutta la vita la nostalgia verso il proprio cordone ombelicale, si spingono a voler conoscere quel che c’è oltre il mare per scoprire un orizzonte che non può accontentarsi di essere solo immaginato. Ecco, credo che questa si sia rivelata una caratteristica fondamentale anche nella scelta di fare la giornalista.

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