“La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza; il governo ha fatto quello che aveva promesso: portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale. L’abbiamo sostenuta fino in fondo e poi abbiamo rimesso la scelta ai cittadini e i cittadini hanno deciso. E noi come sempre rispettiamo la loro decisione.”
Le parole della premier Meloni nel video registrato a caldo subito dopo il risultato del referendum sulla Giustizia nascondono l’amarezza di una partita persa in malo modo.
Non c’è solo l’amarezza, ma la preoccupazione, per il risultato alle urne, che mostra un’Italia in cui le capacità di mobilitazione sono tutte nelle mani di chi con tre argomenti in croce riesce a portare alle urne un elettorato polarizzato che ancora una volta nell’odio contro il Governo ha trovato le proprie motivazioni.
Parliamoci chiaro: ha vinto la fazione che ha basato dichiaratamente la sua campagna elettorale su non-argomenti. Il primo, quello che la “Costituzione non si tocca”, un falso storico, visto che la Carta è stata ritoccata più volte nel corso della storia repubblicana. Il secondo è quello dell’antifascismo, per il quale essendo la Costituzione “antifascista”, chi la tocca è per assioma aristotelico uno squadrista con manganello e olio di ricino. Il terzo è un principio d’autorità incarnato dalla frase “io non ci capisco nulla ma voto no”, perché se i primi due assiomi sono veri, allora il voto “no” è obbligatorio “perché così ci hanno detto”. C’erano poi gli argomenti ancillari – quelli per esempio che ridicolizzavano la più intelligente e oculata parte della riforma, il sorteggio anziché l’elezione dei membri del CSM.
Gli argomenti per il SI erano tutti alla portata dell’uomo comune della strada. Dalle maggiori garanzie che avrebbe dato un CSM privo di correnti e una Alta Corte disciplinare alla necessità – più di pancia ma quanto mai sacrosanta – di fermare una sorta di casta che dispensa agli italiani un semi-colpo di Stato nel 1992 (più una serie di tentativi successivi ai danni dei governi di Silvio Berlusconi), processi che durano anni anche solo per una lite condominiale, migliaia di casi di innocenti sbattuti in galera, quarantamila bambini sottratti ai genitori, la giustizia a doppio standard con benevolenza nei confronti degli immigrati e pugno di ferro verso la legittima difesa…
Invece il fronte del “no”, il fronte del “non ci capisco nulla, ma voto no” è riuscito a recuperare tutto lo svantaggio e a mobilitare i propri elettori.
Ora è dunque anche il momento di una profonda riflessione nell’area del governo. Un’area dove praticamente la sola Giorgia Meloni ci ha messo la faccia. Dove manca una regia che sappia, al di là dell’impegno in prima persona della premier, ascoltare e coordinare intellettuali, giornalisti, mondo culturale, che troppe volte procede in ordine sparso. Le campagne vanno organizzate e pianificate con un esercito, non bastano solo i generali per vincere le battaglie. I contenuti se non si hanno contenitori, non si riescono a veicolare e non si può neanche pretendere che possa bastare rivolgersi a qualche influencer per centrare l’obbiettivo.
Il centrodestra senza drammatizzare la sconfitta deve guardare al futuro immediato riorganizzando quel mondo della comunicazione troppo schiacciato su stesso, che guarda troppo al proprio orticello e poco ad aggregarsi anche nelle diversità. La sfida vera inizia ora, in vista della prossima tornata elettorale che vedrà l’opposizione alzare l’asticella, secondo uno schema già visto nel passato.
Nei prossimi mesi assisteremo a un ritorno di fiamma del giustizialismo, fomentato dalla percezione di un’investitura popolare, dalla presunzione che la magistratura delle correnti ha un compito di “indirizzo politico”, e dalla chiamata alla piazze per incendiare il clima e fare pressione sul governo. E la risposta non potrà essere solo quella della premier ma di un mondo maggioritario nel paese che deve imparare a far sentire la propria voce con coraggio, ed essere al suo fianco.



















Ha vinto il NO. Un NO al Governo Meloni, certo, ma soprattutto, ancora una volta, un NO al cambiamento.
In Italia accade troppo spesso: ogni riforma viene trasformata in un pericolo. È successo con il nucleare, con le grandi infrastrutture, con il ponte sullo Stretto. Ed è successo anche stavolta, con la riforma della giustizia.
Noi abbiamo provato a fare una cosa diversa: spiegare il merito, entrare nei contenuti, parlare ai cittadini senza slogan. Ma non è bastato. Ha prevalso, ancora una volta, la forza di chi difende lo status quo. Di chi sa mobilitare rapidamente consenso attorno alla paura del cambiamento, più che alla qualità delle proposte.
E colpisce una contraddizione: gli stessi che per anni hanno evocato il rischio dei “pieni poteri” per mettere in guardia il Paese, oggi si sono schierati a difesa di un sistema che, nei fatti, ha concentrato nel tempo equilibri e dinamiche difficili da mettere in discussione. Io spero che questo risultato non chiuda il tema, ma che anzi lo renda ancora più evidente. Perché il bisogno di una giustizia più credibile, più equilibrata e più vicina ai cittadini non scompare con un referendum. E, prima o poi, tornerà al centro del dibattito.
CARISSIMI LETTORI
abbiamo taccato con mano , quanto sia ipocrita la sinistra: lo scopo delle barricate praticate da questa parte politica , sono il frutto di una strategia , collaudata e perfezionata a partire dal 1945 dalla fine della guerra , fino ad oggi , PER LA CONQUISTA DEL POTERE CON OGNI MEZZO SUBDOLO. L’ERRORE DEL CENTRO DX E’ STATO QUELLO DI FIDARSI DEL CONSENSO DELL’ELETTORATO DI CENTRO DX CHE PARE NON SIA STATO ALL’ALTEZZA DI CAPIRE QUALE FOSSE LA POSTA IN GIOCO.UNA NUOVA VARIANTE A NOSTRO SFAVORE E’ STATA LA PARTECIPAZIONE DELLA COMPONENTE ISLAMICA CON LA QUALE IL PD HA FATTO IL PRIMO CONTRATTO COLLABORATIVO E CHE SARA’ SEMPRE MIGLIORATO , PER LORO, MANO A MANO CHE LA CITTADINANZA ITALIANA VERRA’ ASSEGNATA AI MUSSULMANI. CONCLUSIONE O SI VA AL CONTRONTO ELETTORALE CON ARMI ALLA PARI O SIAMO FOTTUTI!