La Nike di Giardini Naxos resiste alla bufera

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La nostra Nike guarda il mare, lo sfida, lo asseconda, lo riconosce e il mare riconosce lei, Signora dell’orizzonte. Quando il maestro Carmelo Mendola la costruì, nel 1966, in occasione del primo gemellaggio con la madre patria Kalkis da dove giunsero l’ecista Teocle e gli altri coloni calcidesi, la pensò alta, svettante, morbidamente avvolta sul suo corpo metallico, infinitamente protesa nell’ atto di svettare con le sue poderose ali.

Sulle sue ali, generazioni di discendenti di Teocle, noi cittadini ci siamo imbarcati, nel puro viaggio, fervido, della immaginazione, intravedendo lontani giorni del futuro e arcani giorni del passato. Come un’amante fedele, la Nike, signora dei venti, ci ha sempre atteso, con una pazienza sapiente, seduttiva, ci ha attratto a sé, quasi fosse li depositata non da mano umana ma da un volere divino misterioso.
I baci degli amanti, le scorribande sulla scogliera, le notti fameliche delle giovani vite, nel tempo, lei tutto ha abbracciato nelle sue grandi ali, complice di gioie antiche e di eterne passioni.

Dal pescatore, che conosce tutti i segreti del mare, al nativo digitale, se deve indicare un’icona che rappresenti la città, chiama in causa Lei, Nike, la signora dei flutti, la silenziosa custode del promontorio di lava su cui, da millenni, risuona il fragoroso mare greco.
Il maestro Mendola e gli allora amministratori della città, la vollero di fronte ai resti dell’antica Naxos, quasi a mimare un dialogo tra dei: lei Nike, la vittoriosa, Apollo Archegete, cui i coloni devoti eressero un altare, meta di tutti i Greci di Sicilia, e Dioniso, il dio ibrido, il cui profilo campeggia sulle monete dell’ antica città.
E anche io mi sono sempre detta: qui gli dei, ancora, parlano, su questo lembo di terra a mare, da dove nacque una delle idee più grandiose, una visione del futuro: la Grecia d’Occidente.

Bisogna avere ri-guardo per tanta Bellezza, ricevuta, non sempre meritatamente. Ri-guardare ciò che ci circonda, con altri occhi, con cura.
La nostra Nike si è presa sempre cura di noi, dandoci una traccia della nostra appartenenza, un filo per non perderci nel labirinto della realtà.
E anche adesso che la città è ferita, squarciata, dalla violenza ancestrale del mare, lo stesso mare, che incanta i viaggiatori, che nutre i pescatori, che culla i nostri sogni notturni, ora che questo mare ci ammonisce, con la insensibile potenza di cui il poeta di Recanati si fece profeta, anche ora Lei è rimasta al suo posto, a vigilare sulle nostre vite, a ricondurci all’origine, a interrogarci sul nostro destino.
Sotto di lei, ora, solo nera roccia, natura scarna, essenziale, elemento primordiale, che ruggisce come il mare che stupra ogni anfratto. Lei è lì, nello stesso punto esatto, imperturbabile e, al contempo partecipe, rimane lì, alta, snella, svettante come la volle il maestro che la creò ed è un invito a ricostruire la casa, la oikia, con solerzia, amore, con la sua stessa tenacia, per altri splendidi giorni, altre notti e altri giorni.
Nel tempo, generazioni future, avranno un lontano ricordo di questi giorni di vento e burrasca, come un’ eco lontana. Ma guardando a mare, nell’ estremo lembo di Schisò, la vedranno ancora, lei Nike, signora dell’orizzonte, la vedranno danzare nel vento, e si riconosceranno, ancora e ancora, per un infinito numero di giorni.

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