Esiste un legame indissolubile, spesso sublimato dalla critica tradizionale in chiave unicamente biografica o storico-sociale, che stringe il percorso filosofico e letterario di Luigi Pirandello alle viscere geografiche e simboliche della sua terra natìa. Un aspetto inedito e illuminante sull’ermeneutica pirandelliana risiede nella impossibilità di scindere l’impalcatura del suo pensiero dai luoghi della memoria primordiale: uno spazio fisico e mentale dominato da un elemento materico sovrano, lo zolfo.
Nato a Girgenti in quella contrada che porta il nome profetico di «Caos», Pirandello non ha semplicemente sfiorato il paesaggio delle miniere; vi è cresciuto immerso. Il padre Stefano, facoltoso commerciante di zolfo, lo volle fin da giovane a contatto diretto con i depositi al Molo di Girgenti, impegnato nel computo e nella pesatura dei pani d’oro giallo. Questo contatto viscerale e ancestrale con la materia grezza e con l’inferno della zolfara non è stato un mero capitolo giovanile, bensì l’archetipo invisibile, dalle latenti e profonde venature ermetiche ed alchemiche, che ha condizionato la sua genesi esistenziale, la sua concezione dell’identità e la formulazione stessa del suo relativismo drammatico.
Nelle sue novelle, la miniera trascende rapidamente la cifra stilistica del verismo di matrice capuana o verghiana per assurgere a uno spazio ontologico di espiazione e di discesa negli inferi. Pirandello vive e rielabora l’esperienza della zolfara sollecitando la parte più profonda che lega l’animo del poeta a quello del minerale, inscenando tra le pagine una vera e propria katabasi interiore. È una trasposizione che emerge con forza sapientemente celata tra le righe di capolavori come Ciaula scopre la luna, dove la parabola del giovane caruso rinchiuso nel ventre della terra — una tomba viva, asfissiante e cieca — rappresenta la condizione subumana dell’uomo schiacciato dalla necessità. Il momento in cui Ciaula riemerge dal buio e scopre la luce consolatoria della luna trasfigura il folklore in un’epifania cosmica, in una rinascita e provvisoria liberazione dall’angoscia esistenziale.
All’opposto, nel racconto Il fumo, la zolfara si rivela come una forza devastante e corruttrice: la terra sventrata e l’illusoria ricchezza promessa dal minerale si risolvono in usura, miseria, sradicamento e distruzione, dove lo zolfo smette di essere risorsa per farsi metafora di una modernità avida che inaridisce la natura e l’anima.
Se la zolfara fornisce la materia simbolica, un evento concreto e drammatico trasforma questo universo viscerale nel propulsore della svolta artistica ed esistenziale di Pirandello. Nel 1903, l’allagamento della miniera di Aragona — nella quale il padre Stefano aveva investito anche l’intera dote della nuora — sancisce il tracollo finanziario della famiglia. Questo disastro economico agisce da catalizzatore a doppio binario: scuote irrimediabilmente la stabilità mentale della moglie Antonietta Portulano, precipitando l’ambiente domestico in una prigione psicologica dominata dalla paranoia da cui trae origine l’ossessione pirandelliana per la follia e la scissione dell’Io. Al contempo, svanite le rendite del minerale, la scrittura cessa di essere un privilegio intellettuale per diventare un atto di febbrile sostentamento. Pirandello sperimenta sulla propria pelle la reificazione dell’arte, traducendo il dramma personale nella lucida anatomia della società borghese a lui contemporanea.
È proprio nell’operazione di lavorazione dello zolfo che risiede il cuore filosofico della poetica pirandelliana, in una straordinaria corrispondenza con la teoria dell’Umorismo e con la dialettica tra Vita e Forma. Nelle viscere della terra, lo zolfo esiste allo stato nativo come massa calda, caotica, fluida e invisibile: è l’incarnazione esatta della Vita, intesa come flusso continuo, magmatico e perennemente mutevole. Una volta estratto e colato negli stampi, il minerale si raffredda, solidificandosi nei rigidi “pani” destinati al commercio. Questo processo di condensazione è l’esatta rappresentazione visiva della Forma: le maschere, le convenzioni sociali, le finzioni legali e le strutture morali dentro cui l’uomo tenta inutilmente di imprigionare il flusso inarrestabile dell’esistenza.
La familiarità con l’ambiente della zolfara, esposto a crolli improvvisi, ad efflussi letali e all’imprevedibile casualità del piccone, instilla inoltre nell’autore la radicata convinzione che il destino umano sia privo di un disegno provvidenziale o razionale, dominato dall’assurdo e dal caso. Questa concezione materica si salda direttamente con i grandi orizzonti della filosofia europea tra Ottocento e Novecento, a partire dalla distinzione di Arthur Schopenhauer tra Volontà (il flusso irrazionale e profondo) e Rappresentazione (l’illusione ottica con cui l’uomo ordina il mondo), per giungere al contrasto nietzschiano tra il caos dionisiaco e la maschera apollinea.
Su questa trama teorica si innestano i grandi personaggi del relativismo pirandelliano. In Il fu Mattia Pascal, il protagonista cerca di scappare dalla propria forma sotto il nome di Adriano Meis, scoprendo presto l’impossibilità di vivere fuori dallo schema sociale: la catarsi umoristica lo condurrà ad accettare la condizione di “spettatore fuori chiave” come guardiano di una biblioteca dissestata. In Enrico IV, di fronte alla falsità dei rapporti umani e al tempo perduto, il protagonista sceglie consapevolmente la maschera fissa dell’imperatore, trasformando una finzione iniziale nell’unica difesa possibile contro la pazzia del mondo reale.
La portata di questo archetipo non si arresta alla dimensione individuale e metateatrale, ma trova la sua traduzione epica, storica e politica nel romanzo I vecchi e i giovani. Qui la miniera cessa di essere soltanto uno sfondo simbolico per farsi teatro drammatico delle rivolte dei carusi e dei zolfatari nell’Agrigentino, duramente represse dallo Stato. L’allagamento della miniera del 1903 e il crollo finanziario trovano riscontro nel romanzo con la rovina della famiglia Laurentano e della borghesia speculativa, intrecciandosi allo scandalo della Banca Romana. Le “Forme” rigide che tentano invano di imprigionare la vita diventano le ideologie ormai pietrificate: il patriottismo inaridito dei “Vecchi” e il socialismo ingenuo dei “Giovani”, entrambi travolti dalla forza magmatica e imprevedibile delle masse popolari.
In definitiva, lo zolfo non è stato per Luigi Pirandello un semplice richiamo nostalgico o un espediente narrativo di colore locale. Esso si configura come la materia prima — reale, alchemica e metafisica — che ha fatto crollare l’illusione positivista di un mondo ordinato e comprensibile. Estraendo dal buio della miniera le sue intuizioni più oscure e sublimandole nelle righe dei suoi drammi e dei suoi romanzi, il celebre autore agrigentino ha edificato un monumento letterario di altissimo valore filosofico, trasformando il trauma personale e la memoria dei luoghi natìi nella più spietata diagnosi della crisi dell’uomo moderno, condannato a portare la propria fragile maschera di gesso sopra un abisso di fluida e caotica incertezza.

















